7 Maggio 2021

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Un’escursione di 4mila anni al nuraghe di Santa Barbara

Attraversando l’entroterra sardo tra le valli nuoresi, ci si sente costantemente osservati da decine di splendidi nuraghe. Alcune rovine di queste splendide costruzioni megalitiche, contate in settemila in tutta la Sardegna, costeggiano la strada statale 131 dedicata al re di Sardegna Carlo Felice di Savoia, che ne volle la realizzazione negli anni20 del IX secolo, e altri situati in posizioni dominanti sopra le colline. È proprio uno di questi maestosi nuraghe che visiteremo oggi; uno tra i più imponenti che da quasi quattro millenni controllano la piana di Abbasanta, nella regione del Marghine della Sardegna centro-settentrionale. Salendo le pendici del Monte Manai, in una tranquilla passeggiata immersa tra tradizionali muretti a secco e piante a basso fusto, in una decina di minuti ci troviamo su questo ripiano dal quale spicca, alto e possente, il Nuraghe di Santa Barbara.
Uno dei più noti nuraghe dell’isola, quello di Santa Barbara ha una torre centrale che misura ben 15m e un bastione di 8,80m circa. Si pensa che le sue funzioni fossero, a seconda delle epoche e dell’evoluzione strutturale del nuraghe, di tipo abitativo e lavorativo come anche sacerdotale e guerriero ma, sull’antichissima civiltà nuragica proto-sarda, c’è ancora moltissimo da scoprire e, forse, l’aspetto più affascinante della misteriosa proto-sardegna è proprio questo.
Costruito interamente a secco in grossi blocchi di basalto e pietre, la sua struttura ha incredibilmente resistito fino a noi nonostante le intemperie, le battaglie e i saccheggiamenti bonari di pastori e contadini alla ricerca di materiali edili. Un vero monumento archeologico il cui accesso è possibile da sud-est tramite una porta quadrangolare che, passando per un nemmeno troppo angusto corridoio, introduce il visitatore a una zona a pianta semielittica dalla quale si accede alla torre centrale e a quelle di prospetto, dal diametro di 3/4metri, arricchite da feritoie e stipetti probabilmente adoperati per armi, bronzetti e derrate alimentari. Il diametro del piano terra della torre centrale è di 9m e le sue pareti in blocchi di basalto sono ben lavorate, con tre nicchie disposte a croce, che si alzano in un tholos con cerchi di pietre sempre più sporgenti verso il centro. Mediante una scala si può raggiungere il primo piano della torre, dove troviamo una camera circolare illuminata da un finestrone trapezoidale con architrave arcuato. La terza e più alta camera poi, di 3m di diametro, purtroppo è andata semi-distrutta con lo svettamento della torre.
Tutto intorno al nuraghe, tra piccoli arbusti e le piantine di velenoso finocchietto selvatico, è possibile vedere ancora i resti di un antico abitato usato fino in epoca romana e alto medievale di cui rimangono muretti e rovine dalla inconfondibile costruzione in pietra e malta come in moltissime altre regioni ho avuto modo di distinguere.
Anche in questa escursione lontana dagli occhi guardinghi dei Dpcm pandemici, a nulla è servito tentare di corrompere il giovane custode del nuraghe, abbandonato a sé stesso nella sua postazione come la vedetta di Pompei. Nonostante avessimo provato ad ammiccare alla familiare simbologia pagana che indossava sulla mascherina nera, con il Valknut, il nodo di Odino, in bella vista, imbarazzato ci ha spiegato che avrebbe potuto perdere il posto di lavoro se dalle telecamere avessero visto che ci faceva entrare nel sito archeologico. Dopo un primo momento di incertezza se legarlo e imbavagliarlo oppure accontentarci di farci fare una foto, alla fine abbiamo optato per la seconda, invidiando quel suo lavoro a difesa di questo luogo arcaico il cui vastissimo panorama fa viaggiare la mente più di qualsiasi canale televisivo.
Andrea Bonazza