8 Marzo 2021

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Riscoprendo l’Eneide, libro quarto, la morte di Didone

Se con la fine del terzo libro dell’Eneide eravamo arrivati al punto in cui, al cospetto della regina Didone, Enea finisce di raccontare le sue avventure che, da Troia alla Sicilia, lo hanno portato sulle coste di Cartagine, il quarto libro riprende invece dalla regina estasiata dall’epico racconto dell’eroe troiano. Dentro di essa, infatti, Didone inizia a nutrire segretamente per Enea un amore che le venne suggerito da Venere mediante Cupido. Alla sorella Anna, Didone confessò la sua intima passione per il naufrago, pur decisa a non affrontare nuove nozze in rispetto al defunto marito Sicheo ma, la sorella, la incoraggiò anzi a procedere in senso esattamente contrario, spiegando alla regina i grandi vantaggi che un matrimonio avrebbe portato per tutta Cartagine. In quelle terre vi erano infatti diverse genti bellicose e, su tutti, il grande re della Libia dal nome Iarba, figlio di Giove, che da tempo corteggiava la bella Didone nonostante il disinteresse di lei. Regnare al fianco di una figura maschile e guerriera avrebbe rappresentato quindi per tutta Cartagine una forza e una sicurezza maggiore rispetto al ruolo solitario della monarca vedova. Le due sorelle allora si rivolsero a Giunone, protettrice dei matrimoni, invocandone l’aiuto in cambio di sacrifici, ma scoperto così il trucco divino, la dea rimproverò Venere per avere escogitato quei sentimenti nell’animo di Didone pur ragionando su ciò che la situazione avrebbe portato in favore dei suoi piani. Giunone infatti calcolò che se i due si fossero sposati avrebbe in questo modo fermato Enea allontanando i Troiani dalla fondazione di Roma. Venere infine accettò ma, trattandosi di deviare i disegni divini, lasciò a Giunone il compito di convincere il sommo Giove. Giunone però intanto approfittò di una battuta di caccia organizzata dai cartaginesi per portare, creando un temporale, i due in una grotta dando loro così modo di potersi unire intimamente. L’amore tra Enea e Giunone ben presto diventò di pubblica chiacchiera fino ad arrivare alle orecchie di re Iarba che, già arrabbiato a causa del rifiuto di Didone e ora per aver saputo delle sue nozze, si rivolse così al padre degli dei pretendendo una severa punizione per la corteggiata regina:

“Onnipotente Giove, cui or ora il popolo dei Mauri offre l’onore leneo banchettando su variopinti triclinii, vedi queste cose? O forse, padre, quando scagli i fulmini abbiamo paura di te senza ragione e ciechi fuochi tra le nuvole atterriscono gli animi e mescolano inutili rimbombi? Una donna che, errando nei miei territori, ha fatto sorgere una insignificante città dietro pagamento, che deve arare la spiaggia, cui abbiamo dato le consuetudini del luogo, ha rifiutato le nozze con me e invece ha accolto Enea come signore nel suo regno. E ora quel Paride, con la sua scorta di mezzi uomini, con la mitra meonia allacciata sotto il mento e la chioma cosparsa di unguenti, diventa padrone di ciò che ha rubato: eppure noi portiamo doni ai tuoi templi e alimentiamo alta una fama vana”. (Re Iarba pregando Giove)
 
Accogliendo le istanze di Iarba, Giove inviò allora il messaggero Mercurio a Cartagine, da Enea, affinché sia fatta rispettare la volontà del Fato e non muti il destino troiano volto alla fondazione della razza romana: “Orsù figlio mio, va, chiama gli Zefiri, scivola sulle ali e parla al duce dardanio che ora indugia nella tiria Cartagine e non volge lo sguardo alla città assegnatagli dal fato; riferisci le mie parole per le veloci aure. Non tale a noi lo promise la bellissima genitrice e non per questo lo sottrasse due volte alle armi dei Greci; ha promesso invece che sarebbe stato destinato a reggere l’Italia, gravida di dominio e fremente di guerre, a diffondere la discendenza del nobile sangue di Teucro e a piegare tutto il mondo all’imperio della legge. Se nessuna gloria di tali imprese lo entusiasma e non affronta di sua iniziativa la prova per la sua gloria, il padre vuole negare ad Ascanio le nozze romane? Che cosa medita? Con quale speranza dimora tra gente ostile e non protende lo sguardo sulla prole ausonia e sui campi lavinii? Riprenda il mare: questa è la parola d’ordine, questo sia il nostro messaggio”. (Giove invia Mercurio da Enea). 
 
Apparso a Enea mentre questo, vestito riccamente da Didone, aiutava ad edificare rocche e mura di Cartagine, Mercurio riporta gli ordini divini ricordando all’eroe la fatalità della sua missione più importante di qualsiasi amore e più lungimirante di ogni comoda pace: Tu ora poni le fondamenta dell’alta Cartagine e costruisci una bella città, schiavo di una donna, dimentico ahimé del tuo regno e del tuo destino! Il re degli dei in persona, che fa ruotare col suo cenno il cielo e la terra, mi manda a te dal luminoso Olimpo, egli stesso mi comanda di portarti questi ordini attraverso le mobili aure: a che pensi? Con quale speranza ti dai all’ozio in terra libica? Se nessuna gloria di tanto grandi imprese ti spinge, guarda Ascanio che cresce, le speranze di Iulo tuo erede, cui è dovuto il dominio d’Italia e la terra romana”. (Mercurio ad Enea).
 
