1 Luglio 2022

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Il mito di Tantalo, insegnamento dimenticato da un Occidente avido

Oggi vi parlo di un altro mito classico dell’Antica Grecia legato al culto di Demetra e ai Misteri Eleusini. Vi racconto del ricco Tantalo, re di Sipilo in Lidia, oggi Turchia, uno dei figli di Zeus che lo ricopriva di regali ma al quale sottrasse i segreti degli Dei approfittando della loro benevolenza. Il re di Sipilo violò anche le regole della Xenia, le antiche leggi sull’ospitalità dei Greci, e tentò di rapire Ganimede, re dei Troiani, rubando Il nettare divino, l’ambrosia, che distribuì ai propri sudditi. Tantalo organizzò anche il furto, commesso da Pandareo, del cane d’oro creato da Efesto per custodire il tempio di Zeus a Creta. Tantalo era dunque meschino e alla perenne ricerca di ricchezze, a qualunque costo, e molte furono le sue cattiverie contro uomini e Dei; una su tutte divenne famosa in tutta la Grecia per la sua crudeltà.

Tantalo aveva invitato le divinità ad un banchetto e per far bella figura aveva ucciso e cucinato per loro suo figlio Pelope, ma i signori dell’Olimpo si accorsero dell’inganno, ad eccezione di Demetra che era ancora sconvolta dalla sparizione della figlia Persefone di cui vi scriverò in seguito… Ignara quindi, Demetra mangiò una spalla di Pelope. Il dio Hermes, messaggero dei dodici Dei olimpi, mise in un calderone tutte le parti del corpo di Pelope che abbondavano il banchetto e le cosse insieme per riportare in vita il figlio di Tantalo. Al giovene resuscitato però mancava la spalla mangiata da Demetra e, i suoi discendenti, ereditarono da Pelope una macchia bianca sulla spalla a memoria e monito di quella vicenda.

La punizione del padre altissimo nei confronti di Tantalo fu quella di spedirlo nel Tartaro, il sottosuolo tenebroso prigione del male, perennemente assetato e affamato, minacciato in eterno sotto ad un’enorme masso che avrebbe potuto schiacciarlo in ogni momento. La grande pietra era legata ad un albero ricco di frutti che era impossibilitato a cogliere perché appena li si avvicinava, il vento li allontanava dalle sue mani. Immerso fino al collo in un lago, questo si seccava appena egli provava a berne l’acqua dolce.
Oggi il nome di Tantalo e la sua punizione divina sono associate a quelle persone che, avide, ricorrono a sotterfugi per raggiungere qualcosa di inarrivabile.
Il grande pensatore prussiano Arthur Schopenhauer, ne “il mondo come volontà e rappresentazione”, impiegò il mito di Tantalo come esempio della eterna insoddisfazione: “Contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno 10 insoddisfatti, inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con spilorceria”.
Seguendo il mito e tutti gli insegnamenti che ne derivano, oggi, ci si può accorgere di vivere in una società, quella del profitto, che ruota nel senso esattamente contrario alla Tradizione. Viviamo infatti in un mondo popolato e governato dal lato peggiore di uomini sempre più bramosi di potere accumulato sulla pelle di altri, con scorrettezze etiche che, seppur abitudinarie in epoca moderna, farebbero vergognare di noi i nostri avi trovando i vari Tantalo in posa su copertine patinate di riviste bramate dai nuovi apprendisti dell’avidità.
Andrea Bonazza