1 Dicembre 2020

AndreaBonazza.info

Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Passeggiando tra i nostri Avi nell’antica città romana di Cosa

Se nel mio precedente resoconto vi ho parlato del Museo Archeologico Nazionale di Ansedonia, oggi vi parlo invece delle meraviglie che lo avvolgono in un contesto mozzafiato sia dal punto di vista paesaggistico, sia da quello storico. Salendo il promontorio a 114 m.s.l.m che da Ansedonia si affaccia sul Mar Tirreno e l’Argentario, si compie infatti un vero e proprio tuffo nel passato; più precisamente un tuffo lungo duemila anni quando, nel 273 a. C., i Romani fondarono qui la città di Cosa Volcenti dopo aver vinto contro gli etruschi di Volsinii e Vulci. Lo strano nome di questo sito deriva da un più antico e piccolo centro etrusco poco distante, forse nella vicina Orbetello, chiamato Cusi o Cusia. Nata come colonia militare, una volta imposta la Pax Romana nella penisola italica, Cosa assume una fisionomia urbana e commerciale, affiancando le altre importanti città lungo la costa come Populonia e Cerveteri e restando ancora oggi uno dei maggiori esempi di cultura urbanistica ellenistico-italica del III secolo a.C..
I pericoli per le città romane affacciate sul Mar Tirreno però non svaniscono come avvenne per quelle nell’entroterra e, nel 70 a.C., Cosa Volcenti viene attaccata e saccheggiata dall’incursione di pirati probabilmente salpati dalle coste del Nordafrica. Da questo duro colpo la città di mare si riprenderà solo in Età Augustea, ovvero dal 44 a.C. al 14 d.C., quando molti edifici pubblici e privati vengono restaurati come vi spiegavo anche nella descrizione dei reperti esposti nel museo. Nonostante questa sua seconda rinascita però, nel II secolo per Cosa inizierà un nuovo periodo di forte declino che porterà la città alla completa decadenza, venendo progressivamente disabitata fino a morire definitivamente nel V secolo. Le antiche aree consacrate però, specie quelle non sconfitte in guerra, difficilmente trovano la morte se le proprie divinità protettrici non ne accettano il riposo… E così, nel periodo altomedievale che va dal VII al X secolo, Cosa cambia nome in Ansedonia diventando un centro di controllo e stoccaggio alimentare.
Ma dopo questo breve riassunto storico, leghiamo le mountain bike al palo del cartello d’entrata dell’antica città e continuiamo il nostro cammino verso Cosa.
Dopo pochi metri salendo tra la fitta vegetazione, ciò che ci troviamo davanti è un imponente cinta muraglia difensiva, lunga 1,5 km, anche se interrotta dai crolli, e in alcuni punti alta forse 7/8m. In epoca romana queste mura edificate con blocchi di pietra poligonali, lo stesso antico stile misteriosamente usato anche a Orbetello, erano munite di 18 torri di osservazione, di cui una circolare, e tre porte in parte ancora visibili: Porta Fiorentina che conduceva all’Etruria settentrionale, Porta Romana che conduceva alla Via Aurelia e quindi a Roma, e Porta Marina dalla quale si scendeva verso il porto di Sub-Cosa sottostante, molto attivo durante la prima guerra punica.
Varcando la Porta Fiorentina, dopo pochi minuti di passeggiata tra ulivi secolari, rovine di case e volte di buche sotterranee delle cisterne d’acqua che servivano le abitazioni, giungiamo finalmente alla domus di Quintus Fluvius sui resti della quale è stato costruito il museo archeologico nazionale rispettando la sua pianta originaria. Del museo però vi abbondantemente già parlato in questo recente articolo:
https://www.andreabonazza.info/2020/08/24/riscoprendo-la-vita-degli-antichi-romani-al-museo-archeologico-di-ansedonia/
Una volta visitato il museo e salutato gli ospitali addetti del Ministero dei Beni Culturali, il nostro viaggio nella storia di Cosa Romana riprende entrando nell’adiacente Casa dello Scheletro, così chiamata dagli archeologi per le ossa umane rinvenute nella cisterna sotto di essa. Una simil-fedele ricostruzione della domus sicuramente appartenuta ad una persona importante, con il suo portico, le anfore a decorare un bellissimo giardino e ancora intatte parte delle mura, e con la sua pavimentazione, i suoi mosaici e i suoi affreschi.
Continuando a seguire il vecchio lastricato tra le rovine millenarie, ci troviamo davanti ad un grande scavo recintato che all’epoca fungeva da cisterna termale, con le pareti intonacate per l’impermeabilizzazione della “piscina” e i resti di quattro grossi pilastri che dovevano reggere la copertura per riparare dal sole i “bagnanti” romani. Ad un tratto però, l’armonioso silenzio di questo posto surreale s’interrompe con lo strano canto di un picchio posato sul ramo di un vecchio ulivo. Dopo aver emesso una sequenza di versi in direzione della mia ragazza, l’animale sacro al dio della guerra decolla deciso verso est e, discutendo sulla magia di questo particolare incontro, decidiamo di seguirlo. Il volo del compagno di Marte ci porta ad alcune antiche rovine ancora in corso di scavi archeologici e non spiegate dalla segnaletica del sito. Probabilmente anch’esse erano case o botteghe, anche se con un po’ di immaginazione sogniamo energie di luoghi ancestrali che ci hanno volutamente chiamato a loro.
