14 Aprile 2021

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Riscoprendo il fuoco sacro di Roma con Carandini, da Vesta Romolo e Enea

“Troia crolla e a te affida i Penates e il fuoco eterno di Vesta”
(Ettore a Enea – Eneide)

Tra gli storici e gli archeologi contemporanei ce n’è uno in particolare che vanta un curriculum di tutto rispetto. Autore di una nutrita bibliografia, di studi e di ricerche sul campo che hanno portato a scoperte sensazionali, sto parlando oggi di Andrea Carandini, classe 1937, tra i massimi esperti di antichità romana.

Il libro di Carandini che ho appena finito di leggere titola “Il fuoco sacro di Roma – Vesta, Romolo, Enea”, acquistato per pochi euro a una bancarella dell’usato a Palermo e di grande spunto per questo mio periodo di letture improntate sulla romanità. Il fuoco sacro di Roma si collega infatti perfettamente alle mie recenti letture su Vesta, l’Eneide e la Roma Antica di cui ho scritto abbondantemente in questi mesi sul mio blog e, partendo dal culto primordiale del fuoco, offre grandi spunti di riflessione nei paragoni, per niente scontati, con tutto il Mondo Antico, il Cristianesimo, il Medioevo e la modernità, da Oriente a Occidente.
“Come il fuoco che le vestali conservano acceso, rinnovandolo a capodanno, ritenuto, forse già dal VI secolo a.C., come proveniente da Troia e quindi eterno in quanto risalente alla notte dei tempi e poi mai spento.”
Sulla base dei suoi studi e delle sue ricerche condotte insieme ai suoi studenti nei luoghi più inaccessibili e magici dell’Urbe, nelle 154 pagine del libro, Carandini spiega l’accensione e lo spegnimento del rito del fuoco pubblico che Augusto vuole portato a Roma da Enea, in contrasto però con quanto sostiene l’archeologo italiano. La sacralità di un fuoco che fonde insieme Troiani, Etruschi, Albani e Romani trova la sua più alta divinità in Vesta, patrona del pane e del focolare pubblico e domestico, alla quale lo stesso Romolo conferisce l’istituzione del rito pubblico alla metà del VIII secolo a.C, periodo della Fondazione di Roma. Figlio di Rea Silvia che Carandini smentisce essere stata una vestale, nell’eterno fuoco di Vesta Romolo edificherà e proteggerà Roma e il suo ordine, unirà popoli e mondi, divinità e miti, e consegnerà al futuro impero un culto durato per 1150 anni. Un culto sacro, indiscutibile, pubblico ma al contempo intimo e che, con l’inizio della fase repubblicana, acquisterà secondo l’autore una sorta di laicismo teologico di Stato.
“Perché una divinità sola potesse incarnare la collettività cittadina nella sua unità e interezza occorreva che potesse comprenderla in sé e perpetuarla nei suoi più diversi aspetti. Così le vestali, immagini viventi di Vesta, rappresentavano la città-stato, perché erano state inserite, fin da principio, in una condizione sacrale e giuridica eccezionale, grazie a una scelta teologica, sacerdotale e rituale straordinariamente creativa, sul piano sia ideale che istituzionale. Le vestali erano donne diverse da tutte le altre in quanto erano estranee a ogni famiglia: avvicinavano gli dèi rappresentando gli uomini e le donne della città-stato e intercedendo presso di essi in loro favore. Erano vergini, spose, madri e cittadine che appartenevano esclusivamente a Vesta e al suo fuoco, pertanto alla comunità civica come era stata simbolizzata al massimo livello. 
Questa è la forma originale che ha assunto la “cosa pubblica” fin dagli esordi. Consisteva per queste sacerdotesse nell’essere neutre rispetto a parentele e luoghi, al fine di rappresentare l’interesse generale della collettività dal punto di vista sacrale, che aveva poi i suoi risvolti istituzionali e politici.”
Sono abbondanti le pagine dedicate alle sacerdotesse di Vesta e ai rinvenimenti archeologici del tempio, del bosco e della radura sacra in suo onore. Come già vi raccontavo nei miei precedenti articoli dedicati a Hestia, Vesta e alle vestali, il professor Carandini sottolinea la funzione sacra e spietata della carica importantissima che le custodi del fuoco ricoprivano nell’antica Roma. Una carica di onore e di onori da osservare marzialmente, pena la morte per soffocamento, seppellite vive, in sacrificio alla riappacificazione divina. Una carica semi-divina che vedeva le vestali intercedere con gli Dei e con le più alte istituzioni romane, fin da giovanissime, e che avrebbe conservato nelle fiamme di Vesta la gloria imperitura di Roma.
Nell’ultima parte del libro Andrea Carandini affronta invece la leggenda secondo la quale Roma e i suoi re, fino ad arrivare a Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, sono discendenti semi-diretti di Enea e quindi di Giove e Venere. Una stirpe semi-divina che portò il fuoco ancestrale da Troia all’Italia e con Roma ottenne la rivalsa sui Greci. In questi ultimi capitoli, almeno per sensibilità personale, ho risentito spesso delle analisi dello storico, logicamente più incentrato a seguire reperti e fonti materiali anziché ciò che io ritengo essere una religiosità tradizionale del mito. Pur con tutte le contraddizioni e le comodità politiche dell’epoca, è infatti per me sublime continuare a sognare con Virgilio sperando in un risveglio moderno della forza primigenia che civilizzò il mondo dando quel nuovo ordine di cui oggi avremo decisamente bisogno.
Per chi già conosce Andrea Carandini, in questo testo potrà certamente apprezzare le sue analisi scientifiche ma soprattutto ragionate, alimentate dalla passione per la materia e dalle emozioni che, qui e là nei 10 capitoli corredati di fotografie e immagini, lasciano trasparire l’amore che l’archeologo italiano nutre nei confronti degli avi della Tradizione romana. Testo immancabile per appassionati e devoti di Roma Antica.
Andrea Bonazza