19 Gennaio 2021

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Alla necropoli etrusca della Banditaccia di Cerveteri

Qualche domenica fa, in compagnia degli ospitalissimi ragazzi dell’associazione “il Pattuglione”, ho avuto finalmente l’enorme piacere di visitare la famosa necropoli etrusca di Cerveteri. Anche se le misure imposte dal Dpcm anti-covid non ci hanno permesso di accedere all’area archeologica museale del Vecchio e Nuovo Recinto, abbiamo però potuto visitare il resto del gigantesco sito etrusco. Uso il termine gigantesco, si! Quanto mai corretto per una delle necropoli più vaste del Mondo Antico; estesa per circa due chilometri e con un complesso tombale di oltre 20mila tombe, nell’intera area mediterranea è seconda solo alla Valle dei Re in Egitto. Dal 2004 la necropoli di Cerveteri è entrata di diritto nella lista UNESCO dei siti Patrimonio dell’Umanità anche se, qui in Italia, dovrebbe entrare di diritto divino nel patrimonio culturale nazionale non solo a suon di parole e depliant turistici. Arrivando dal centro di Cerveteri ci immergiamo in una pineta che ombreggia la strada e che fin da subito offre suggestivi squarci di tumuli come la monumentale Tomba delle Cinque Sedie del VII sec. a.C., chiamata così per il numero di sedili intagliati nel tufo, e l’imponente area dei Grandi Tumuli di epoca orientalizzante. La necropoli della Banditaccia era parallela all’importante città etrusca di Caere, oggi Cerveteri, entrambi edificate su di colline di tufo. Nel corso degli anni, dagli scavi e dalla scoperta continua di nuove tombe risalenti dal VII al I secolo a.C., a Cerveteri continuano ad emergere tesori inestimabili, primo tra tutti per bellezza e rarità è la cosiddetta “Urna degli Sposi” che però, come vi scrivevo all’inizio, non ci è stato possibile vederla come non abbiamo potuto ammirare nessuno dei reperti custoditi nel museo chiuso. Ubi covid minor cessat. Sic!Con in testa la nostra guida odierna appassionata di archeologia e rievocazioni storiche, passate le prime tombe dalle quali i cani al nostro seguito si tengono alla larga ringhiando, entriamo in questa specie di canyon immerso nella vegetazione selvaggia. E’ la Via degli Inferi, il corridoio rupestre tra le città dei vivi e quella dei morti. Tra l’abitato di Caere e le anime della sua necropoli. Fin da subito si rimane affascinati dal contesto naturale che si noda davanti a noi con centinaia di aperture tra le pareti tufacee che sembrano grandi occhi bui di giganti pietrificati a guardia di millenari misteri tutt’ora nascosti dalla folta boscaglia. I camerati più esperti del gruppo ci spiegano che gli etruschi costruivano le tombe sul modello delle proprie abitazioni, così da assicurare lo stesso tenore di vita anche nell’oltretomba. Entrando infatti nelle stesse e osservandole rispettosamente, possiamo notare come all’interno dei sepolcri vi siano riprodotte finestre e colonne scavate nella roccia, e come i letti di pietra preposti all’eterno riposo siano scolpiti nei particolari, dai cuscini alle gambe dei letti intagliate nella pietra. Proseguiamo il nostro cammino all’ombra delle foglie autunnali e delle pareti laviche che custodiscono l’antico culto infero dei morti, scovando pressoché ovunque, a livello del sentiero o arrampicandoci sulle pendici di esso, innumerevoli tombe delle più svariate tipologie; dalle più grandi alle più piccole, con una o più camere, incredibilmente asciutte o ricoperte da muschio e fango. Altre ancora allagate da acqua stagnante che ne rispecchia la perfetta architettura geometrica di soffitti a tetto spiovente. Uno dei sepolcri che rapisce particolarmente la nostra attenzione è la bellissima Tomba delle Colonne Doriche, semidistrutta ma forse unica nel suo genere, per lo meno qui nell’antica Cerveteri. Due grandi colonne in stile greco incastrate a secco reggono l’imponente soffitto composto da enormi massi sui quali sono cresciuti oltre duemila anni di terra e alberi. Una meraviglia che però non tutti possono comprendere, soprattutto a giudicare dalle stupide scritte murales di vernice spray che qualche idiota, a cui spaccherei volentieri le mani e non solo quelle, ha fatto sulle pareti di questa come di alcune altre tombe nelle vicinanze. Nonostante questi odiosi scempi di pochi stupidi, a prendersi cura dell’intera area vi sono i volontari del “Gruppo archeologico del territorio di Cerite” che svolgono puntualmente un grande lavoro gratuito di bonifica, studio e riqualificazione del sito, e ai quali ho lasciato un’umile mancia in cambio di un bel libro che spiega la ventennale attività svolta dall’associazione. Proseguendo la nostra visita in questa città morta, tra i raggi di sole filtrati tra i rami di quercia scorgiamo un nome inciso su un colombario rupestre. “Arth”. Anche se forse nessuno saprà mai chi era, a questo nostro antenato è dedicato oggi il tratto di percorso in cui ci troviamo adesso. Un piazzale anch’esso colmo di tombe scavate nel tufo ma assai più semplici e umili rispetto alle prime che abbiamo visitato. Un luogo silenzioso e chiuso nell’intimità del lutto che lo abita. Anche qui, decine e decine di tombe che nel taglio seguono i lineamenti della roccia, con le radici di vecchi alberi intrecciate ad esse come a rigenerare nuova vita dall’alone infero al quale questo luogo è votato in eterno. Trovando una lapide con sul dorso un’incisione quadrata e una rotonda, la nostra simpatica guida ci racconta questa curiosa particolarità; ovvero che queste lapidi venivano poste all’ingresso delle tombe per descriverne la sessualità dei componenti familiari che vi erano sepolti. Se per il maschio corrispondeva il cerchio nel quale veniva inserito un cippo dalla forma fallica, il quadrato era invece sinonimo di casa e, quindi, della donna che ne proteggeva il focolare. Potrebbe sembrare una sorta di censimento sulla mortalità dell’epoca, ma in realtà potrebbe essere anche mille altre cose molto più semplici o molto più spirituali e, senza studi a riguardo, di certo non mi addentro in ulteriori confusionarie riflessioni. Rimaniamo comunque sbalorditi dal racconto della guida quando, indicando alcuni canali di scolo intagliati nella pietra e nella pavimentazione del sentiero, ci spiega che per evitare allagamenti nelle tombe, gli Etruschi avevano messo in opera un particolare sistema di ingegneria idraulica che potesse mantenerle il più possibile all’asciutto.

