29 Ottobre 2020

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Riscoprendo la vita degli antichi romani al museo archeologico di Ansedonia

Dopo aver attraversato in bicicletta la paludosa Feniglia, bellissima riserva naturale che in 6 km collega Orbetello e l’Argentario ad Ansedonia, e aver risalito la collina fino all’area archeologica di Cosa sotto il sole d’agosto e con le imprecazioni della mia non troppo dolce metà, arriviamo finalmente al varco tra le antiche mura che apre la strada, tra ulivi e rovine, all’acropoli e al museo nazionale della città romana di Cosa.
Con una sosta per dissetarci e rinfrescarci all’ombra di un ulivo, parlando con gli ospitali addetti della struttura, dipendenti dei Ministero dei Beni Culturali, scopriamo che il Museo Archeologico Nazionale di Ansedonia è stato realizzato trent’anni dopo la prima campagna di scavo del 1948. La struttura museale intorno a noi, bellissima e capace di trasmettere tranquillità fin dal suo giardino, fu costruita alla fine degli anni Settanta all’interno delle mura romane dell’antica città romana, sopra la Casa del Tesoro di cui sfrutta fondamenta e pianta. Se originariamente il museo era limitato ad una sola sala, con il proseguire delle scoperte archeologiche nell’antica città e nell’area del porto, nel 1997 il Museo venne ingrandito per ospitare numerosi altri reperti rinvenuti.
Ringraziati i dipendenti per la piacevole chiacchierata, a darci il benvenuto all’entrata del museo troviamo subito tre resti di statue romane, ancora lì, come continuassero a difendere la loro città dopo più di duemila anni. Gran parte dell’esposizione infatti è dedicata al materiale scultoreo, proveniente soprattutto dal Foro e dell’Arce, dalla Casa di Diana e dal tempietto del IV secolo d.C. dedicato al culto di Liber Pater.
Tra le statue si possono identificare un togato, con ogni probabilità l’imperatore Nerone che reggeva nella mano il rotolo delle leggi, e due figure pubbliche: Claudio divinizzato e Agrippina Minore, risalenti al I secolo d.C. e ritrovate nel corso degli scavi della Basilica di Cosa. Il busto ritratto di imperatrice, in marmo bianco a grana fine, purtroppo è molto danneggiato con il volto di Agrippina completamente sfigurato ma si riescono ancora a riconoscere alcune parti di capigliatura e orecchie che, nello stile, riportano ai regni di Claudio e Nerone. Le opere marmoree erano posizionate sul fronte scena dell’Odeum della Basilica e componevano un unico gruppo statuario dedicato alla famiglia imperiale per godere della protezione di Nerone, come riporta l’iscrizione “L. Titinius Glaucus Lucretianus”.
Tra i reperti più interessanti, impiegati come ornamenti dalle genti che qui abitavano anche in epoca medievale, vi è sicuramente il bassorilievo raffigurante il SUOVETAURILIA, la processione sacrificale in cui i vittimari uccidevano un maiale, una pecora o un toro in voto alle divinità. Vi è poi un pannello proveniente dal sacello di Liber Pater e datato al I secolo d.C., con gli attributi di Minerva, antica dea di origine pre-romana della giustizia e delle guerre giuste.
Proseguendo la visita al museo le antiche divinità continuano a fare da padroni di casa. Molte sono le opere in onore di Dioniso come le tre erme con la testa barbuta del dio (una acefala) e vari busti, teste e statuette più o meno ben conservate. La Testa di Ercole in marmo pavonazzetto rinvenuta anch’essa al sacello di Liber Pater risale al IV secolo a.C., la Testa di Afrodite e il Busto femminile che si pensa rafiguri Venere. La Casa di Diana invece prende il nome proprio dalla statuetta ritrovata nella Domus dagli archeologi. Forse di origine greca, la dea della caccia indossa un chitone arricchito da una pelle di cervo che ricopre la schiena e si poggia sulla spalla sinistra. Dallo stesso contesto proviene anche la statuetta di un cane, che probabilmente accompagnava Diana.
