19 Giugno 2021

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L’Arco di Giano – Costantino – al Velabro

Giano o Ianuus era un antico dio latino che regnava con la dea Ianua, dalla quale deriva la dea Giunone, e al quale era dedicato il mese di gennaio. Chiamato anche Giano Bifronte perché si riteneva avesse due volti, uno davanti e uno dietro la testa, questa divinità italica consacrava il solstizio d’inverno aprendo il nuovo anno e chiudendo il vecchio, creando una divina continuità tra la fine e il principio. Per questo motivo la parola Ianus diventa sinonimo di “passaggio” o “porta”.
Nonostante la tradizione attribuisca a Giano l’arco in prossimità di piazza Bocca della Verità, però, pur avendo in sé i quattro giani, ovvero le quattro porte orientate nei punti cardinali, molto più probabilmente il monumento fu eretto dai figli di Costantino in tributo al padre imperatore. Di “Arcus Costantini” si parla infatti nei Cataloghi Regionari del IV secolo d.c. al tempo di Flavio Giulio Costanzo II, figlio di Costantino.

Area sacra per l’Antica Roma, come vi scrivevo negli articoli precedenti, tra i magnifici monumenti del Foro Boario l’Arco di Giano cattura immediatamente l’attenzione per la sua imponenza. Sorgendo su un ramo della Cloaca Maxima e a ridosso del Vicus Argentari, sede dei banchieri dell’epoca, l’arco riparava dal sole e dalla pioggia i commercianti del Foro, per i quali fungeva da palco fieristico per affari e contrattazioni delle merci e del bestiame.

Nel descrivere questa imponente opera di marmo travertino alta 16m per una lunghezza di 12, Tito Livio tramanda di statue di bronzo dorato presenti nei quattro lati del tetrapylon risalente al IV secolo d.c.. Come per moltissimi altri monumenti romani, anche questo rarissimo arco quadrifronte ha subito saccheggi dei suoi ornamenti in seguito a assedi barbari, periodi di caos e riconversioni cristiane.
Sulle chiavi di volta dei 4 archi hanno resistito però le figure scultoree della dea Roma e di Giunone, ambedue sedute, e di Cerere e Minerva in piedi. Nella tradizione latina (ma non solo) l’essere seduti significava regnare stando sul trono, infatti Roma e Giunone, sedute, erano le dee più importanti per ruolo divino, mentre Minerva, dea delle battaglie, proteggeva Cerere, dea delle messi e dei campi. Se mi permettete un collegamento mussoliniano, “è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”.

In epoca Rinascimentale, l’artista “divino” Raffaello, inviò una lettera a Papa Leone X De Medici lamentandosi che la scomparsa dell’arte classica non fosse dovuta solo ai fattori che avevano determinato la caduta dell’Impero romano ma, soprattutto, all’incuria e all’ignoranza degli uomini medievali che, insensibili a tanta grandezza, ne fecero scempio smantellando i monumenti per riutilizzarne i materiali nella costruzione di chiese e palazzi. Come riportato negli archivi vaticani infatti, Papa Sisto V Peretti avrebbe voluto abbattere l’Arco di Giano per recuperarne i marmi così da commissionare al Fontana una guglia a San Giovanni in Laterano.
Nonostante il Fontana godeva di libero mandato papale per la distruzione delle opere pagane, come fu in uso fino al IXX secolo, fortunatamente però ciò non avvenne.

Se queste magnifiche strutture hanno resistito fino a noi nonostante assedi, distruzioni, guerre, bombardamenti, calamità naturali e accanimenti religiosi, oggi i nostri monumenti storici trovano l’avversione di un odio iconoclasta che rigetta la bellezza classica per sostituirla con scomposte opere di disordinata follia.
Eroici imbrattamenti di vernice spray, strilli e proclami di utopiche lotte stagionali, oppure epiche sassaiole e picconate date da omuncoli di fango, difficilmente riusciranno a scalfire quel marmo bianco, veterano di ben altre guerre, che continuerà a ricevere il bacio del sole di Roma per l’eternità.

Andrea Bonazza