8 Marzo 2021

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Riscoprendo l’Eneide, libro primo, Cartagine

Riscoprire i grandi classici della letteratura ha sempre un sapore romantico, specie se li riprendiamo in mano dopo tantissimi anni; da quelli spensierati passati da sognatori sui banchi di scuola, quando ci si andava, a questi, attuali, dominati da un annichilimento culturale e spirituale che è assai peggiore di qualsiasi virus che ci chiude in casa. Leggere oggi l’Eneide con testo latino a fronte pagina, alla soglia dei quarant’anni e mentre l’ennesimo governo debole crolla sotto il peso dell’individualismo, mi sta regalando emozioni d’altri tempi; un miscuglio viscerale di identità epica e immersione nelle origini arcaiche della nostra civiltà. Di quell’Italia che si forgiò dalla volontà divina per innaffiare con una lunga genealogia di sangue il nostro sacro suolo. L’Origine. Laddove su postuma indicazione di Augusto e per mano di Virgilio guidata dalle muse, tutto incominciò.

O regina, cui Giove concesse di fondare una nuova città e di tenere a freno con la giustizia genti superbe, noi infelici Troiani, spinti dai venti per tutti i mari, ti preghiamo: tieni lontano il fuoco orribile dalle navi, abbi pietà di un popolo pio e guarda più da vicino le nostre vicende. Non siamo venuti a saccheggiare con le armi i Penati libici o a portare sul lidi prede strappate; i vinti non hanno tale forza nell’animo né tanta superbia.
Vi è un luogo, i Greci lo chiamano Esperia, una terra antica, potente d’armi e di fertili zolle; la abitarono gli Enotri; ora è tradizione che i figli abbiano chiamato la gente Italia dal nome di un capo.
Questa era la rotta, quando il tempestoso Orione, levandosi all’improvviso sui flutti, ci spinse sulle secche nascoste e ci disperse lontano fra le onde e gli scogli inaccessibili, sotto i colpi di Austro sfrenato, sopraffatti dal mare; siamo giunti qui a nuoto sulle vostre spiagge. Qual’è questa stirpe d’uomini? Quale patria tanto barbara permette questo costume? Ci è negata l’ospitalità della sabbia; muovono guerra e ci impediscono di mettere piede sulla riva. Se non tenete conto del genere umano e delle armi degli uomini, almeno ricordatevi degli dei, memori del bene e del male. Il nostro re era Enea, di cui non ci fu altro più giusto per religiosità, né più grande in guerra e in armi. Se il fato lo tiene in vita, se egli respira ancora, se ancora non giace fra le ombre crudeli, non c’è timore, non pentirti di essere stata la prima a rivaleggiare in generosità. Vi sono nostre armi e città in Sicilia e il nobile Aceste è di stirpe troiana. Ci sia permesso di tirare in secco la flotta squassata dai venti e dal legno dei boschi adattare l’alberatura e far uscire i remi, se ci è concesso di dirigerci in Italia e, ritrovati i compagni e il re, cercare fiduciosi l’Italia e il Lazio; se invece la speranza è perduta e il mare di Libia ti ha preso, ottimo padre dei Teucri, e non c’è più speranza di ritrovare Iulo, ditigiamoci almeno alle coste della Sicilia e alle sedi già preparate, da dove siamo stati spinti fino a qui, e al re Aceste.
(Ilioneo a Didone)
 