Con un piccolo corso d’acqua che scorre nel bosco termina il sentiero della Via degli Inferi. Qui rimaniamo affascinati da una cascatella e dal lungo tunnel scavato sotto il ponte naturale e attraversato dal sentiero, con il quale gli Etruschi hanno unito i flussi d’acqua che giungevano dall’alto con quelli che volevano portare nella sottostante Valle del Manganello. Andando dal lato opposto alla vallata appena citata, dopo un ulteriore tratto di bosco arricchito da piante di alloro, costeggiamo le antiche mura difensive dell’acropoli, in alcuni punti alte anche 10 metri e composte da grossi blocchi di tufo, incastonati a secco, e nel mezzo dei quali la natura ha spinto per fiorire con le sue radici e i suoi germogli, divenendo un vero e proprio monumento naturale del nostro popolo. Continuando a camminare lungo il sentiero, ad un tratto ci lasciamo alle spalle l’ombra del bosco per riemergere su collinette aride con piante a basso fusto dove, qua e là, troviamo alcuni recenti scavi e antiche tombe a fossa di epoca villanoviana. Le colline danno alla nostra vista un’idea più ampia dell’estensione di tutta la necropoli in ogni direzione, fino ai monti in lontananza, al mare e alla moderna Cerveteri. Di rientro verso il parcheggio, visitiamo per ultima la necropoli del Laghetto; una vasta area sepolcrale su di una collinetta rocciosa che presenta disordinatamente circa cinquecento tombe dalle forme, strutture ed epoche più varie, rigorosamente scavate nel tufo in un contesto da paesaggio lunare. Ci perdiamo ad ammirare e fotografare questo museo a cielo aperto, camminando tra tombe villanoviane e quelle a pozzetto, tra tumuli circolari e sepolcri a più camere, scendendo nel sottosuolo per esplorarli nel loro antico fascino; attraversando oltre mezzo millennio di storia italica nei diversi stili sepolcrali, scorgiamo ancora i colori dipinti sulle loro pareti, resistiti alle intemperie dei millenni.

Questa escursione comunitaria alla necropoli della Banditaccia è stata veramente un grande piacere che ricercavo da tempo. Ringrazio di cuore il buon Claudio insieme ai camerati della zona per avermi dato questa bellissima occasione. Sicuramente, con l’apertura dei musei in un mondo senza pandemie, tornerò presto a Cerveteri per approfondire meglio la sua storia e per poi tornare a banchettare in una fraschetta assaporando le delizie tipiche locali, condite dal più forte e agricolo vino rosso e dalla compagnia sempre gioiosa di camerati e amici con nel cuore quei vecchi irriducibili sogni che, in giornate come questa, trovano pace e sano nutrimento.

Andrea Bonazza

Come sempre vi lascio adesso in compagnia di qualche foto che ho scattato alla necropoli…