8 Marzo 2021

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Riscoprendo l’Eneide, libro terzo, Tracia e Sicilia

“O forti Dardanidi, quella stessa terra che per prima vi generò dalla stirpe degli avi, vi accoglierà reduci nel suo fertile grembo. Ricercate l’antica madre. Lì dominerà su tutte le terre il casato di Enea e i figli dei figli e quelli che nasceranno da loro”.
Febo/Apollo  
Nel secondo libro dell’Eneide ci eravamo lasciati con Enea che, caricato in spalla il padre Anchise e tenendo per mano il figlio Ascanio, fugge da Troia in fiamme distrutta dai Greci. Qui, unitamente agli altri Troiani, Enea raggruppò una flotta per dirigersi verso la Tracia (regione che oggi comprende il nord della Grecia, il sud della Bulgaria e la Turchia occidentale). Giunti a Eno costruirono un altare per ringraziare gli dei e la madre Venere ma, spezzati alcuni rami di mirto per adornare l’altare, staccati dalla pianta questi presero a sanguinare e una voce parve uscire dal cespuglio avvertendo i Troiani che la Tracia non avrebbe riservato loro una accoglienza amichevole. Erano le parole del defunto Polidoro, cugino di Enea, che raccontò ai presenti quanto accaduto quando il re di Troia, Priamo, aveva affidato al figlio Polidoro il suo tesoro per nasconderlo in un luogo sicuro della Tracia. Venuto a conoscenza della caduta di Troia, Polimestore, un importante re della Tracia, uccise il figlio di Priamo per impossessarsi del ricco bottino. Ecuba, la moglie di Priamo, sconvolta per la perdita di Polidoro, si vendicò uccidendo i figli di Polimestore e cavando a quest’ultimo gli occhi. Appresa la reale situazione inospitale che per loro si prospettava, Enea e i suoi compagni abbandonarono la Tracia per spingersi all’isola di Delo ove consultare l’oracolo di Apollo. Il dio spiegò ai Troiani l’importanza di proseguire la rotta verso la madrepatria italica dove avrebbero dato vita ad una stirpe imperiale, ma il vecchio Anchise comprese che la madrepatria citata dall’oracolo fosse in realtà Creta, terra natale di Teucro, primo re di Troia:
“Ascoltate, o capi, e apprendete le vostre speranze. In mezzo al mare si trova Creta, isola del grande Giove, dove ci sono il monte Ideo e la culla della nostra gente. Abitano cento grandi città, regni ricchissimi; da lì l’antichissimo padre Teucro, se ricordo bene le cose ascoltate, in origine venne ai lidi retei e cercò i luoghi per il suo regno. Non ancora si erano innalzate Ilio e le rocche di Pergamo; abitavano nelle valli profonde. Da qui la madre, abitatrice del Cibelo, e il bronzo dei Coribanti e il bosco Ideo, da qui i silenzi propizi alle cerimonie sacre e i leoni aggiogati che tirarono il carro della Signora. Perciò coraggio e proseguiamo la rotta per cui ci guidano i comandi degli dei: plachiamo i venti e dirigiamoci ai regni di Cnosso. Non distano gran tratto: purché Giove ci assista, entro tre giorni la flotta getterà l’ancora sui lidi di Creta” disse Anchise.
Giunti a Creta, i Troiani dovettero affrontare tremende giornate impestate da carestia e da una orribile pestilenza che li decimò. Manifestata così la disapprovazione degli dei per essersi fermati nell’isola, in aiuto ad Enea disperato arrivarono allora in sogno gli spiriti dei Penati, che spiegarono all’eroe di aver mal interpretato le indicazioni dell’oracolo e che la reale rotta era Corito, ovvero l’etrusca Tarquinia.
“Ciò che Apollo potrebbe dirti se andassi ad Ortigia, te lo predice qui ed ecco ci manda di sua volontà alla tua casa. Noi abbiamo seguito te e le tue armi fin dall’incendio di Troia; al tuo comando abbiamo attraversato con le navi il mare rigonfio; ancora noi alzeremo fino alle stelle i futuri discendenti e daremo un impero alla città. Per grandi uomini costruisci grandi mura e non interrompere la lunga fatica dell’esilio. Devi cambiare sede. Apollo Delio non ti ha suggerito questi lidi né ti ha detto di fermarti a Creta. Vi è un luogo – Esperia la denominano i Greci – terra antica, potente in armi e fertile in zolle; la abitarono gli Enotri; ora è fama che i discendenti abbiano chiamato Italia quella gente dal nome di un capo. Queste sono le sedi destinate a noi, da qui nacquero Dardano e il padre Iasio, che fu il capostipite della nostra stirpe.
