7 Maggio 2021

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Scoprendo l’antico villaggio etrusco al Lago dell’Accesa

Se il lockdown impedisce da una parte la visita dei musei, chiusi dai Dpcm del governo Conte, dall’altra parte fortunatamente non ha alcun potere sui siti archeologici all’aria aperta. Almeno fino a quando le guardie di questo nuovo terribile Grande Fratello orwelliano non mi coglieranno in fallo.

L’escursione di cui vi parlo oggi è in un luogo molto suggestivo dell’Etruria grossetana; tra il bellissimo borgo medievale di Massa Marittima e l’importante città etrusca di Vetulonia, affacciate sul misterioso Lago dell’Accesa, troviamo le rovine di un antico insediamento etrusco scoperto durante il Ventennio Fascista tra il ’23 e il ’36 dagli archeologi Doro Levi e Gaetano Badii, e portato alla luce negli anni ’80.
Camminando in un fitto bosco di lecci, querce ed ornelli a pochi passi dal lago, ci si imbatte in cumuli di sassi immobili da migliaia di anni che delimitano i perimetri di quelle che erano case e tombe di un villaggio Del VI secolo a.C.. Gli edifici erano realizzati con tecniche costruttive proprie del periodo etrusco, come ho già avuto modo di vedere in altri splendidi siti maremmani; blocchi di pietra irregolari e tracce di pavimenti in argilla battuta è ciò che rimane di costruzioni che, consultando alcuni libri, scopriamo essere state edificate con pareti in legno, paglia e collante argilloso, con tetti coperti da tegole e coppi.
Nei pressi dell’insediamento millenario troviamo il fiume Bruna che permetteva agli abitanti il passaggio di merci in collegamento con il centro proto-urbano e le vicine miniere metallifere di Serrabottini e Fenice Capanne in cui, molto probabilmente, parte degli abitanti del villaggio lavoravano. L’area archeologica è suddivisa in quattro piccoli quartieri; entrando nel quartiere A, in uso vicino al corso del fiume fino al I secolo d.C., ci si accorge che non segue un piano urbanistico preciso come per altri siti ma, anzi, se facciamo eccezione per alcune abitazioni ben allineate e composte da più vani, dà quasi l’idea che le costruzioni siano state forse più affidate al caso, probabilmente sfruttando pendenze e pianori naturali del terreno, costruite un po’ alla rinfusa attorno a quelle che dovevano essere le case ben più grandi di famiglie di ceto medio-alto.
Salendo sul crinale della collina di Macchia al Monte troviamo poi il secondo quartiere (B) composto dalle fondazioni di nove complessi abitativi, alcuni dei quali risalenti al VII secolo a.C., e da più antiche tombe; fatto questo abbastanza strano per le nostre conoscenze archeologiche e che fa supporre che antecedentemente al nucleo urbano vi fosse qui una necropoli. Anche in quest’area troviamo una netta differenza nelle abitazioni, la maggior parte delle quali raggiungono massimo i tre vani, con le rovine di un solo grande edificio isolato a sei/sette stanze, probabilmente appartenuto alla famiglia del capo della comunità. Spostandoci verso il bosco scopriamo alcune tombe a formare una piccola necropoli che si inoltra tra la fitta vegetazione di muschio ed alberi ad alto fusto, con i resti di tre tombe a camera ed una a fossa recentemente scavate o da qualche tombarolo abusivo, oppure, più probabile, dalla ingordigia dei cinghiali che popolano la zona.
Riscendendo il piccolo sentiero avvolto dalle serrate file di alberi, arriviamo al quartiere C affacciato sul Lago dell’Accesa. I sassi che formavano piccole abitazioni anche qui ne circondano una dalle misure più imponenti, probabile residenza del capo villaggio o di chi dirigeva i lavori di quest’area che risulta esser stata prettamente artigianale, come suggeriscono i rinvenimenti di forni per la fusione dei metalli e la vicinanza con l’elemento acquatico, indispensabile per i loro processi di lavorazione. Anche in quest’area troviamo inoltre una necropoli del VIII e VII secolo a.C., testimoniata da tombe a tumulo e a fossa riconoscibili quasi unicamente dalla segnaletica del parco archeologico.
L’ultima parte (D) di questo affascinante luogo, è stata purtroppo stravolta dal passaggio della seconda guerra mondiale che qui ospitò un un’accampamento militare che ci ha lascia ormai poco da vedere oltre alle fondamenta di quattro edifici.
Per non chiudere questa recensione con la tristezza di un tesoro perduto e la rabbia nel non poter visitare il Museo Archeologico di Massa Marittima in cui vi sono esposti i reperti rinvenuti durante gli scavi, vi lascio come sempre in compagnia di qualche foto e vi racconto una vecchia leggenda che aleggia sul Lago dell’Accesa, sperando non sia vera affinché dalle sue acque possano un domani riemergere altri importanti reperti che riescano ad aiutarci a comprendere la misteriosa vita dei nostri padri Etruschi…

La leggenda narra che fino al 26 luglio del 1218, al posto del Lago dell’Accesa vi si stendeva una pianura coltivata e che, proprio quel giorno sacro a Sant’Anna che era la protettrice dei mietitori, alcuni contadini anziché rispettarne il giorno di festa e contemplazione decisero di scendere comunque nei campi a mietere il grano. A mezzogiorno il cielo si oscurò scaricando un diluvio sulla pianura e il terreno tutto in torno cominciò a tremare come un terremoto. Una gigantesca voragine si aprì dal terreno inghiottendo con lingue di fuoco infero il grano maturo, gli animali e il paesino con i suoi abitanti. Cessata l’ira divina sprigionata nella natura, laddove prima vi erano fiorenti campi ora si estendeva uno specchio d’acqua torbida che emanava ancora nelle sue viscere fiammeggianti bagliori rossastri che, secondo la tradizione, diedero alla zona lacustre il nome di Lago dell’Accesa. Ancora oggi c’è chi nel giorno di Sant’Anna, il 26 luglio, racconta di sentir provenire dal fondo del lago grida umane, nitriti di cavalli e i rintocchi spettrali delle campane del vecchio paese condannato dalla Santa.

Andrea Bonazza 
Foto: Canon, Andrea Bonazza, novembre 2020