Ispirato dalla musa, nel primo libro dell’Eneide il sommo poeta inizia a narrare le avventure dei profughi troiani in viaggio da sette anni verso l’Italia e che, attraversando il mare tra la Sicilia e la penisola, naufragano sulle coste di una neonata Cartagine ancora in costruzione, dopo che, sedotto dall’offesa Giunone che gli promise di una ninfa in sposa, il dio Eolo scatenò i venti Euro, Austro, Zefiro e Borea contro le venti imbarcazioni dei Troiani in fuga dalla patria distrutta nell’Iliade di Omero. Dal fondo del mare Nettuno si irò per l’arroganza mostrata da Eolo e Giunone nello sconquassare il mare e ripristinò la calma sulle acque permettendo alla sparpagliata ciurma di Enea, rimasta con sole sette navi, di approdare sulla terra ferma libica. Colti dallo sconforto, gli esuli vennero incoraggiati così da Enea:
O compagni, da gran tempo non siamo ignari di mali, o voi che avete sopportato cose più gravi, un dio porrà fine anche a queste.
Voi vi siete accostati alla furia di Scilla e agli scogli che risuonano in profondità, voi avete conosciuto le rupi dei Ciclopi: riprendete coraggio e scacciate il timore che vi rattrista; forse un giorno sarà bello ricordare anche questi fatti. Tra diversi avvenimenti e tante situazioni rischiose cerchiamo di raggiungere il Lazio, dove il fato ci fa vedere la sede della nostra pace; lì è legge divina che risorga il regno di Troia; resistete e serbatevi agli eventi favorevoli. (Enea)
Ansiosa per le sorti del figlio avuto con Anchise, Venere implorò Giove di proteggere Enea affinché riesca ad arrivare nel Lazio e dar così vita alla stirpe romana che dominerà il mondo. Mentre il padre degli dei inviò Mercurio a Cartagine per vegliare sui Troiani naufraghi, assunto l’aspetto di una giovane cartaginese, Venere comparve a Enea, approdato in una zona distante rispetto alla spiaggia che accolse i suoi compatrioti, per narrargli la storia di Cartagine fin dalla sua fondazione, per mezzo dei Fenici al seguito della regina Didone, anch’essa in fuga da Tiro dopo che il fratello Pigmalione ne uccise il marito per affermare il proprio potere. Venere avvolse Enea e Acate in una sorta di nuvola nebbiosa, in modo da passare inosservati salendo su di una collina dalla quale poterono vedere le neonate imponenti costruzioni di Cartagine, poi i due entrarono nel tempio di Giunone le cui pareti raffiguravano gli episodi della Guerra di Troia. Enea allora vide la regina Didone mentre accoglieva e ascoltava i suoi fratelli troiani dei quali aveva perso traccia nel naufragio, e momentaneamente guidati dal saggio amico Ilioneo intento ad invocare alla regina maggiore accoglienza da parte del suo popolo. Didone rispose positivamente invitando i troiani a rimanere ospiti nel suo regno per tutto il tempo che avrebbero voluto e, all’improvviso, la nuvola che avvolgeva Enea e Acate svanì e i due apparvero alla regina e ai loro vecchi amici completando nel miglior modo il felice momento. Mentre Acate venne inviato da Enea alle navi per recuperare il piccolo Ascanio e alcuni doni in ringraziamento all’ospitalità della regina, al banchetto di corte Didone si innamorò dell’eroe troiano grazie alla magia di Cupido inviato da Venere. Enea raccontò allora le mille avventure che dovette affrontare insieme al suo popolo esiliato.
O dea, se prendessi a raccontare risalendo all’origine prima e ci fosse il tempo di ascoltare la storia delle nostre sofferenze, prima Vespero, chiuso l’Olimpo, metterà a dormire il giorno. Noi, trascinati per mari lontani, dall’antica Troia, se per caso il nome di Troia è giunto alle vostre orecchie, siamo stati spinti nostro malgrado dalla tempesta sulle sponde libiche. Sono il pio Enea, conosciuto per fama fino alle stelle; porto con me sulla flotta i Penati sottratti al nemico; cerco l’Italia, mia patria, e la stirpe è dal sommo Giove. Con venti navi ho solcato il mare frigio, sulla rotta indicata dalla dea madre, seguendo il fato stabilito; me ne restano sette appena, malconce per le onde mosse da Euro; io stesso, ignoto, privo di mezzi, attraverso i deserti della Libia, respinto dall’Europa e dall’Asia. (Enea)  
Andrea Bonazza