Proseguendo la nostra visita agli antenati ci troviamo al Foro, un’area di 90m x 30 con all’interno le rovine degli Atria, ovvero vari edifici con funzioni pubbliche e commerciali intervallati da luoghi sacri. Qui troviamo i basamenti della vecchia Basilica (tribunale romano) a 16 colonne con ancora visibili le gradinate circolari del Comitium, la Curia anche detta Comizio in cui si trattavano le discussioni politiche. Nella cella sud-est della Curia scopriamo ciò che resta di un Mitreo, luogo dedicato al culto di Mitra, divinità del Mediterraneo orientale a cui dal I secolo a.C. erano devoti soprattutto i soldati romani.
Subito accanto al Comitium, spazio dedicato alle cause politico-amministrative, vi sono i resti del tempio dedicato alla dea Concordia, divinità custode dell’armonia nella comunità al di sopra delle controversie generate dai fattori materiali. Questa vicinissima posizione delle due strutture dovrebbe darci un indubbio insegnamento anche per questi nostri tempi moderni in cui troppo spesso la politica si urla addosso per partito preso, senza tenere conto del reale bene della polis.
Tra le tante rovine del Foro protette dai tronchi annodati di vecchissimi ulivi, troviamo inoltre i resti del carcere cittadino, del mercato pubblico detto Macellum, del mercato del pesce detto Forum Pescarium e dell’Aerarium, l’Erario statale in cui si pagavano i tributi a Roma.
Sempre nella zona del foro, passeggiando incantati dal panorama maremmano, ci affacciamo su una delle più recenti grandi zone di scavi (1991-1997), ovvero la Casa di Diana. Come vi raccontavo nel mio resoconto sul museo, il nome di questa villa romana del II secolo venne dato dagli archeologi per via del ritrovamento di una statua raffigurante la dea vergine della caccia, protettrice delle selve, delle donne e degli animali selvatici, custode delle fonti d’acqua e dispensatrice di sovranità. Ammirando il sito risalta subito all’occhio la rovina di un tempietto di età neroniana che presenta ancora alcuni mosaici e affreschi protetti da una tettoia moderna che tende a richiamarne la copertura originale.
Dopo aver ringraziato Diana con un piccolo voto per l’ospitalità ricevuta, ci dirigiamo verso l’ultima tappa di questo nostro straordinario cammino nell’antica città di Cosa; l’Arce o Arx, più comunemente chiamata Acropoli. Giunti nel punto più alto di questa collina percorrendo la Strada Processionale, comprendiamo subito l’importanza spirituale del luogo dall’ordine architettonico di grandi rovine e basamenti che reggevano i templi antichi protetti da una cinta muraria indipendente. Ad accoglierci sulla destra sono i resti del tempio di Mater Matuta da Capua (170 a.C.-160 a.C.), dea dell’Aurora e madre del nuovo giorno; in quanto tale venerata anche come protettrice della fertilità e delle nascite. Le festività in onore alla dea, i Matralia, ricorrevano l’11 giugno e vi potevano partecipare unicamente le donne libere che avessero contratto un solo matrimonio. Il collegamento del tempio a questa divinità è dovuto ai preziosi reperti qui trovati e oggi esposti al museo sottostante.
Dal tempio di Mater Matuta, dopo pochi passi, restiamo a bocca aperta davanti alle rovine di una struttura dall’enorme muro cintario di 20,7 x 25,9m e, per buona parte, ancora alto 9m nelle sue pareti. E’ il Capitolium, l’edificio ultimo della via processionale dedicato alla triade capitolina Giove – Giunone – Minerva, costruito tra il 170 a.C. e il 150 a.C. in prossimità di un più antico tempio, non più visibile e risalente agli anni 240-220 a.C, probabilmente dedicato unicamente a Iuppiter, il sommo Giove padre di tutti gli dei. L’accesso a questo imponente tempio dalla pianta poligonale, avveniva tramite una gradinata di tuffo che conduceva sul podio chiamato Pronao da dove si rimane ancora meravigliati da una lunga e profonda cisterna dalle pareti levigate. Il santuario presentava tre distinte celle dedicate appunto alla sacra trinità Giove, Giunone e Minerva, e aveva un colonnato di 7m di altezza che comprendeva 18m dell’intera costruzione.
Dal secondo secolo d.C. l’Arce viene progressivamente abbandonata a causa della crisi sociale e commerciale che investì l’intera colonia romana fino a quando, nel IV secolo, con parte del Foro rinacque quale centro nevralgico della nuova vita della città. In concomitanza con la creazione di una linea di castra difensivi bizantini contro i Longobardi, furono fortificate maggiormente le mura attorno all’Acropoli assumendo funzione militare come punto di vedetta strategico per il controllo del golfo di Orbetello e della costa verso il vicino Lazio. Proprio da quassù infatti, in questo posto magico si ha una delle più belle panoramiche che il mio allenato sguardo sia mai riuscito a vedere.
Continuando a scattare foto con la reflex, prendo per mano la mia signorina per sedere sulla balconata di queste mura, ancora qui a difendere l’antica Cosa Volcenti, affacciati su uno degli scorci più suggestivi del Mar Tirreno che incornicia il Monte Argentario e parte dell’arcipelago toscano, la penisola di Orbetello e il Tombolo della Feniglia che ci hanno visto pedalare sotto il sole d’agosto, la lunga fascia costiera che si congiunge al litorale laziale intravedendo Civitavecchia e, infine, alcune torri affacciate sul mare  che ci indicano la nostra ultima e affascinante tappa: la Tagliata Etrusca dello Spacco della Regina. Ma questa è un’altra storia…
Andrea Bonazza
Vi lascio in compagnia del breve video con la panoramica dall’Acropoli e alcune foto scattate con la mia Canon
Foto: Andrea Bonazza