Su, alzati e riferisci lieto queste parole certe al vecchio genitore: ricerchi Corito e le terre ausonie; Giove non ti concede i campi dittei”.
(I Penati frigi a Enea )
Così la compagnia si rimise in mare, nello Ionio, approdando sulle rive di un’isola delle Strofadi a causa di una tremenda tempesta che si abbatté su di loro. Qui gli eroi, mentre erano intenti a mangiare capre e buoi trovati sull’isola dopo aver dedicato un offerta a Giove, dovettero affrontare le orribili Arpie; esseri mitologici con il corpo di uccello e la testa da donna che emettevano grande frastuono col batter di ali e con voci minacciose. Le Arpie insozzarono con sputi e feci le cibarie dei Troiani che, non riuscendo a respingerle, dovettero rinunciare al pasto e nascondersi in una cava rupe. Celeno allora, una terrificante Arpia, maledisse gli uomini di Enea con una funesta profezia: 
“Figli di Laomedonte, oltre alla strage di buoi e ai giovenchi abbattuti, vi preparate anche a farci la guerra e a scacciare le Arpie innocenti dal patrio suolo? Orbene, ascoltate e mettetevi bene in mente queste parole, che il padre onnipotente predisse a Febo e a me Febo Apollo e che io, la più grande delle Furie, rivelo a voi. Voi, col favore dei venti, cercate la rotta per l’Italia: arriverete in Italia e potrete entrare nei porti. Ma cingerete di mura la città che vi è stata data solo dopo che una crudele carestia, punizione della aggressione contro di noi, vi costringa a mangiare a morsi le mense”. 
Spaventati dalla maledizione, i Troiani invocarono gli dei affinché potessero godere ancora una volta della loro protezione e salparono frettolosamente alla volta di Azio, in Epiro. Navigando al largo delle rupi di Itaca i Troiani maledicevano a loro volta la terra natia del nemico Ulisse; poi, finalmente, scorsero il monte Leucate e il famoso tempio di Apollo. Sostando tra le mura di una piccola città, il popolo di Enea accese fuochi votivi agli dei sugli altari e celebrò i ludi Troiani. Seguendo la costa fino a Butroto, gli esuli vengono accolti dal figlio di Priamo, Eleno, e dalla ex moglie di Ettore, Andromaca. I due superstiti Troiani regnavano in pace su queste terre edificate a immagine e memoria di Troia. Banchettando uniti in festa tra le genti troiane ritrovate, Andromaca raccontò ad Enea la sua triste avventura che la vide vedova ed esule dalla patria e, l’ospitale regnante Eleno, ebbe molto da discutere con il riabbracciato Enea e lo mise in guardia da altri pericoli e segni che l’eroe avrebbe incontrato nel cammino verso l’Italia, consigliando all’eroe di incontrare la saggia Sibilla.
