29 Ottobre 2020

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Passeggiando nella città che muore a Civita di Bagnoregio

Millenario borgo arroccato a 443mslm sulla roccia tufacea della valle dei Calanchi, al crocevia tra Umbria, Lazio e Toscana, tra il fiume Tevere e il lago di Bolsena, tra rovine e miti di Etruschi e Romani, Civita di Bagnoregio cattura da secoli fantasie, miti e leggende di genti autoctone e straniere.

Bagnoregio è così chiamata per un impianto termale e curativo nelle vicinanze dove, secondo antiche storie, nel Cinquecento sia guarito un re dalle infermità a cui era destinato, grazie al potere di queste acque. Definita dallo scrittore locale Bonaventura Tecchi “più miracolo che cosa vera”, che la soprannominò “la città che muore”, Civita è soggetta ad uno spopolamento dovuto ai fenomeni franosi che interessano il monte sul quale è stata costruita dall’uomo nel corso dei millenni. Soggetta a continua erosione, va progressivamente restringendosi per il crollo dei suoi argini, non per ultimo ma certamente importante, il terremoto del 7 giugno 1965. Completamente isolata da sembrare quasi sospesa in aria come in una fiaba, il borgo è proteso sul vuoto di due vallate fra precipizi, cattedrali naturali di argilla e sabbia, e calanchi.

Civita è raggiungibile da un ponte pedonale moderno, sopraelevato in cemento armato. La rupe tufacea su cui poggia il borgo era collegata in maniera naturale, da una sella di terra divorata dalle intemperie nel tempo a quella di Bagnoregio, vicinissima all’antico sito. Dal Settecento l’erosione ha ridotto di un terzo la superficie urbana arrivando a divorare nel vuoto due intere contrade.

Il peggioramento della situazione geologica di questa zona, già ricca di colture agrarie in età romana, oltre ai terremoti e alla natura del substrato, lo si è avuto infine per via dell’eccessivo disboscamento di epoca moderna per favorire l’ampliamento dell’agricoltura. Ma se le fondamenta di Civita sono minacciate dall’erosione della sua rupe, questi fenomeni hanno però donato alla vallata circostante un panorama tanto caratteristico quanto meraviglioso, con gli imponenti “calanchi” che, nei loro strati argillosi, richiamano la mente ad una sorta di paesaggio a tratti lunare, a tratti quasi tolkeniano.

Dalle radici rupestri, etrusche e romane, Civita ha conosciuto la dominazione di Goti, Bizantini e Longobardi, prima di subire il dominio della Chiesa. Sulle pareti di tufo che sorreggono il vecchio paesino si vedono ancora tombe a colombario rupestri e tra le strette vie si scorgono portali di basalto, colonne, tombe, fregi e cippi romani come fosse un museo a cielo aperto che ricorda l’eternità della nostra Italia più profonda. Visitando il promontorio di Bagnoregio, sul Belvedere di S.Francesco, prima di imboccare il ponte, sempre godendo della suggestiva panoramica verso Civita è possibile visitare la Grotta di S.Bonaventura, in origine probabilmente tomba etrusca a camera, adattata nel Medioevo a cappella cristiana. Qui nel 1222 San Francesco salvò il giovanissimo Giovanni Fidanza che diventò San Bonaventura, uno dei maggiori filosofi e teologi del Medioevo.

Percorso il lungo ponte che da Bagnoregio conduce a Civita, dopo una breve salita su di una comoda gradinata, le mura della città si aprono ad accogliere i viandanti nella porta di Santa Maria. Un’antica porta etrusca, poi rifortificata in epoca medievale, sulla quale dominano fregi di animali mitologici e che, nel piano superiore della sua arcata, vi era una piccola chiesetta dedicata alla Vergine Maria. In passato vi era un’altra porta importante, Porta della Città, anche detta della Maestà, con annessa anch’essa una chiesina dedicata a Santa Maria della Maestà. In seguito al terremoto del 1695 entrambe scomparvero inghiottite nel vuoto di terra su cui erano state costruite.

Dal nucleo urbano romano fino al terremoto del 1695, piazza San Donato era il centro nevralgico di Civita, con la sua chiesa eretta su di un antico tempio pagano del quale vennero riutilizzati diversi elementi achitettonici, e che venne consacrata a Cattedrale di Bagnoregio fino al 1699. Dinanzi la facciata della chiesa troviamo ancora quattro colonne mozze, in granito grigio, risalenti al periodo romano, che introducono l’ospite alla scalinata dell’edificio sacro. Varcando il portale del Cinquecento, entriamo nell’antica chiesa, tanto spoglia di sfarzosità clericali quanto ricca di elementi storici come le reliquie di S.Vittoria e di S.Ildebrando, vescovo della città nel IX secolo, qui custodite, e il crocifisso ligneo dalle misteriose origini che si erge davanti a noi, rinvenuto in periodo rinascimentale e che offre un Cristo dallo sguardo allucinato e dall’espressione beata. Diversi sono i miracoli attribuiti a questa croce e i vecchi racconti narrano che, durante la processione del Venerdì Santo, quando da Civita viene portato a Rota di Bagnoregio, l’espressione di Gesù diventa insofferente “anelando il ritorno tra i calanchi di Civita”.

Nel 1494 la piazza venne presa a cannonate dalle truppe svizzere e francesi di Carlo VIII che non accettò il rifiuto degli abitanti del borgo di aprire le porte murarie e fornire vettovagliamento ai suoi soldati. Nonostante i vari mutamenti nei passati periodi storici, oggi piazza S. Donato conserva indomita il suo fascino e a proteggerla troviamo ancora davanti alla chiesa l’antico palazzetto comunale di epoca medievale, i resti di una torre, qualche locanda tipica e il Palazzo rinascimentale Alemanni-Mazzocchi.

Continuando la nostra passeggiata lungo l’antico decumano, scopriamo antichi fregi medievali sulle facciate delle case e ci imbattiamo in un cippo funerario romano inciso in latino, e penso a quanto pagherebbero nel resto d’Occidente per avere anche solo una minima parte del nostro patrimonio storico a casa loro, e a quanto noi italiani ancora dobbiamo lavorare per preservarlo e valorizzarlo.

Proseguendo, scendo per una ripida scalinata costeggiando la rupe di Civita tutta costeggiata da profonde crepe nella roccia sulla quale poggiano le case a strapiombo. Dopo qualche metro si giunge di fronte ad una grotta chiusa da grate in ferro; è la chiesetta rupestre di S.Maria del carcere, ricavata da un antico sepolcro etrusco con resti di tombe a schiera e, probabilmente, riadoperata in epoca romana come mitreo. La chiesetta prende il nome dalla contrada del Carcere che sprofondò nella valle durante il terremoto del 1695. Arrivata a bordo della rupe a causa dei franamenti, fu utilizzata come casa-stalla con ancora visibili nei muri le vestigia di mangiatoia, focolare, orciolaio, travi e scale, per divenire infine cappella della Madonna del Carcere.

Subito di fianco alla grotta di S.Maria del Carcere troviamo un’altra grotta, terribilmente colma di immondizia moderna e odori nauseabondi di scarichi umani, che a giudicare dai buchi nelle sue pareti potrebbe aver avuto anch’essa, oltre duemila anni fa, la funzione di colombario funebre. Eh si, per quanto riusciamo in parte ad esaltare i nostri tesori storici e paesaggistici, d’altra parte siamo noi, per primi, il degrado e il boia della nostra Italia che lentamente muore.

Andrea Bonazza

Foto: Andrea Bonazza