7 Maggio 2021

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L’incredibile vita del Comandante Diavolo Amedeo Guillet

Il Comandante Diavolo 

Negli ultimi mesi ho concentrato le mie letture in libri biografici e autobiografici narranti le gesta di uomini e donne straordinari che, servendo fedelmente le rispettive patrie, hanno inseguito, nella prima metà del ‘900, cause, sogni e avventure tra il Vicino – Medio Oriente e l’Africa Orientale.
Dopo aver scoperto la coraggiosa archeologa britannica Gertrude Bell grazie a un’amica e aver incontrato sulla via di Damasco l’archeologo guerriero Lawrence d’Arabia, in un’evasione romana da questa quarantena, dagli scaffali della libreria “la Testa di Ferro” un vecchio amico mi ha consigliato di imbattermi nell’incredibile storia del Comandante Diavolo.

La guerra privata del tenente Guillet, questo il titolo del libro, narra di una storia incredibile fin dal suo stesso autore. È infatti la biografia di due intensi anni di vita dell’eroe italiano pluridecorato Amedeo Guillet, scritta da Vittorio Dan Segre, ovvero; da colui che con Guillet diventò amico dopo esserne stato nemico proprio lì, sui campi di battaglia di quell’Africa orientale contesa tra italiani e inglesi nella seconda guerra mondiale.
Vittorio Dan Segre, giornalista, scrittore, politologo e professore ebreo italiano emigrato in Palestina nel 1938, ricostruisce le formidabili avventure del Tenente Diavolo ispirandosi soprattutto a ricordi di guerra, rapporti dell’Intelligence Service britannico e a lunghe e piacevoli chiacchierate insieme a Guillet con il quale, dal termine del conflitto, coltiverà una lunga amicizia durata per tutta la vita.
In questo testo di 235 pagine, oltre che alle armi, al deserto e ad Allah, una delle figure dominanti è certamente il cavallo. Amedeo Guillet era infatti ufficiale di Cavalleria e giovane promessa dell’equitazione italiana che in molti già immaginavano sul podio delle olimpiadi berlinesi del 1936, se non fosse che a quello storico evento, Amedeo non partecipò mai perché preferì seguire il suo dovere di soldato nella campagna di Abissinia.

Lontano da casa e dalla sua giovane cugina Beatrice Gandolfo che non poté sposare a causa di una legge su demografia e matrimonio la quale avrebbe minimizzato sia l’unione tra i due amanti, sia la carriera militare di Amedeo, al di là del Mediterraneo, dalla Libia all’Etiopia, in breve tempo Guillet familiarizzò non solo con la geografia dei territori e le strategie militari adottate in quei luoghi sabbiosi, ma anche con ogni aspetto della società indigena, dallo studio della lingua araba al culto religioso che lo porterà in seguito alla conversione giurando sul Corano.
Nel 1937, volontario in una Spagna divisa in una guerra più internazionale e ideologica che civile, tra comunisti e fascisti, Amedeo Guillet diede grande prova di valore guerriero prima al comando di una divisione di Fiamme Nere e poi conducendo un tabor di cavalleria marocchina insieme al quale venne ferito durante uno scontro.

Tornato in Libia dopo una breve convalescenza in Italia, Amedeo venne messo a capo del VII squadrone Savari per poi essere trasferito in Eritrea e nominato comandante di quello che sarebbe diventato il leggendario Gruppo Bande Amhara; un’unità militare multietnica di 1.700 uomini tra eritrei, yemeniti ed etiopi al servizio del Regio Esercito italiano con l’incarico di contrastare il nemico in piena libertà di azione. In un villaggio eritreo, durante una pausa dai temerari combattimenti, Amedeo conobbe la diciassettenne Kadjia nel 1938 e, dopo una lunga e determinata corte avanzata dalla ragazza africana, tra i due nacque un amore coloniale che rinvigorì ancor di più la forza d’animo del tenente piemontese e lo accompagnò per tutta la sua permanenza in quelle terre.
Con l’avvicinarsi dello scoppio della seconda guerra mondiale, nel 1939 la banda del tenente capuano-piemontese fu impegnata in diverse cariche a cavallo contro i ribelli anti-italiani. Epici combattimenti che procurarono ad Amedeo la Medaglia d’argento al Valor Militare e, forse ancora più importante, il soprannome di “Comandante Diavolo” affibiatogli dai suoi soldati indigeni che rimasero stregati dall’incredibile coraggio del loro comandante fino a ritenerlo “immortale”.
Furono anni di grande prestigio militare per Guillet; le sue gesta animavano i discorsi nei circoli ufficiali italiani e, al contempo, si trovavano sempre al centro dei rapporti dei suoi avversari, primo fra tutti il maggiore dell’intelligence britannica, Max Harari, che Amedeo ritroverà poi in una lunga amicizia di un Europa pacificata.

