5 Luglio 2022

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Quelle radiazioni che entrano nelle nostre case a 33 anni da Chernobyl

Ieri ho visto la mini-serieTv “Chernobyl” e ne sono rimasto inevitabilmente colpito, consigliandovene la visione.
Sotto il profilo cinematografico è fatta benissimo, con un ottima fotografia, dialoghi per nulla scontati e comunque fedeli alla triste realtà dei fatti, e un grande senso di angoscia che traspare da musiche, suoni e situazioni che investono il pubblico seduto su divani antisettici.

Con un esplosione e un danno pari a 200 volte quello della bomba di Hiroshima, il disastro della centrale nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986 è stata una delle peggiori tragedie civili della storia moderna. Nonostante le precauzioni post-disastro e le opere di contenimento tuttora soggette a regolare manutenzione, in Russia, Ucraina, Bielorussia, etc, ma anche in Germania dell’Est e, molto probabilmente, in gran parte dell’Europa, le radiazioni di Chernobyl continuano a mietere innumerevoli vittime causando tumori, disfunzioni e malformazioni fetali alle nuove generazioni.

In un interminabile e angosciante scorrere del tempo, la serie racconta le fasi, gli errori, gli effetti e le storie personali che seguirono l’esplosione del nocciolo nucleare compromesso dalle barre di grafite che avrebbero dovuto invece contenerlo.
Un eccellenza dell’ingegneria nucleare sovietica trasformata in crimine contro l’umanità dalla insaziabile avidità dell’uomo. Anche dell’uomo cresciuto lontano dalle stregonerie consumiste, sotto l’insegnamento della Russia comunista.

In Chernobyl le reali vicende personali raccolte negli atti del processo vanno in scena portando in sé preoccupazioni e lutti, imposizioni di Regime e tradimenti ideologici di un paradiso socialista giunto agli ultimi atti del suo tramonto sul mondo eurasiatico.
I dialoghi tra scienziati e uomini del Partito fanno trasparire un bisogno di verità e giustizia oltre le censure della politica. Ma è il cuore che subisce i colpi più pesanti con le storie personali dei cittadini, dei lavoratori e della serenità delle loro rispettive famiglie, interrotta alle 1.23 e 40secondi di quella notte di aprile’86. Atti inconsapevoli o eroici di operai e vigili del fuoco, soldati o minatori, mischiati alla disperazione e alla forza d’animo di anziani e mogli divenute vedove. In una madrepatria russa che non ammette errori, soprattutto quando a commetterli è lei stessa con l’invalicabile muro di censura difeso dal Kgb.

Anche se molto piccolo – all’epoca avevo 5 anni – ricordo molto bene quelle giornate così terribili anche per casa nostra. Ricordo i titoloni sui giornali e i Tg con un Gorbačëv visibilmente indebolito, le imprecazioni di mio padre al bar e le preghiere di mia madre. Ricordo la paura che tutti avevamo per il passaggio di quella maledetta nuvola radioattiva che i venti europei dovevano portare anche nel nord Italia, anche sopra la nostra Bolzano. Mia nonna teneva le finestre chiuse fissando con apprensione le nuvole all’esterno, mentre mio nonno riempiva credenza e sgabuzzino di scatolame e prodotti a lunga conservazione. Come se dall’oggi al domani ci venisse privata la libertà di uscire di casa. Come se ad un certo punto, quella modernità che tutti osannavano, ci si poteva ritorcere contro come il più pericoloso boomerang.

Oggi Chernobyl richiama turisti da tutto il mondo, circa 100mila all’anno con una crescita dovuta principalmente al successo di questa serieTv. I luoghi della catastrofe di Pryp”jat’ diventano set cinematografici per selfie indelicati tra gli sguardi di decine di cittadini, russi e ucraini, cresciuti a Chernobyl, evacuati e rientrati “abusivamente” nelle loro case dal 2000. “Non mi interessa se i governanti non vogliono – dicono i nuovi coloni – qui sono cresciuto io e prima di me i miei padri e i miei nonni. Su questa terra sono nato e qui intendo morire”.

Andrea Bonazza