14 Aprile 2021

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Il socialismo nazionale di Maradona tra calcio, Castro e Ahmadinejad

Oggi tutti piangono Maradona, quel numero 10 dell’Argentina e del Napoli che di fatto rimane il numero 1 indiscusso del calcio. Tutti piangono il Maradona cocainomane che ha distrutto una carriera sportiva da supereroe divenendo, con la sua tossicodipendenza e con i rapporti con i boss della malavita, un cattivissimo esempio per i giovani, sportivi e non, che hanno creduto e credono in lui. Come una fede che crolla nel momento in cui il Dios si fa carne e debolezza schiava dei mali della società moderna del consumo. Ma è un’altro il Diego Armando Maradona di cui voglio parlarvi oggi; si, perché semi-nascosta dai riflettori della sua vita professionale e del gossip, c’era una Mano de Dios che levava il pugno, rigorosamente sinistro, contro quelle che Maradona considerava le ingiustizie dei tiranni del globo. So che per alcuni farà alquanto strano leggere queste mie parole in difesa del Maradona di sinistra… ma di certo, il socialismo sudamericano, è quanto di più lontano vi possa essere oggi dalla sinistra italiana o europea. Il socialismo sudamericano ha ancora in sé un idea di patria e sovranismo che qui, a casa nostra, sarebbe dalla sinistra stessa tacciata di “fascismo”. E allora, rimescolando provocatoriamente le carte in tavola, oggi vi parlo di quel Maradona un po’ “fascista” che sosteneva i regimi e le idee del socialismo nazionale anti-imperialista. Antiamericano. Argentino, sudamericano, ma non solo.

Diego Armando aveva la più famosa immagine di Ernesto Che Guevara tatuata sul braccio. Non come alcuni compagniucci di casa nostra che paragonano l’eroe della rivoluzione cubana ad una rockstar effeminata… no, Maradona credeva realmente nella causa del Che e ne ammirava la temerarietà. Da argentino come lui, cresciuto tra le baracche delle favelas, Diego usò il suo piede sinistro per cambiare la sua vita e donare nuovi sogni ai giovani poveri sudamericani, proprio come Guevara usò le sue mani, da medico, per curare e salvare i proletari argentini. Ma come per il Che, anche Maradona cercava qualcosa di più della carriera professionale, di una vita materiale. Anche se non coinvolto in prima linea nella guerriglia o in lotte fisiche esplicite, Maradona negli anni incontrò e si schierò con i giganti del socialismo; da Fidel Castro che lo aiutò nella disintossicazione dalla cocaina, al comandante venezuelano Hugo Chavez con il quale parlò contro Bush e gli USA dal palco di una manifestazione oceanica, fino ad arrivare al criticatissimo ex presidente iraniano Ahmadinejad al quale regalò una sua maglia col numero 10. Ma Diego sostenne anche Maduro, Dilma e Lula in Brasile, Pepe Mujica in Uruguay, Morales in Bolivia e Ortega in Nicaragua, dal campo di giuoco si alternava a testimonial militante per le cause sociali dei popoli, sempre contro quell’inattaccabile nemico comune, quegli Stati Uniti d’America che a suon di guerre ed embarghi hanno incatenato il mondo.
Ma parlando di Sudamerica e imperialismo, non si può certo dimenticare il goal più politico di Maradona. Forse il più bello e importante che, proprio ai mondiali del Messico nel 1986, dopo soli quattro anni dalla guerra nelle isole Falkland tutt’ora contese tra Argentina e Regno Unito, con la sua maglia numero 10 della nazionale argentina Diego segnò due reti che, come cannonate, vinsero e riscattarono la sua patria dal colonialismo inglese. Uno di questi goal fu un tocco di mano con il quale l’atleta si guadagnò il soprannome de “la mano de Dios”. “Quel goal è stato come rubare il portafogli a un inglese” commentò tempo dopo Maradona sbeffeggiando i tanto detestati nemici colonialisti della Union Jack.
Ma anche qui da noi, in un’Italia ancora troppo divisa tra nord e sud, ricchi e poveri, con indosso la casacca azzurra del Napoli Maradona non perdeva occasione per condurre la sua lotta sociale contro i poteri forti del calcio; da quella Figc che lo squalificò per doping fino alla Juventus di Giovanni Agnelli, simbolo della ricchezza italiana e del potere industriale. Anche nello sport. “Voglio diventare l’idolo dei ragazzini poveri di Napoli – sognava Maradona nelle interviste – perché sono come ero io a Buenos Aires”. Purtroppo però, nella sua Napoli che oggi gli dedica lo stadio San Paolo, Diego ha rappresentato anche uno degli esempi più negativi per quei giovani “scugnizzi” dei quartieri popolari. Seguendo le sue orme e quelle di tanti, troppi come lui, infatti, sono sempre troppi i ragazzi partenopei che hanno appeso le scarpe da calcio al chiodo per seguire le strade e i vicoli della droga.
Diego Armando Maradona rimarrà in eterno uno dei calciatori più forti ed emblematici della storia. Rimarrà lo sportivo che più di altri ha cavalcato le sue doti e la sua arte da condottiero rivoluzionario in perenne lotta contro le ingiustizie sociali. Rimarrà un patriota simbolo della sua amata nazione argentina. Ma, Maradona, rimarrà anche l’uomo in lotta con le sue debolezze contro le quali ha perso la sua più difficile battaglia personale; quella contro la droga. Questo si, dev’essere forse il suo ultimo insegnamento più grande.
Andrea Bonazza