Nel 1941, in un Eritra con una sempre più crescente presenza bellica battente la bandiera della Gran Bretagna, di ritorno al forte di Cheru dopo una lunga marcia di pattugliamento, Guillet e i suoi cavalleggeri vennero immediatamente re-inviati a combattere gli inglesi che si preparavano ad accerchiare migliaia di soldati italiani in ritirata verso Agordat.
All’alba del 21 gennaio, il “Cummundar – as Shaitan” (Comandante Diavolo) e il suo Gruppo Bande, armati unicamente di spade, fucili e bombe a mano, mossero un eroica carica a cavallo contro le ben meglio equipaggiate truppe anglo-indiane della IV^Divisione e i loro carriarmati.

In quella che fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare africana, nel giorno del suo genetlìaco sacrificò la propria vita il vice-comandante delle bande, Renato Togni. Per coprire la manovra degli uomini di Guillet, il tenente italiano Togni, in sella al fedele Sandor, il cavallo di Amedeo, aizzò i suoi trenta soldati a una gloria più grande della vita stessa, lasciando loro la libertà di aderire o rifiutare una missione inevitabilmente suicida. Dinnanzi allo sguardo fermo e impassibile dei suoi àscari, il tenente Togni levò alta la scimitarra ordinando la sua ultima carica al grido “Savoia” e consegnando la propria vita all’immortalità della storia. Un’ora dopo, alla testa dei cinquecento uomini delle Bande Amhara, Amedeo
Guillet attaccò nuovamente la fanteria dei sikh indiani e l’artiglieria britannica in un travolgente assalto che lasciò dietro di sé centinaia di morti e feriti di ambo gli schieramenti ma permise, momentaneamente, la ritirata di migliaia di soldati italiani.
Il Comandante Diavolo e i suoi camerati sopravvissuti affrontarono successivamente anche le sanguinose battaglie di Cochen e Teclesan prima di arrivare alla capitolazione italiana con la presa inglese di Asmara, il 1°aprile del 1941.


Sullo sfondo di un’Eritrea che ammainava il tricolore italiano con lo stemma sabaudo per issare l’union jack dell’impero britannico, Amedeo non si diede per vinto e, rifiutando la resa di Roma, iniziò a condurre la sua guerra privata contro l’occupante di Londra vestendo i panni di guerrigliero, adunando un centinaio di suoi fedeli soldati e arruolando nuovi àscari cambiando radicalmente la propria identità. Ahmed Abdallah al Redai, questo il nome arabo di un nuovo Amedeo yemenita di confessione musulmana che diverrà un un’affascinante incubo per truppe e comandi inglesi.

In una sorta di caccia all’uomo romantica che potremo paragonare a quella tra il bandito Arsenio Lupin e l’ispettore Zenigata, non fosse per l’incredibile veridicità della storia rispetto al romanzo, Amedeo continuerà a infliggere duri fendenti all’esercito di sua maestà con brillanti azioni di guerriglia e sabotaggio che lo premiarono di una ricca taglia sulla sua testa. Nonostante le mille sterline d’oro avrebbero potuto cambiare le vite dei suoi uomini o quelle dei capi-tribù eritrei, nessuno lo denunciò mai alle autorità come aveva invece auspicato l’Intelligence Service. In soli 8 mesi il promosso capitano Guillet procurerà agli inglesi un danno economico e infrastrutturale enorme minando ponti e ferrovie, distruggendo strade e gallerie, depredando depositi e ostacolando al popolo della sterlina ogni via di comunicazione. Ma il maggior danno economico e fisico (nel senso anale del termine), fu forse quando l’Amedeo Ahmed Abdallah al Redai bussò alla porta dei servizi segreti inglesi intascando lui stesso la taglia sulla sua testa in cambio di false informazioni che depistarono i suoi predatori. Un vero colpo da maestro degno del copione di un film che l’élite culturale buonista italiana non ci farà mai vedere. Vittorio Dan Segre invece, nel suo libro questa sceneggiatura l’ha scritta ottimamente raccontando la grande ammirazione che nutriva verso un avversario che continuava a fargliela sotto il naso, trovando una volta la via di fuga armata e una volta travestita da vecchio sordo che s’incamminava azzoppato verso la Mecca.

