5 Luglio 2022

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Da Cesare padrone di Roma al De bello Gallico con il terzo romanzo di Iggulden

Torniamo a viaggiare con il nostro Giulio Cesare nella saga letteraria di Conn Iggulden. In questo romanzo dal titolo “Cesare padrone di Roma”, che mi ha accompagnato in queste ultime settimane di trasferta tra l’Etruria e la Sardegna; l’autore inglese ci propone il decennio di vita del discendente della gens Iulia tra la Spagna, la Gallia e la Britannia. Se nel secondo tomo, “il Soldato di Roma”, avevamo viaggiato con il giovane Giulio tra la Grecia e le coste africane, combattendo l’ultima battaglia contro l’esercito di schiavi di Spartaco, con questo in queste nuove 470 pagine partiamo invece dalla Spagna, dove Cesare è un brillante questore.

“Una legione non poteva essere fermata da valli o montagne. Ciascuno degli uomini al lavoro sapeva che al mondo non c’era fiume sul quale non potessero costruire un ponte o strada che non potessero aprire. Ovunque andassero, il loro compito era la grandezza di Roma. Gallerie lunghe miglia e miglia, che avevano scavato per far scendere l’acqua dalle sorgenti in montagna. Ora, il popolo che abitava nella valle non avrebbe più dovuto affrontare tanti disagi quando i loro pozzi si esaurivano. Allora, forse, si sarebbero accorti che l’acqua gliel’avevano data i Romani”.
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
La vita di Giulio nella regione spagnola lo vedrà crescere nella politica urbanistica, che lo occuperà nella costruzione di strade e acquedotti come nello sfruttamento delle miniere metallifere, dalle quali, con il prezioso aiuto degli artigiani berici, ricaverà ferro pregiato per forgiare spade indistruttibili. In questo contesto un nuovo elemento verrà reclutato nella compagnia; è Adan, giovane spagnolo che si presenterà da Giulio confessando di avere ucciso un ufficiale romano che aveva messo in pericolo la sua famiglia. Riconoscendone il coraggio, il magnanimo Cesare lo grazierà accogliendolo come traduttore e scribo per i suoi rapporti. Ma un’altra visita inaspettata si presenterà al cospetto del questore romano in Spagna: la bella Servilia, madre di Bruto, giunta su queste coste del Mediterraneo per avviare ed estendere in queste terre la sua attività aprendo un bordello. Tra Giulio e Servilia nascerà un amore che si rivelerà tanto spinoso quanto prezioso per la sua carriera politica.
“Io sono Caio Giulio Cesare, nipote di Mario, che è stato per sette volte console a Roma. Ho iscritto il mio nome al Senato per avere la stessa carica, non per celebrare Mario, ma per continuare il suo lavoro. Volete promesse di pane e denaro? Non siate bambini che aspettano un premio perché sono stati bravi. Un buon padre non vizia i suoi figli colmandoli di regali. Ho conosciuto quelli che si spaccano la schiena per far crescere il grano e darvi il pane. Non si diventa ricchi lavorando per dare da mangiare agli altri, ma loro ne sono orgogliosi, da veri uomini. Ho conosciuto molti che hanno combattuto per questa città e non si sono mai lamentati né hanno avanzato pretese. Potete vederli nelle strade, senza occhi, senza gambe o senza braccia, mentre chi gli passa vicino guarda da un’altra parte e dimentica che noi possiamo ridere e amare perché quei soldati hanno sacrificato tanto. (…) Aristotele ha detto che un uomo di stato ha la responsabilità di formare lo spirito dei suoi cittadini, creando in essi una vocazione alla virtù. Io cerco in voi, e vedo in voi, una disposizione alla virtù che è pronta a essere portata in superficie. Voi avete difeso le mura di Roma dalla ribellione degli schiavi. Non avete chiuso gli occhi davanti al vostro dovere e non li chiuderete quando io avrò bisogno di voi (…) Stabilirò una riserva di denaro per chi, essendo senza lavoro, s’impegnerà a pulire le strade e a impedire che le bande di malviventi terrorizzino i più deboli di noi. Dov’è la gloria di Roma, se di notte i cittadini hanno paura? (…) Siamo gente pratica, io e voi. Ci servono canali di scarico, sicurezza per le strade, un commercio onesto e prezzi bassi per comprare il cibo necessario a vivere. 
