28 Novembre 2020

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Indossare il cappello alpino è un amore, un tesoro, un onore

Se è vero che ogni corpo militare ama il proprio basco, berretto, fez… per gli Alpini il cappello raggiunge il sacro. Ricordo ancora quando, bambino, mio padre che degli Alpini era maresciallo, mi regalò il primissimo cappellino da adunata, non una cinesata come quelle odierne ma comunque un piccolo cappello da bancarella per far sentire i “boci” boci un po’ più “veci”, sognando di rivivere le eroiche gesta lette nei libri di storia o narrate dai nonni. Nel 1999 poi, con la chiamata di leva che mi ha formato al CAR del 5°Reggimento Alpini Battaglione Edolo, il mio cappello vero, finalmente, lo ho avuto. Inizialmente somigliava più a un sombrero quasi, visto il divieto assoluto imposto per tradizione da “nonni” e caporali di “banfarlo” prima del Giuramento. Ma poi, una volta urlato a squarciagola il “lo giuro” davanti alla bandiera ed insieme a uno scaglione di adolescenti divenuti uomini, finalmente ho potuto modellarlo coi miei “fra” a suon di grappa e zucchero. Arrivò però poi la tanto attesa assegnazione che mi tolse la smorfia sorridente dal volto; ero stato assegnato ai Cavalieri dell’Aria, gli elicotteristi del 4°Reggimento Aves Altair. Con tutto il massimo rispetto per la storia dell’Aves, rifiutarmi di levare il cappello alpino per sostituirlo con il basco blu non servì a molto e allora, mentre il mio cappello veniva riposto nel buio dell’armadietto, io mi addestravo con la norvegese, il basco o l’elmetto. Finalmente però, un giorno mi chiamarono per notificarmi il buon esito della mia domanda di arruolamento volontario, in quel mitico Battaglione Alpini Morbegno dalla gloriosa storia di eroi ed epiche vittorie. Al 5°Reggimento Alpini di Vipiteno imparai moltissimo ed ebbi l’opportunità di addestrarmi secondo un nuovo corso militare di professionisti. L’Incarico di fuciliere assaltatore con l’ulteriore qualifica di controcarrista, ottenuta con la Scuola Tiri Controcarri tra Feltre e Perdasdefoghu, mi aprirono le porte ad esperienze fortissime vissute gomito a gomito con camerati che sento e vedo tutt’oggi dopo vent’anni. Lui, il mio cappello alpino, è rimasto sempre con me, fino al giorno del congedo in cui mi rifiutai di banfarlo ulteriormente per non commettere blasfemie nei confronti degli eroi che, con la stessa nappina bianca, lo indossarono e con esso combatterono e caddero.

Ogni volta che, per vento o sforzi, il cappello mi cascava o mi casca, ancora oggi me lo rimetto in testa buttandomi a terra per compiere quarantasette flessioni. 47. Il numero della mia gloriosa Compagnia Audace reduce di Fiume, di Russia, di Salò e della maggior parte dei fronti in cui è stato impegnato l’Esercito Italiano da più di un secolo. Ricordo quando nel 2016, ad esempio, sulla punta nord del monte Mali Shindeli, in Albania a ridosso del confine greco-albanese, con una spedizione ardita di CasaPound andammo a commemorare l’eroe della Scuola di Mistica Fascista’, Niccolò Giani, al quale è intitolata la palazzina Comando della mia ex-caserma Menini – De Csroli, e che su quel monte albanese è caduto valorosamente insieme ad un decimato Battaglione Alpini Bolzano. Mi cadde il cappello in una bufera di neve e, di fronte agli altri camerati sbigottiti, affondai le mani nella neve e, a mento alto per tener ancor più alto il cappello, iniziai a “pomparne” 47. Sono cose queste che solo un alpino può comprendere. La sacralità di questo cappello non si compra certo alle bancarelle delle Adunate ma si forgia negli anni tra il sudore, la grappa ed il sangue di uno spirito di corpo e di cameratismo che ci porteremo fin dentro la bara e nell’Aldilà. Su quelle bianche cime di nevi eterne immacolate al sol, dove solo gli Alpini e le aquile possono volare.

Vi lascio adesso con una bellissima citazione di uno dei più grandi scrittori Alpini per eccellenza di memoria storica, Giulio Badeschi, fedele custode della leggenda alpina in terra di Russia.

“È impossibile spiegare appieno cosa significhi per gli Alpini quel loro cappello. Cosa sia è presto detto: un copricapo di foggia piuttosto strana, al tempo stesso popolaresca ed antica, con una cupola di panno infeltrito fornita di un’ala che le gira tutt’attorno, sul davanti abbassata verso gli occhi e all’indietro rialzata sulla nuca; e una penna infine, proterva e scanzonata, puntata diritta verso il cielo dal lato sinistro del cocuzzolo. Ma cosa quel cappello significhi nessun alpino ve lo saprà mai dire per intero. Perché, a spiegarlo, non si tratta di usar parole, ma la vita; si tratta della particolare maniera in cui si dono riempiti i giorni, le ore, i minuti della vita. E chi riesce, alla fine, a tirare le somme e spiegare la vita? Sta di fatto che il personale legame fra l’alpino e il suo cappello era già cominciato sul finire dell’Ottocento, quando il copricapo era ancora di foggia a bombetta rigida e nera, ma da principio quel legame era certamente basato sull’amor proprio, sullo spirito di corpo, perché cappello e penna contrassegnavano, fra tutti i soldati, gli Alpini fin dalla prima occhiata: cappello più penna nera uguale alpino”.

Andrea Bonazza