6 Luglio 2022

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La Torre Fenicia degli Appiani all’isola di Troia dello Sparviero

L’Isola dello Sparviero è un piccolo isolotto disabitato di roccia dell’arcipelago toscano, davanti a Punta Ala, abitato principalmente da gabbiani e cormorani.
Dai grossetani l’isola è chiamata “Troia”.
Qualcuno dice che tale toponimo sia dovuto alla sua conformazione geologica che fa pensare a una scrofa con i suoi porcelli rappresentati dai vicini scogli, mentre altri sostengono questo nome derivi dal Portus Traiani, l’importante porto romano di questa zona marittima.
La cosa però più affascinante di quest’isola è sicuramente l’antica torre che svetta come un faro sul suo punto più alto.
Se i racconti popolari parlano di torre fenicia, forse per via dei numerosi reperti archeologici fenici, etruschi e romani ritrovati con le immersioni subacquee nel limpidissimo fondale che costeggia l’isolotto, gli storici sostengono invece si tratti di una costruzione medievale, punto di avvistamento che, insieme a Torre Hidalgo appartenuta a Italo Balbo, a Torre Civette e a Torre Mozza, di cui già vi avevo parlato in un precedente articolo, costituiva uno degli avamposti meridionali del sistema difensivo di quella Signoria che divenne Principato di Piombino, a ridosso del confine storico del Gran Ducato di Toscana laddove fin dall’antichità etrusca si ricavavano, lavoravano e commercializzavano i metalli più prestigiosi.

Chiamata anche la Torre degli Appiani, prende questo nome dalla nobile famiglia dello Stato, dipendente del Sacro Romano Impero, della Signoria di Piombino che comprendeva la Maremma Piombinese, Piombino, Suvereto, Buriano, Scarlino, Vignale, Baratti, Populonia, Vetulonia e le isole di Elba, Palmaiola, Pianosa, Cerboli e Montecristo, regnando quindi quasi totalmente sull’intero arcipelago toscano.
Nel 1561 gli Appiani ne restaurarono i ruderi più antichi a causa delle precarie condizioni in cui versava e per l’utilità strategica che avrebbe rappresentato.
Questo sito venne attaccato più volte nel corso delle scorribande dei pirati, soprattutto i barbareschi musulmani, che giungevano nel Mar Tirreno dopo essere salpati dalle coste nordafricane e ottomane.
Molti furono i danni riportati dalla torre soprattutto a causa dei saraceni che, nei loro assalti, causarono gravi perdite tra i soldati che vi prestavano servizio. Se da un lato la torre poteva essere un ottimo avamposto di osservazione per difesa e navigazione, dall’altro lato era però lo stesso isolotto una facile preda per i nemici che avrebbero trovato forze difensive numericamente inferiori.

Per accedere all’isola e arrampicarmi nel “sentiero” selvaggio fin sulla torre sono giunto qui con un amico in barca – una modesta 5m con 40cavalli – ancorata a una decina di metri dalla scogliera dell’isola per scongiurare danni allo scafo. Una volta lasciata a bordo la reflex e raggiunta a nuoto la riva rocciosa ammirando il limpido fondale di enormi pietre e colonie di pesci, approdando all’isola mi accorgo purtroppo di quanta immondizia umana il mare scarichi su quest’oasi naturale. Passeggiando scalzo tra una scarpa, un paio di mascherine e diverse bottiglie di plastica, si abbandona presto il disgusto della modernità per venire risucchiati dalla meraviglia selvaggia dell’isola. Un manto di erbe, rocce e piccoli arbusti ricoperto da semi e noccioli di frutti scaricati qui dai volatili, padroni dell’isola. Un cimitero di ossicine di gabbiani che qui vengono a morire in tranquillità, lontani dalle prepotenze e dalle pazzie del vicino mondo umano. Con grande sorpresa, sulla vetta dell’isolotto, in prossimità della torre, ritrovo un paio di olivi selvatici che romanticamente si incastrano nell’infinito panorama marittimo tutto a torno. La torre degli Appiani si presenta solida e maestosa, composta di sassi e malta resistiti ai secoli. Ad altezza uomo non si presenta nessun accesso alla struttura ma, qualche metro più in alto, vi sono feritoie e “fiinestre” le quali, probabilmente, oltre a dare ai soldati i punti di osservazione prescelti per importanza orientativa, davano agli stessi l’accesso alla torre, forse con corde a scaletta di nodi o pioli. Ovviamente ho evitato di arrampicarmi sulla torre per non danneggiare ciò che il tempo ha preziosamente conservato e mi auguro lo farete anche voi. Abituato ai castelli dell’Alto Adige, i merli semi distrutti dell’antica costruzione mi fanno pensare ad un vecchio tetto in legno che vi sarebbe potuto poggiare sopra, come riparo dalla pioggia, ma è solo una mia umile supposizione. Purtroppo infatti, su Torre Fenicia si trova pochissimo sia sui libri che sul web e, sull’isola come sulla terra ferma non vi è alcuna indicazione storica o naturalistica su questa piccola oasi marittima. Ma forse è meglio così; perché se da una parte potrebbe essere maggiormente sfruttata come attrazione turistica, dall’altra rimane magicamente selvaggia, con quell’aura di mistero che la avvolge insieme ai suoi nomi e alle sue vecchie leggende popolari che mi auguro sopravvivano a quest’epoca di scontate certezze assolute.

Andrea Bonazza