29 Ottobre 2020

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Nel nome di Khaled Al-Asaad in una Palmira distrutta dall’ISIS

Un anno fa – il 24 agosto 2019 – il mio viaggio in Siria insieme a turisti italiani e volontari di Solid Onlus, raggiungeva una delle tappe più importanti e sicuramente più ambite dai nostri connazionali: l’antica città di Palmira, cuore millenario del Vicino Oriente. Della magnificenza di Palmira ne sentivo parlare fin da bambino da mio padre che, appassionato di storia romana, mi costringeva bonariamente alla visione del film del 1959 “Nel Segno di Roma” che narra la storia della regina Zenobia e del suo amante romano Marco Valerio. C’è da dire che la regina era interpretata dalla bellissima e prosperosa Anita Ekberg e questo forse spiega lo studio morboso di papà per questa pellicola…

Questa importante meta per l’esclusivo progetto “Turismo Solidale” inaugurato nel 2018 dalla onlus Solidarité Identités, ci ha accolto in uno scenario tanto triste e spettrale, tra le macerie di una sanguinosa guerra che si sta ancora combattendo, quanto meraviglioso e colmo di emozioni difficili da trattenere, tra le rovine di quella che ancora oggi è una delle città archeologiche abitate più antiche del mondo nonostante lo spopolamento e la distruzione della guerra.


Accolti con gioia dall’ospitalità dei soldati dell’Esercito Siriano, abbiamo visitato l’antica oasi con i magnifici colonnati di 30 tonnellate che attraversavano l’intera città, le terme e l’oracolo, la millenaria dogana e la prima ‘borsa’ al mondo in cui si decidevano i prezzi delle merci e il valore dei soldi dei paesi che commerciavano sulla via della seta.
Seguendo l’arco solare e fermandoci dinnanzi alle rovine del maestoso Tempio di Baal, divinità che aveva per i Palmireni la stessa importanza di Giove per i Romani, con un’aquila siriana che ci sorvolava, ammiriamo le rovine del tempio distrutto dai terroristi con una potentissima carica di tritolo, privando in parte, ancora una volta, l’umanità, della vista di questa meravigliosa struttura metafisica.
Pur ammirandone l’imponente costruzione che fu alta ben 18metri, il sangue si gela invece al teatro di Palmira in cui i bambini dei terroristi fucilarono a sangue freddo centinaia di cittadini palmiresi, cristiani e musulmani, colpevoli di non aver aderito alla Guerra Santa islamista.

Una volta entrati nel tristemente noto museo di Palmira troviamo uno scenario inenarrabile; mura trivellate da raffiche di AK47, aree museali sventrate dalle esplosioni, e ancora statue e reperti archeologici, anche di settemila anni fa, distrutti e sfigurati sotto i colpi di mitra e picconi, inferti dall’odio iconoclasta dei fondamentalisti. Alla vista di quel maledetto squarcio insanguinato nella storia, non riesco a trattenere rabbia e lacrime ripercorrendo sul campo quanto ho avuto modo di leggere e studiare sulla tragedia che, solo pochi anni fa, si è compiuta su questo sito e sul museo custodito dell’archeologo Khaled al-Asaad.

La prima impressione entrando nella struttura, è che da quel maledetto 18 agosto 2015 il tempo si sia fermato insieme al cuore del suo eterno custode; Khaled al-Asaad, l’archeologo martire ucciso dall’ISIS che come ogni valoroso capitano si rifiutò di abbandonare la sua “nave”, il suo museo. Per me un vero eroe, di Khaled ho appeso in casa un suo quadretto e alcuni oggetti che mi sono stati donati dalla sua famiglia alla quale sono legato da un profondo rispetto e una preziosa amicizia: i figli Tark, gestore del caffè del museo di Damasco, Khalil Alhariri, nuovo direttore dei musei di Damasco e Palmira, e il giovanissimo Mohammad H Alhariri, nipote dell’archeologo e bravissimo pittore e fotografo che mi invia sempre le sue opere frutto di una grande passione condivisa.

Non potevamo, proprio lì dov’era la sua “casa” e il luogo dove fu decapitato, non ricordare Al-Asaad rendergli onore nel quarto anniversario della morte.
Nella sua nobile umiltà, Khaled è stato un personaggio molto rispettato in tutto il mondo eurasiatico. Diresse per 40 anni il sito archeologico di Palmira per andare in pensione nel 2003. Aveva 11 figli: 6 maschi e 5 femmine. Innamorato della storia del suo popolo, chiamò sua figlia Zenobia in onore alla regina di Palmira che conquistò Siria, Palestina, Giordania ed Egitto, e che egli studiò per tutta la sua vita.


Proprio in un aneddoto raccontato nel corso di un intervista al giornalista italiano Federico Fazzuoli, Khaled al-Asaad disse: “Sconfitta dai romani, Zenobia vide uccisi i suoi più stretti collaboratori ma lei fu risparmiata. Quando l’imperatore romano Aureliano le propose la resa, lei gli rispose: ‘Posso essere solo una regina vittoriosa, altrimenti scelgo la morte’. Anche oggi noi di Palmira siamo della stessa idea: preferiamo la morte alla resa”.
Questo è stato esattamente il sacrificio estremo di al-Asaad, eroe immolato per amore della storia e della Patria, difendendo fino all’ultimo i reperti che giurò di studiare e custodire. Anche davanti ai tagliagole jihadisti che lo torturarono per sapere dove si trovavano le preziose opere d’arte da rivendere sul mercato nero occidentale, volte a finanziare l’acquisto di armi. Informazioni che il martire di Palmira non diede mai ai suoi aguzzini che allora lo decapitarono dopo aver investito e distrutto con i pick-up le mummie millenarie trafugate al museo e che egli studiò tutta la vita.


Muore così ucciso dall’Isis a 82 anni mentre teneva fede al suo sacro giuramento, Khaled al-Asaad, l’archeologo martire il cui spirito oggi è con Zanobia a vegliare in eterno su Palmira.
“Perché noi di Palmira preferiamo la morte alla resa”.

Andrea Bonazza

Foto: Andrea Bonazza