Con la truppa decimata, le ferite di guerra e la malaria, e il cerchio delle guardie inglesi sempre più stretto alle calcagna, insieme al suo fedele compagno Daifallah e oramai semi-arreso, dopo aver racimolato un po’ di quattrini a Massaua Amedeo tentò la ritirata in Yemen attraversando il Mar Rosso su di un sambuco, piccola imbarcazione il cui timone era però governato da un nakuda sunnita di rito sciafeita che entrò presto in contrasto con i due reduci zeiditi. Buttato a mare, dopo aver raggiunto la riva a nuoto sperando nella distrazione degli squali, Amedeo Guillet e il suo amico intrapresero una lunga camminata nel deserto eritreo seguendo la costa. Altri guai non tardarono ad arrivare e i due vennero presto depredati e massacrati a bastonate da un gruppo di pastori nomadi che li lasciarono a terra sanguinanti. Ripreso con fatica il cammino sotto il sole cocente nell’ostile deserto, per i due amici nudi e malconci arrivò presto la sete e lo sconforto ma, ancora una volta, il destino mandò loro in aiuto un brav’uomo, Al Sayed Ibrahim, di stirpe sceriffale, che li raccolse ospitandoli nella sua umile ma sicura dimora. Diversi anni più tardi Amedeo tornò a far visita a quel vecchio sceriffo che, senza riconoscerlo, si scusò per non poter offrire da bere all’ospite a causa della rottura del pozzo e raccontò di quando Allah gli inviò due viandanti angeli per metterlo alla prova. Senza scoprire la sua identità, la stessa notte Amedeo pagò due operai per riparare il pozzo, lasciando al saggio Ibrahim un nuovo capitolo per la sua storia da raccontare ai pellegrini del deserto.

Ripreso il suo avventuroso viaggio e sbarcato finalmente in Yemen, dopo un difficile periodo trascorso in carcere a Hodeida scambiato inizialmente per una spia inglese in uno scherzo del destino, per i suoi trascorsi guerrieri Amedeo entrò nelle grazie dell’imam Yahiah che, dopo più di un anno vissuto in tranquillità a Sanàa, lo aiutò ad imbarcarsi sulla nave della Croce Rossa italiana per rientrare in patria dove sbarcò il 3 settembre 1943. Il promosso maggiore Guillet, grado già conferito a sua insaputa ma mai consegnato per l’impossibilità di trovarlo, si mise subito alla ricerca di nuovi finanziamenti e armi per essere paracadutato in Etiopia e tornare a combattere la sua guerra nel Corno d’Africa. Ma, con l’armistizio firmato l’8 settembre da Badoglio, il Comandante Diavolo si trovò costretto a modificare i suoi piani e scese nel Meridione attraversando clandestinamente la linea Gustav che seperava un’Italia occupata a nord dai tedeschi e a sud dagli alleati. Giunto a Brindisi sfuggendo ai controlli anglo-americani, Amedeo incontrò il re Vittorio Emanuele III per ricevere nuove consegne. Il re ascoltò curioso le eroiche avventure del suo suddito in armi per poi congedarlo; “Lei ha fatto il suo dovere, Le sono molto grato. Si ricordi che noi passiamo ma l’Italia rimane e bisogna servirla in ogni modo perché la cosa più grande che ha un uomo è la propria patria”.

Tornato a Napoli tra le braccia della fidanzata, Amedeo le confessa la storia d’amore consumata in Africa con Kadija. Nonostante l’avesse atteso con immutata speranza e pazienza, Beatrice non lo condannò e anzi volle conoscere la giovane eritrea. I due finalmente si sposarono nel 1944 e Bice diede due figli ad Amedeo; Paolo e Alfredo. Nonostante i suoi soli 37 anni Guillet divenne generale e agente dei servizi segreti, ruolo che nell’aprile ’45, a Salò, gli permise di mettere in salvo dalla furia partigiana e dallo spionaggio angloamericano, importanti archivi militari. In quelle stesse giornate cariche di caos dettato dall’odio fratricida, il Comandante Diavolo riuscì anche nell’impresa di sottrarre alla Brigata partigiana Garibaldi, la corona imperiale del Negus d’Etiopia per restituirla al suo legittimo proprietario e riappacificare i due popoli. In vista di un suo nuovo viaggio in Africa da agente segreto, Beatrice porse ad Amedeo un braccialetto da consegnare a Kadija, la fortunata donna che si prese cura del marito condiviso.

