14 Aprile 2021

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Il sacro Fuoco di Vesta che veglia su Roma

“Tieni conto che Vesta non è altro che la fiamma viva, e dalla fiamma non vedi nascere mai nessun corpo. Giustamente dunque è vergine, non riceve e non rende nessun seme. e ama chi ha la stessa sua condizione”. (Ovidio, Fasti)

Bentornati sul mio blog per proseguire il nostro viaggio iniziato con Hestia nell’Antica grecia e che farà ritorno all’Origine, in quell’Italia arcaica nella quale la centralità spirituale del Fuoco era l’essenza dell’ordine comunitario. La nostra Vesta. Dal mondo dei vivi, nell’antichità, i popoli italici si affacciavano all’Oltretomba per mezzo di una porta chiamata “Mundus” e scavata durante l’atto di fondazione di una città. Come vi ho scritto precedentemente riguardo la Dea Cerere, l’antichissimo rito romano del Mundus, probabilmente di matrice etrusca, prevedeva una fossa scavata in prossimità del santuario di Cerere, “sacerdos Cereris mundialis”, oppure all’incrocio tra il cardo e il decumano delle città, per poi essere coperta da pietre e venire riaperta solamente in occasione dei tre giorni di Mundus Patet, letteralmente “la fossa si apre”. Secondo Plutarco anche Romolo nell’Urbe scavò un Mundus Romuleo nel momento della Fondazione di Roma. Il rito che consacrava la fondazione delle città, oltre agli aspetti materiali di sgombero da ostacoli naturali e architettonici precedenti, e la costruzione di un tempio in terra e un templum in aere, prevedeva la praecatio, la supplicatio e formule religiose in cui si sanciva la forza dell’urbs e i confini di essa. Solo in seguito il sacerdote poteva compiere l’inauguratio in cui si chiedeva la benedizione di Giove e quindi scavare l’umbilicus Urbis, attendendo poi i segni divini per trarne gli auspici. Tra leggenda e scienza archeologica, così fu anche per Romolo che, una volta compiuto il sacrificio rituale, scavò il Mundus gettandovi dentro le primizie e costruì un ara sacra dove accese il fuoco alla Dea Vesta. Solo allora pronunciò il nome segreto di Roma tracciandone il solco.

“O Giove assistimi mentre fondo la città,
e tu, padre Marte, e tu Madre Vesta;
osservatemi tutti, o dei che è pio invocare!
Sotto il vostro auspicio abbia inizio questa mia opera.
Abbia essa una lunga età e il potere sul mondo domato,
e sia sotto di lei il giorno che nasce e che tramonta.”
(Ovidio, Fasti)
Dunque a Roma la greca Hestia fu venerata come Vesta figlia di Saturno e di Opi; “Vesta populi romani” come ci racconta Cicerone, e il Mos Majorum stesso, i valori fondanti della romanità, erano direttamente collegati alle virtù di Vesta e come Hestia il singolo individuo impersonava Roma e tutta Roma era un’unica entità, per un concetto più alto di Nazione. Un intero popolo unito dalla sacralità della prima fiamma che guidava lo Stato, che a sua volta proteggeva i cittadini, cittadini che offrivano alla divinità il Fuoco sacro custodito dalle Vestali che ne incarnavano la verginità, il mistero e il volere della Dea. All’origine del culto romano del Fuoco di Vesta vi è quindi lo stesso Natale di Roma in cui Romolo e Remo vengono concepiti dall’unione di Marte con Rea Silvia, figlia di Numitore il re di Albalonga. Da Albalonga discendono infatti anche le Vestali che a Roma il secondo re Numa Pompilio organizzò in ordine sacerdotale, con il principale incarico di vegliare sempre sul sacro fuoco e preparare sacrifici e cerimonie. Ma di questo ve ne parlerò nel prossimo articolo perché le Vestali meritano un approfondimento a parte, soprattutto in queste dodici notti sacre pre solstiziali…
“Sii propizia, Vesta! In tuo onore apro le labbra se mi è lecito di partecipare ai tuoi riti. Ero assorto nella preghiera, ho sentito il potere divino, e la terra è brillata, lieta, di luce porpurea. Non ti ho visto, Dea, non potevi esser vista da un uomo.” (Ovidio, Fasti)
Andrea Bonazza