A catturare l’attenzione è poi l’inconfondibile statuetta di Pan, il dio festoso e scherzoso, ritratto con le mani legate dietro alla schiena e dissepolta dalle macerie della Basilica di Cosa, crollata a seguito del terremoto del 51 d.C. Nonostante sia un prodotto inequivocabilmente romano, lo stile, la posa e il modellato della muscolatura di torso ed arti, così come l’espressività del volto, si rifanno allo stile ellenistico proprio dell’Asia Minore occidentale.
Tra le decorazioni appartenenti al Tempio della Concordia vi è una testa di uomo barbato con berretto frigio e una lastra con parte di un carro, forse pertinente ad un fregio. Del Tempio di Giove Iuppiter si conserva in particolare il torso acefalo di guerriero corazzato. Alla decorazione frontonale del Capitolium, troviamo nelle bacheche due resti statuari di Iuppiter ed Apollo e alcuni esemplari a grandezza naturale, tra cui parte di un piede femminile con sandalo e un frammento di testa con treccia e diadema di donna che si pensa sia Giunone. Al tempio di Mater Matura sono stati invece rinvenuti anche pezzi di una testa femminile e frammenti del tiaso marino, con mostri e delfini.
Tra le rovine dell’antica città di Cosa sono diverse le epigrafi rinvenute ed esposte in questo museo nazionale. Vi sono epigrafi sacre come il frammento di una vasca ma la più interessante è sicuramente il marmo con iscritta una dedica da parte di Zoe Mater a Liber Pater, antichissima divinità italica spesso assimilata a Bacco. Vi sono poi epigrafi di carattere pubblico come la lastra del 235 d.C. che celebra l’attività di restauro di un portico del Foro e dell’Odeum voluta dall’imperatore Massimino il Trace e da suo figlio.
Ovviamente anche la sacralità della morte trova il suo spazio in questo luogo che ricorda i nostri Avi. Vi sono infatti svariate epigrafi funerarie, come la colonnina del II secolo d.C. in cui è incisa la dedica di Nigrio alla compagna Marcellina (poi reimpiegata come acquasantiera nella Chiesa di San Biagio alla Tagliata), olle cinerarie, reperti da sepolture a pozzetto e la ricostruzione di una tomba alla cappuccina risalente al I secolo a.C., con copertura a doppio spiovente realizzata con coppi e tegole, a custodire lo scheletro (esposto) di una ragazza romana. Anche se può sembrare un controsenso visto il rango della romana, questa tomba aristocratica doveva accompagnare nell’aldilà la giovane deceduta per malnutrizione, come risultato dalle analisi condotte sullo smalto dentario e le ossa della giovane, fragili ed erose alle estremità che, dalle ricerche sul DNA hanno rivelato la sofferenza di stress nutrizionale o infettivo con anemia e ipoplasia.
Passando in rassegna le bacheche espositive che coprono le pareti del museo, sono moltissimi gli utensili realizzati con osso animale o metalli; oggetti per la cura personale, soprattutto ad uso femminile, alle attività domestiche, all’abbigliamento e alla scrittura con delle magnifiche penne in ossa di volatile e porcospino, utilizzate per la scrittura su tavolette cerate. Aghi da cucito, sempre in osso o in bronzo, venivano usati anche per fermare i tessuti o acconciare i capelli. Sugli scaffaletti sotto vetro troviamo poi anche dadi da gioco, fuseruole, rocchetti e pesi da telaio usati per la tessitura, pissidi per il trucco e cofanetti con la piccola figura di Diana che tende l’arco.
Un’altra bacheca espone oggettistica in metallo come strumenti chirurgici, da toilette, chiavistelli e serrature, cardini e chiavi, maniglie, pinzette, chiodi, borchiette, tintinnabula (campanellini), fibbie, bracciali e anelli, sigilli, una applique a forma di delfino, parte di un incensiere e parti di una bilancia monobraccio detta stadera. All’interno stesso delle imponenti mura cittadine sono stati trovati; un piccolo bronzetto raffigurante un giovinetto stante che fa pensare ad una offerta votiva per invocare la protezione divina sulle mura, un castone in ametista con Tiche, la dea Fortuna che garantiva il buon destino per la città, e la punta metallica di una hasta con tracce del piombo fuso usato per infiggerla nel terreno davanti all’edificio delle pubbliche vendite (vendere all’asta).