Con la Vittoria del referendum per l’Italia repubblicana, da fedele monarchico, Amedeo rassegnò le sue dimissioni dall’esercito italiano e riprese gli studi conseguendo la laurea in scienze politiche nel 1947. Il rapporto viscerale di Guillet con l’Africa e l’ottima conoscenza della lingua e della cultura araba lo portò ad iniziare così la carriera diplomatica da ambasciatore italiano. In Egitto nel 1950 Guillet svolse il compito di Segretario di legazione a Il Cairo, ambasciatore in Yemen nel 1954 dove fu Incaricato d’Affari e accolto dal figlio dell’imam, suo vecchio amico, con un caloroso “Ahmed finalmente sei tornato a casa”, e ambasciatore in Giordania nel 1962 al galoppo per Amman con re Hussein. Vestendo il ruolo di ambasciatore in Marocco, nella scintilla del colpo di stato del 1967 partecipò ad una sparatoria durante un ricevimento e salvò la vita ad alcuni importanti diplomatici tra cui l’ambasciatore tedesco della Repubblica Federale Germanica che, di risposta, conferì ad Amedeo la Gran Croce con Stella e Striscia dell’Oriente al Merito della Repubblica. Ma la fortuna di Amedeo non lo abbandonò mai e lo portò a sopravvivere illeso anche a ben due incidenti aerei nello stesso giorno.

Al termine della sua lunga carriera che attraversò quasi interamente il XX secolo, dal 1971 Amedeo Guillet ricoprì anche il ruolo di ambasciatore in India, dai suoi ex nemici al servizio degli inglesi, dove conobbe e collaborò con il primo ministro Indira Gandhi. Dopo aver sempre promosso il dialogo e la pace tra cristiani, ebrei e musulmani, nel 1975, per limite di età, per Amedeo arrivò il tempo della più che guadagnata pensione.

Nella propria casa irlandese il pensionato Amedeo Guillet custodiva gelosamente la reliquia di una spina della corona di Cristo e, nella sua scuderia, si prendeva cura dell’ultimo discendente del cavallo di Maometto, simboli ancestrali di un rapporto spirituale costante con le sue origini e la sua Fede. Mentre in pochi in Italia conoscevano la sua storia, impegnati com’erano a ricercare quella di improbabili supereroi d’oltreoceano, nel Regno Unito il Comandante Diavolo era una sorta di istituzione, invitato con tutti gli onori ai ricevimenti e studiato sui libri di storia.

Sopravvissuto alle mille insidie del Novecento, l’ormai novantenne Amedeo Guillet entrò nel terzo millennio tornando per l’ultima volta in Eritrea nel 2000, dove ad Asmara venne accolto ufficialmente con tutti gli onori riservati a un capo di stato. Per gli eritrei il Comandante Diavolo fu il primo eroe che lottò e permise l’indipendenza della patria dall’Etiopia di re Heile Selassie e dall’impero britannico. L’intera nazione ancora oggi ne studia le gesta e ne conserva la gratitudine. Sempre nel 2000 riceverà a giugno la cittadinanza onoraria di Capua, nido d’amore giovanile con la cugina Bice e, a novembre, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferirà a Guillet la più alta onorificenza della Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia. A 101 anni compiuti e dopo aver beffato la morte per l’intera vita, il Comandante Diavolo si spense in meritato riposo a Roma il 16 giugno 2010.

“Il coraggio è un un’atteggiamento spirituale che può essere acquisito o naturale. Perché il coraggio esista è necessario possedere la volontà di essere all’altezza delle aspettative”

Amedeo Guillet

Definito da molti il Lawrence d’Arabia italiano, a differenza del patriota inglese Amedeo Guillet non ebbe alle spalle un impero come quello britannico ma poté contare unicamente sulle sue forze, la sua incredibile fortuna e genio, e sul coraggio dei fedeli commilitoni del Gruppo Bande Amhara con i quali aveva intrecciato uno spirito di corpo di un cameratismo assoluto. Uomo e italiano di altri tempi che, come molti della sua generazione, trasformò la propria esistenza in un’avventura mitologica. Amedeo Guillet è stato un gigante contemporaneo che ha unito più vite in un’unica immensa opera d’arte che ha consegnato alla storia e che, nella sua amata Italia, merita sicuramente più rispetto e gloria di quanto non si sia fatto fino adesso.

Grazie Comandante!

Andrea Bonazza