8 Marzo 2021

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Riscoprendo l’Eneide, libro secondo, Troia

Rieccoci tra le pagine del secondo libro dell’Eneide che Publio Virgilio Marone scrisse tra il 29 a.C e il 19 a.C. Ci eravamo lasciati con Enea e i Troiani tratti in salvo e ospitati dalla regina Didone a Cartagine ove, invitati ad un ricco banchetto di corte, all’eroe troiano venne chiesto di narrare le avventure che spinsero lui e i suoi compagni sulle coste libiche…
Descrivendo il suo viaggio, Enea inizia il racconto dall’Illiade, quando Ulisse escogitò lo stratagemma del monumento equestre in legno, contenente i guerrieri greci, per entrare nelle mura di Troia. Non ascoltando gli ammonimenti della profetessa Cassandra e del sacerdote di Nettuno, Laocoonte, “temo i Greci e i loro doni”, i Troiani fecero entrare il gigantesco cavallo in città ingannati dalle parole dell’acheo Sinone che, affermando di essere fuggito dall’ira di Ulisse, aveva annunciato loro la partenza del nemico e disse che il grande animale era una offerta per placare l’ira della dea Minerva. Come spiegò il greco Sinone interrogato da Priamo, Minerva era infuriata per il furto del suo palladio dal tempio sacro, ad opera di Ulisse e Diomede, e che dopo l’atto blasfemo funesti prodigi si erano scagliati sul campo greco. Contrario all’entrata del cavallo nelle mura, Laocoonte venne raggiunto sull’altare di Nettuno da due mostri marini serpentiformi che lo stritolarono uccidendolo, dando così ai Troiani l’idea di non poter rifiutare il volere degli dei escludendo dalle mura la struttura lignea, mentre, ponendo il cavallo all’interno di esse, avrebbero goduto della benevolenza di Minerva piazzando il monumentale animale direttamente davanti al tempio a lei dedicato. Mentre i Troiani festeggiavano il termine della guerra aprendo una breccia tra le mura per far passare il grande cavallo di legno, coperto dal buio della sera, Sinone aprì una botola segreta nell’animale permettendo ad Ulisse e ai suo guerrieri di uscire dal suo ventre e devastare la città neutralizzandone le guardie a sua difesa. Ciò avvenne mentre Enea ebbe un sogno nel quale gli comparì il prode Ettore, sfigurato da Achille, avvisandolo di quanto stava accadendo. Enea vide allora il palazzo reale assediato dai guerrieri greci e la città che bruciava, radunò allora alcuni tra i suoi più fedeli e agguerriti compagni e si lanciò in una serie di sanguinosi scontri a difesa della patria perduta. Vide il re Priamo sgozzato insieme ai suoi figli al tempio di Zeus ove vennero raggiunti dagli Achei, e le donne di corte ridotte da questi in schiavitù. Priamo venne infatti sgozzato da Pirro Neottolemo nel tentativo di impedire a quest’ultimo di uccidere il suo giovane figlio Polite. Tra le fiamme di Troia, Enea incontrò la bella Elena e venne raggiunto dalla rabbiosa voglia di ucciderla per vendicarsi di quanto le pulsioni carnali della donna avessero innescato, ma Venere fermò l’eroe troiano ricordandogli che soltanto gli dei erano direttamente responsabili di quella furiosa guerra e la decisione della caduta di Troia era volere divino. La dea ordinò così a Enea di fuggire lontano insieme ai superstiti troiani e l’eroe corse subito a mettere in salvo il vecchio padre Anchise, la moglie Creusa e il figlioletto Ascanio Iulo. Questa, con Enea che prende in spalla il zoppicante padre Anchise tenendo per mano Ascanio, è forse la scena simbolo dell’intera Eneide, raffigurata in famosissime tele e sculture fin dalla Roma Antica passando per il Rinascimento. Senza mai voltarsi, Enea continuò a correre fino ad arrivare al santuario di Cerere dove, porgendo lo sguardo verso Troia, si accorse della mancanza della moglie e subito tornò sulla via per ricercarla, ma senza risultato. Creusa perì nella città sotto attacco e, la sua ombra, più grande e ormai semi-divina, apparve a Enea per incitarlo nel suo cammino che avrebbe portato l’intera stirpe incontro a un destino glorioso.
“Perché ti lasci andare ciecamente al dolore, caro marito? Ciò che accade l’ha deciso la ferma volontà dei Celesti: il destino e il re dell’altissimo Olimpo non vogliono che tu porti Creusa con te. Dovrai affrontare un lunghissimo esilio, dovrai solcare largo spazio di mare, e infine arriverai al paese d’Esperia dove il Tevere lidio tranquillamente scorre con un lene sussurro tra i campi fecondi degli uomini. E là t’aspettano le ricchezze del regno d’Italia e una moglie di sangue reale: non piangere per la tua cara Creusa. Io non vedrò le case superbe dei Mirmidoni o dei Dolopi né andrò a servire in Grecia, io che discendo da Dardano e sono nuora di Venere; la gran madre divina Cibele mi trattiene nei suoi luoghi, in eterno. E dunque ormai addio, ricordati di me nell’amore di Iulo.” 
(Creusa a Enea)
Andrea Bonazza