Messo nuovamente dinnanzi ai suoi doveri sacri, mortificato, Enea rinsavisce e chiama a raccolta i Troiani per annunciare l’immediata ennesima ripartenza alla volta delle terre italiche, facendo preparare loro navi e provviste per il viaggio mentre pensa alle parole da poter usare con la regina per non ferirne i sentimenti e l’orgoglio. L’innamorata Didone però comprese ciò che stava avvenendo dagli agitati preparativi dei Troiani e accusò egoisticamente Enea di essersi approfittato di lei, del suo amore e dell’ospitalità del popolo cartaginese. Pur dispiaciuto di aver ferito l’animo della bella sovrana, Enea mantenne però la propria decisione spiegando che lui stesso non avrebbe potuto opporsi al volere divino di un disegno ben più grande che avrebbe portato al suo popolo la patria più forte del mondo…
 
“O regina, non negherò mai i moltissimi meriti che puoi enumerare con parole, ne mi dispiacerà ricordarmi di Elissa, finché avrò memoria di me, finché il respiro regge queste membra. Sul fatto dirò poche parole. Non ho sperato di nascondere questa fuga con un inganno, non crederlo, né ho mai portato davanti a me le fiaccole nuziali, né sono venuto per questi patti. Quanto a me, se il destino mi permettesse di condurre la vita secondo i miei desideri e di dare un senso alle pene secondo la mia volontà, anzitutto custodirei la città di Troia e le care reliquie dei miei, l’alta casa di Priamo ancora si ergerebbe e con le mie mani avrei costruito per i vinti una nuova Pergamo. Ma ora Apollo Grineo e le sorti di Licia mi hanno imposto di cercare l’Italia, la grande Italia; questo è il mio amore, questa è la patria. Se, pur essendo fenicia, ti senti legata alla rocca di Cartagine e alla porta di una città libica, perché devi essere gelosa se i Teucri alla fine si stanziano nella terra Ausonia? È volontà divina che anche noi cerchiamo un regno in terre lontane. Ogni volta che la notte ricopre la terra con le sue umide ombre e sorgono gli astri di fuoco, durante il sonno mi ammonisce e mi spaventa la fosca immagine del padre Anchise; così pure il fanciullo Ascanio, che io defraudo del regno di Esperia e delle terre del fato, e l’offesa arrecata alla sua cara vita. Ora anche il messaggero degli dei, inviato da Giove stesso (lo attesto sulla vita di entrambi) mi ha portato ordini attraverso le mobili aure: io stesso ho visto in chiara luce il dio penetrare le mura e con le mie orecchie ne ho ascoltato la voce. Rinuncia ad esacerbare me e te con le tue lamentele; non di mia volontà cerco l’Italia”. (Enea a Didone) 
 
In seguito a quel colloquio Didone attraversò giornate di ira e sconforto, vedendo il marito defunto apparirle in sogno e meditando il suicidio in preda a una insana follia che si impadronì di lei. Il messaggero Mercurio riapparve in sogno al prode Enea ordinandogli di accelerare la ripartenza senza attendere l’alba e, radunati a raccolta i Troiani, la flotta dell’Eroe risalpò prendendo il largo sotto lo sguardo sconvolto della regina di Cartagine. Dopo aver ripetutamente inviato la sorella da Enea per scongiurare la sua partenza e averla incaricata di innalzare una pira nella quale ardere armi e oggetti appartenuti a quello che fu un amore tradito, sconvolta dal tradimento di Enea e da quello che lei stessa aveva inferto alla memoria del marito defunto, Didone si suicidò conficcandosi in petto la spada ricevuta da Enea. Consumò il suicidio sull’altare preposto al rogo per fuggire il dolore maledicendo l’intera stirpe di Enea e per ricongiungersi infine con il primo amore nell’aldilà. “O spoglie, dolci finché il fato e un dio lo permettevano, accogliete quest’anima e liberatemi da queste pene. Ho vissuto, ho compiuto il percorso che la Fortuna mi aveva dato e ora l’immagine di me andrà grande sotto terra. Ho fondato una città nobilissima, ho visto le mie mura, ho vendicato lo sposo e ho punito il fratello nemico, fortunata, ahimé troppo fortunata se soltanto le navi dardanie non avessero mai toccato le nostre coste. Morirò invendicata, ma è tempo di morire; così si deve andare alle ombre. Il crudele Dardanio dall’alto mare assorba con gli occhi questo fuoco e porti con sé le maledizioni della mia morte”. (Didone).
Le grida annunciarono il fatto e rimbombarono per tutto il regno, di casa in casa fino alla lontana Tiro che i natali donò a Didone, richiamando attorno al suo corpo i sudditi e la fedele sorella Anna che, distrutta emotivamente, non riuscì a darsi pace per non aver compreso le reali intenzioni della sorella. In quest’ultima pagina di immenso strazio romantico, con Giunone che, “mossa a pietà del lungo dolore e della difficile morte” della regina, invia Iride a strappare alla morente Didone l’ultimo capello che ancora la ancorava alla vita terrena, liberandola così definitivamente dal profondo dolore scaturito da questo sfortunato e maledetto amore.
Andrea Bonazza