Parlando di aste e commercio non posso dimenticarmi però le monete esposte al museo che ci testimoniano il lunghissimo periodo di utilizzo dell’area del Foro di Cosa, dalla sua fondazione al progressivo abbandono. Alcune colonie di diritto latino, nel III secolo a.C., ottennero il diritto di battere moneta propria secondo prototipi e stili comuni a Roma. Fu così che, poco dopo la sua fondazione, anche Cosa inaugurò la propria zecca come ci è testimoniato dalla quartuncia in bronzo con testa elmata di Minerva su un lato e testa di cavallonell’altro, con la dicitura “COSA e COSANO” in caratteri propri dell’antico alfabeto latino. All’incirca allo stesso periodo appartiene l’oncia fusa con chicco di grano emessa da Roma. Nel 211 a.C. la Roma repubblicana iniziò a coniare il denario, coniato in metallo vile come piombo o rame e successivamente argentato, testimonianza di un primo risparmio statale e falsificazione numismatica in antichità. La terza fila di monete esposte nelle bacheche fanno tutte parte del sistema imperiale augusteo, basato su aureo, denario e quinario in argento, sesterzio, dupondio, asse, semiasse e quadrante (monete in bronzo e oricalco). Per tutti i fan della pellicola “il Gladiatore”, diretto da Riddley Scott, non può passare certamente inosservato il sesterzo ottimamente conservato dell’imperatore Commodo, databile al 183 a.C.. L’esposizione delle monete si conclude con la quarta ed ultima fila pertinente alla fase tardo imperiale, tra cui un antoniniano di Aureliano e la moneta di Valentiniano II del 387 d.C.
All’interno delle Domus aristocratiche e dei più importanti edifici pubblici romani, vi erano decorazioni con intonaci dipinti. Lo stesso avvenne anche nell’antica città di Cosa anche se, purtroppo, non sempre è stato possibile recuperare queste decorazioni. I frammenti di intonaco dipinto raccolti, però, hanno permesso di ricostruire gli schemi decorativi per ricostruirne le fantasie. All’interno del Museo ne sono esposte alcune porzioni, tra cui alcune appartenenti ad un pannello decorato ad uccelli e motivi vegetali su fondo giallo e cornice blu, proveniente dalla vicina Casa degli Uccelli e risalente al periodo augusteo. Il pannello più grande, presenta una decorazione su più livelli: la parte centrale è organizzata per rettangoli verticali, ad imitazione forse di ortostati marmorei. I colori impiegati sono il rosso, il verde e il giallo. Questo pannello appartiene probabilmente alla decorazione dalla confinante Casa dello Scheletro, in particolare al triclinium della Domus.
Come tutte le antiche città della costa, prima etrusche e poi romane, anche Cosa aveva il suo porto dal quale gli archeologi hanno portato a galla strumentazione da pesca come pesi da rete, ami… parte della decorazione di un antico tempio del porto e numerose anfore da trasporto, di diverse tipologie. Il tempio portuense era probabilmente dedicato al dio Nettuno e il busto di guerriero in terracotta conservato al museo doveva decorarne il frontone, forse inserito in una scena di combattimento. Come già vi ho raccontato diverse volte, le anfore erano i principali contenitori da trasporto, perciò il loro rinvenimento testimonia chiaramente l’attività commerciale che doveva interessare anche questo promontorio affacciato sull’Argentario.
In attesa di pubblicare la prossima parte di questa relazione, dedicata alla ancor più incredibile area archeologica dell’antica città di Cosa con tutti i suoi templi, ulivi e rovine incorniciate da un panorama mozzafiato, vi lascio con una semplicissima domanda: quanto insegna oggi la scuola sulla storia e la vita dei nostri Avi?
Andrea Bonazza