Stirpe troiana, interprete degli dei, che intendi la volontà di Febo, i tripodi e gli allori di Clario, le stelle, le lingue degli uccelli e i presagi del volo propizio, parla dunque: ogni segno divino mi ha annunziato benevolo il percorso, tutti gli dei mi hanno suggerito nei loro responsi di andare in Italia e di affrontare terre remote; solo l’arpia Celeno profetizza un flagello inaudito e sacrilego a dirsi, mi preannuncia tristi ire e la ripugnante fame; quali pericoli devo evitare per primi? Oppure che cosa devo seguire se voglio evitare tali fatiche?” (Enea)
 
“O figlio della dea da molte parole te ne fornirò poche, affinché tu attraversi le distese dei mari stranieri senza correre rischi e possa gettare le ancore nel porto Ausonio; infatti le Parche proibiscono ad Eleno di sapere il resto e la saturnia Giunone vieta di dirlo. Prima di tutto tu credi prossima l’Italia e ti prepari, ignaro, ad entrare nei porti vicini: ebbene una lunga via di difficile accesso la separa lontano dalle terre estreme. Nell’onda trinacria devi fare forza col remo e percorrere con le navi la distesa del mare Ausonio, il lago d’Averno e l’isola di Circe Eea, prima che tu possa fondare la città in una terra sicura; ti dirò i segni; tu tienilo nel profondo dell’animo: quando tu, con l’animo in pena, lungo il corso di un fiume remoto troverai una grande scrofa, che giaccerà sotto i lecci del lido dopo avere partorito trenta porcellini, bianca, sdraiata al suolo e bianchi i nati attorno alle poppe, questo sarà il luogo della città, quella la fine sicura delle fatiche. Non temere i futuri morsi dati alle mense: i fati troveranno la via e Apollo invicato sarà presente. Evita però quelle terre e quella zona delle coste italiche bagnata dall’onda del nostro mare e a noi prossima: tutte le città sono abitate dai Greci malvagi. Qui fondarono città i Locresi di Narica e il Lizio Idomeneo occupa con i suoi soldati le pianure salentine; qui sta la piccola Petelia del sire Melibeo, di Filottete, appoggiata al suo muro. Anzi, quando, attraversato il mare le navi si fermeranno, e già innalzerai altari e scioglierai i voti sul lido, vela e ricopri di un manto purpureo le tue chiome, perché qualche sguardo ostile non ti venga incontro e sconvolga gli suspici in mezzo ai santi fuochi in onore degli dei; questo costume dei riti rispettino i tuoi compagni e fa così anche tu; i nipoti rimangano puri nel rispetto di questa religione. Ma quando, salpato, il vento ti spingerà sulle coste della Sicilia e si aprirà davanti a te la chiostra dell’angusto Peloro, costeggia le terre alla tua sinistra e il mare alla tua sinistra con lungo giro; fuggi la riva e il mare alla tua destra. Questi luoghi, sconvolti un tempo dalla violenza di un crollo devastante, a quanto si dice, si allontanarono di un balzo, mentre fino a un attimo prima erano entrambi un’unica terra: il mare vi si insinuò, con la forza delle onde staccò il lato esperio da quello siculo e bagnò con un esiguo braccio di mare i campi e le città finiti su rive opposte.
Scilla tiene il lato destro, l’implacabile Cariddi il sinistro. Col profondo gorgo del baratro inghiotte nel precipizio i flutti immani e di nuovo li rilancia alterni nell’aria e l’onda percuote le stelle. Invece una spelonca chiude nelle sue oscure cavità Scilla, che mette fuori il capo e attira le navi sulle rocce. Immagine d’uomo dapprima e giovinetta dal bel petto fino all’inguine; infine è pistrice dal corpo mostruoso con code di delfino legate a ventre di lupo. È meglio tenersi al largo, sfiorare il promontorio Pachino e fare una lunga virata che vede una sola volta la deforme Scilla sotto l’antro enorme e gli scogli risuonanti del latrato di cani scurissimi. Inoltre, se il vate Elleno ha un po’ di saggezza e merita fiducia, se Apollo gli ispira il vero nell’animo, quella sola cosa, una sola per tutte proclamerò a te, figlio della dea, la ripeterò, ti ammonirò più e più volte: per prima cosa venera con preghiere la potenza divina della grande Giunone, a Giunone fa voti con animo lieto e piega il volere della potente signora con doni supplichevoli: così alla fine, vincitore, lascerai la Trinacria e raggiungerai le terre italiche. Portato qui, ti accosterai alla città di Cuma, ai laghi divini e all’Averno risonante di selve; vedrai allora l’invasata profetessa che, sotto una roccia profonda, predice il destino e affida alle foglie i segni e i nomi. Tutte quelle profezie che la vergine ha trascritto nelle foglie, le dispone in ordine e le lascia nascoste nell’antro: esse restano immote nelle loro posizioni e non mutano ordine. Però, quando, giratosi il cardine, un vento leggero le smuove e la porta ha messo in disordine le tenere fronde, ella non si cura mai di riprenderle mentre volano nella cavità, né di rimetterle a posto o di ticollegare i versi: quelli che non hanno ottenuto risposta se ne vanno e odiano l’antro della Sibilla. Qui, anche se i compagni ti rimproverano e la rotta richiama con veemenza le vele verso il largo e tu puoi gonfiarle di venti favorevoli, sopporta ogni ritardo pur di accostarti alla profetessa e chiedere oracoli con preghiere. Lei stessa profetizzi e sciolga volentieri la voce e le labbra. Ti descriverà i popoli d’Italia e le future guerre, come tu possa evitare e sopportare ciascuna pena e, venerata, ti indicherà la rotta giusta. Questi sono i consigli che le mie parole ti possono dare. Va, dunque, e con le tue azioni fa grande Troia e innalzala alle stelle”.
