5 Luglio 2022

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Il mito di Demetra e Erisittone che ci insegna a rispettare gli alberi

Tornando alla nostra Demetra, dopo le doverose presentazioni nel precedente articolo, oggi vi racconto della leggenda della dea severa con Erisittone, figlio di Triope, re della Tessaglia citato anche da Dante nella Divina Commedia nel XXIII canto del Purgatorio e, come in questo caso, dal poeta romano Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi. Monarca tiranno, Erisittone disprezzava gli dei senza temerne la collera. Ne sacrifici o profumi dedicava sugli altari votivi, convinto di decidere lui stesso per il suo destino garantito dal potere; come un moderno ateo con in tasca denaro, logica e verità prive di riconoscenza e senza alcun senso verticale della vita.
I Pelasgi avevano dedicato a Demetra un bosco sacro nel suo regno, a Dozo, dove sotto la più vecchia e possente quercia, adornata di corone e festoni di ringraziamento per i voti esauditi, danzavano a cerchio attorno a lei le ninfe Driadi. Per costruirsi una nuova sala destinata ai banchetti di corte, con venti uomini Erisittone si recò nel bosco per abbattere gli alberi e, in particolar modo, la maestosa quercia sacra. L’etimologia stessa del nome “Erisittone” significa “che taglia la terra”, quindi che disbosca per coltivare, azione considerata di superbia umana e di affronto agli Dei. I compagni di Erisittone infatti si rifiutarono di compiere un simile sacrilegio e così fu lui stesso ad impugnare l’ascia. Demetra allora si trasformò nella Ninfa Nicippe e tentò di far desistere il re ma questo, con prepotenza, minacciò la dea con la scure. Demetra condannò allora l’uomo ad una punizione eterna, soffrendo per sempre la fame pur mangiando in continuazione. Per completare tale maledizione però, Demetra dovette attivare Limòs (Fame), dea delle carestie figlia di Eris, e inviò una ninfa a cercarla nella gelida Scithia, gigantesca regione che ad oggi và dall’Iran alla Russia. La ninfa trovò presto Limòs, tanto scheletrica quanto ingorda a divorare le poche erbe rimaste di un terreno arido e roccioso, e le dette gli ordini impartiti da Demetra. Fame obbedì e volando con il vento giunse dal re della Tessaglia abbracciandolo nel sonno e, quindi, condannandolo a mangiare in eterno senza mai saziarsi. Così fu; all’alba Erisittone si gettò a banchettare e, più i suoi denti azzannavano il cibo, più egli diveniva magro. Con il passare degli anni, il continuo bisogno di nutrirsi fece cadere in disgrazia economica l’intera famiglia reale e, Erisittone, fu costretto a mendicare e rovistare nella spazzatura per sopperire al suo maledetto bisogno. Mestra, sua figlia amante di Poseidone, grazie al dono della trasformazione avuto direttamente dal dio del mare, al fine di guadagnare il denaro per cibarsi ogni giorno si tramutava in schiava che il padre poteva vendere e rivendere al mercato per poi scappare ogni volta dal padrone di turno. Erisittone però, oramai impazzito e sempre più famelico e scavato, finì per divorare sè stesso.
Il significato di questo antico mito greco che vi ho appena raccontato, è quello che, nonostante Demetra fosse la dea buona dispensatrice di messi e di leggi di pace, era altresì temuta dagli uomini perché in grado di creare carestie. Oggi, sempre a causa della superbia umana nei confronti della natura, paghiamo a caro prezzo i disboscamenti, spesso causa di valanghe, frane e alluvioni. Proprio come le radici che gli alberi secolari affondano nel terreno garantendo stabilità e protezione allo stesso, così le nostre radici culturali e letterarie dovrebbero ancorarci, anche con questi miti, a un sapere più alto. Nel rispetto delle nostre tradizioni, della terra e della natura tutta.
Andrea Bonazza
fotografando Demetra a Palazzo Altemps, Roma