13 Aprile 2021

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Camminando con libero passo, con Bortoluzzi nella Padova degli anni di piombo

Tra i libri letti nella mia ultima trasferta sfidando illockdown, questa volta nel profondo sud d’Italia, c’è una delle ultime pubblicazioni di Altaforte edizioni: Camminando con libero passo, Una storia padovana 1969 – 1978, il romanzo autobiografico del buon Mario Bortoluzzi, storico cantante de la Compagnia dell’Anello e da sempre militante nelle file della destra italiana. 

“Si sentirono proprio come novelli hobbit, in lotta contro l’Oscuro Signore. Piccoli, placidi, ma all’occorrenza coriacei, coraggiosi e combattivi come loro, in lotta contro un mondo che uccideva nel quotidiano la bellezza, l’onore, la fedeltà, l’eroismo, che inquinava con macchinari puzzolenti la natura, che intendeva ridurre l’umanità a una massa di schiavi…”

Il romanzo si svolge a Padova nel periodo tra la fine degli anni 60 e la fine dei ’70; un decennio chiamato anche anni di piombo a causa degli scontri tra opposte fazioni politiche che in quegli anni incendiavano la nostra nazione. Proprio molte di quelle situazioni al limite di una guerra civile che insanguinò la penisola, volenti o nolenti coinvolsero anche Mario e la sua giovane compagnia che, dalla sezione padovana del Fronte della Gioventù, riuscì a resistere e contrattaccare fisicamente e politicamente contro la assai più nutrita militanza comunista che in quegli anni teneva sotto scacco l’Italia.
Una gigantesca “armata rossa” composta da magistrati, politici di professione, giornalisti, sindacalisti e studenti che monopolizzava l’opinione pubblica dalle fabbriche alle scuole. Come per Roma, Milano, Bolzano e la stragrande maggioranza delle città italiane, anche a Padova le piazze, ai giovani di destra, non furono per niente regalate. Dure lotte quotidiane per rivendicare il proprio diritto ad esistere impegnavano quegli unici giovani che avevano il coraggio di scendere in piazza con il tricolore. Gli atenei erano divenuti veri campi di battaglia dove affermare le proprie ragioni contro una violenza rossa che non intendeva lasciare spazi al “nemico”. Un gioco delle parti ogni giorno sempre più pericoloso che, partendo dal primo pluriomicidio delle Brigate Rosse in cui caddero i militanti del MSI, Graziano Girallucci e Giuseppe Mazzola, lasciò in tutta Italia una lunga scia di sangue e morte con bastonate, assalti, sequestri, sparatorie, attentati dinamitardi e vere e proprie stragi come quelle romane dei Fratelli Mattei nel rogo di Primavalle o della sezione di via Acca Larenzia, nella quale persero la vita tre giovanissimi camerati. Ma nel clima di guerra civile di quegli anni non regnava unicamente la violenza proletaria; un altro tipo di violenza aleggiava perennemente sui militanti missini: accuse troppo spesso infondate e strategicamente orchestrate da politica e stampa, trascinavano i giovani sul banco degli imputati in tribunale per poi consegnarli alle patrie galere tramire le incontestabili testimonianze di una sinistra al “comando”. Così avvenne anche per la comunità padovana che proprio tra le mura del carcere rafforzò e riorganizzò il proprio modo di essere, delineando una visione del mondo e di intendere la militanza più matura, determinata e che avrebbe fatto scuola a molti.
Tra le letture di formazione politica e le note musicali che accompagnarono i brani della mutazione dal Gruppo Padovano di Protesta Nazionale in la Compagnia dell’Anello, Mario e i suoi camerati passarono indimenticabili momenti comunitari, tra Dolomiti e Campi Hobbit, oggi troppo lontani da ritmi di vita sempre più angoscianti e, sicuramente, difficili da comprendere per le nuove generazioni.

“Noi riteniamo che il nostro vero dovere sia di sottrarre noi stessi e altri uomini a questo mondo privo di punti fermi che si dibatte nella ricerca di nuovi analgesici per sfuggire all’angoscia di un ambiente innaturale, di un’esistenza avvilita dall’egoismo, dalla frenesia del consumo del progresso materiale…”(Quaderno della comunità, 1978)

Le delusioni dei primi tradimenti dei politicanti di carriera all’interno del partito, non sono comunque riuscite a scalfire l’irrefrenabile voglia di cambiare il mondo della comunità militante padovana che, come racconta Bortoluzzi nel suo romanzo, è sempre rimasta fedele al giuramento fatto nell’età della purezza, quando, per la prima volta, si conobbero non poi in molti in quella stanza, scrivendo sul muro delle parole strane ma dal chiaro significato. Anche se tutti noi no! Così ancora una volta si può riassumere, con quello che è divenuto un motto per intere generazioni, il decennio descritto da Mario Bortoluzzi nel suo libro di 160 pagine che consiglio a tutti i giovani militanti per comprendere che ciò che abbiamo ereditato non è stato per nulla scontato.
Andrea Bonazza
Il libro è acquistabile su www.altafortedizioni.it

“Ben altro era il significato della politica nelle Società Tradizionali: saggi e guerrieri determinavano l’identità di un popolo nello Stile e nei Principi, cardini della loro civiltà.
Oggi, per noi, la politica è riprendere il contatto con l’Essenza della Civiltà d’Occidente e determinare nella mente dell’uomo un processo di graduale distacco dai miti e dai bisogni inventati da questo mondo per condizionarlo, ridonandogli quindi la libera coscienza delle proprie origini, di un organico rapporto fra gli uomini, di una virile sacralità.”