(Eleno a Enea) 
 
Accettati i consigli di Eleno, le navi di Enea ripartirono per la Sicilia dove, in prossimità delle sue coste, si scontrarono contro le tempeste di Scilla, colei che dilania, e Cariddi, colei che risucchia, i due mostri marini che abitavano lo stretto di Messina agitandone le acque. Sfuggiti all’ira dei due mostri, i Troiani approdano finalmente in porto all’ombra dell’Etna, in eruzione perché il dio Vulcano stava lavorando alle fucine nel profondo del monte. Lì incontrarono disperato il greco Achemenide, compagno dell’odiato Ulisse, che si presentò loro e li mise in guardia contro i Ciclopi raccontando la sua storia.
La mia patria è Itaca; sono un compagno dell’infelice Ulisse e il mio nome è Achemenide; sono andato a Troia poiché mio padre Adamasto era povero. I compagni, mentre lasciavano trepidanti la tremenda spelonca, si dimenticarono di me e mi abbandonarono nel tetro antro del Ciclope. L’antro all’interno è scuro, grande, pieno di materia corrotta e di cibi insanguinati. Egli è enorme e arriva a toccare le alte stelle; non è facile reggerne la vista e non gli si può rivolgere la parola; si nutre delle viscere degli infelici e di nero sangue. L’ho visto io stesso afferrare con la mano enorme due uomini del nostro gruppo e poi, sdraiato nel mezzo della spelonca, farli a pezzi contro un masso, mentre le soglie erano tutto un lago di sangue; l’ho visto io masticare membra ancora gocciolanti nero sangue corrotto, mentre gli arti tremavano ancora tiepidi sotto i morsi. Non l’ha scampata però, né itaco Ulisse, dopo aver subito tali atrocità, si è dimenticato di sé, pur in un così grande pericolo. Infatti non appena riversò e mise giù la testa, pieno di cibo e sopraffatto dal vino, e si sdraiò nell’antro in tutta la sua enormità, eruttando nel sogno materia corrotta e brandelli misti a vino insanguinato, noi supplicati i grandi numi e tirate a sorte i nostri ruoli, ci buttiamo su di lui tutti insieme da ogni parte; con un palo aguzzo gli perforiamo quell’unico grande occhio che stava nascosto sotto la torva fronte, simile a scudo argolico o alla lampa di Febo; infine ci vendichiamo con truce gioia delle ombre dei compagni. Ma fuggite, infelici, fuggite e staccate la fune dal lido: perché Polifemo nella caverna tiene sì chiuse le greggi lanute e ne preme le poppe, ma cento altri dannati Ciclopi, simili a lui e altrettanto grandi dimorano da ogni parte presso queste insenature e vanno vagando sugli alti monti. Sono già passate tre lune dacché trascino la vita nei boschi, fra covi e tane deserte di fiere, e scorgo da una rupe gli immani Ciclopi e sono preso da un tremito al rimbombo della loro voce e dei loro passi…” (Achemenide ai Teucri di Enea). 
Caricato a bordo lo sventurato greco Achemenide, la flotta di Enea circumnavigò la Sicilia fino a Drepano, l’odierna Trapani, dove di stenti trovò la morte Anchise, il vecchio padre di Enea. Con la tristezza nel cuore per la grave perdita, i Troiani ripartirono dalla Sicilia ma, come già raccontato, anziché in Italia finirono a Cartagine dove Enea concluse così il suo racconto alla bella regina Didone.
Andrea Bonazza