Ma siamo anche dei sognatori, sognatori concreti che cambieranno il mondo per farlo durare un migliaio di anni. 
Noi costruiamo per resistere al tempo. Siamo gli eredi della Grecia. Siamo forti, ma la nostra non è solo la forza del corpo. Andremo avanti a creare e perfezionare finché niente sarà bello quanto Roma. Una strada per volta se sarà necessario. (…) Vi guardo con orgoglio. Il mio sangue ha aiutato a creare Roma e vedendo voi so che non è stato sprecato. Questa è la nostra terra. Ma fuori c’è un mondo che non sa ancora cosa abbiamo scoperto. Quello che abbiamo fatto è così importante che dobbiamo portarlo nei Paesi dove ancora si vive nel buio, dobbiamo divulgare la nostra legge, l’onore della nostra città finché ovunque sulla terra ciascuno di noi sia rispettato solo perché può dire: “Sono un cittadino romano”.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Rientrando di sorpresa a Roma prima dello scadere del suo mandato in Spagna, con l’aiuto di due importanti senatori, il ricco Crasso e il generale Pompeo, Cesare si candiderà magistralmente alle elezioni romane scoprendo l’arte della propaganda politica che lo farà indebitare con i mercanti per ottenere la carica di console. Nel corso dei giochi che egli stesso organizzerà al Circo Massimo per amiccarsi il pubblico, dopo vari combattimenti gladiatori il suo fedele amico Bruto diventerà il campione di spada di Roma, rendendo ancora una volta orgoglioso il vecchio amico Renio, famoso gladiatore imbattuto che lo addestrò fin da ragazzino. La politica però, anche all’epoca, era colma di intrighi e infamie di palazzo e, Giulio, si troverà a scontrarsi in una guerra tra bande di raptores assoldati da Catilina per seminare il panico in una città sempre più insicura. Questi scontri si sposteranno presto dalle strade dell’urbe all’Etruria meridionale dove, in campo aperto, la Decima legione di Cesare darà battaglia contro un esercito di mercenari galli al servizio di Catilina, vincendoli.
“Le file dei mercenari sbandarono e rallentarono il passo nell’avvistare la legione che veniva verso di loro. Come una grande bestia d’argento la Decima divorava la distanza e la terra tremava al ritmo del suo incedere. Le bandiere innalzate al vento garrivano così forte che a stento si sentiva il suono dei corni (…) La prima fila della Decima mosse rapidamente contro il nemico, ciascuno usava la lama e lo scudo con la consapevolezza di essere coperto dal compagno che aveva a destra. Erano inarrestabili e quando le prime file caddero, gli altri acquistarono velocità e pesanti, ruggenti, aggredirono il nemico sostituendo con la volontà la stanchezza delle braccia.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Dopo aver ucciso Catilina e sconfitto il suo esercito, Cesare ne risparmierà la vita ai sopravvissuti arruolandoli in una nuova legione. Conquistando sempre maggior fama tra i romani, arriverà finalmente il giorno delle elezioni che sarà contraddistinto anch’esso da vili sotterfugi messi in atto dall’odiato invidioso Svetonio. Gli uomini di Svetonio proveranno a sottrarre la bandiera rosso orpora dal pennone del Gianicolo, simbolo di pace che “risaleva al tempo in cui la città era ancora in costante pericolo di aggressioni da parte di tribù o eserciti stranieri”. Il colpo di mano di Svetonio verrà fermato dalla centuria di Marco Bruto e, Cesare, finalmente potrà vincere le elezioni eliminando, all’indomani di queste, anche il suo concorrente, il ricco e pavido Bibilo che Giulio scoprirà essere anche vomitevole pedofilo.
“C’erano voluti mesi a costruire la fortificazione. L’altezza del vallo corrispondeva alla statura di tre uomini messi uno sulle spalle dell’altro. Si ergeva sulle rive del Rodano e ne dominava il corso intorno al confine nord della provincia romana. Era solido come una barriera. Come le Alpi. (…) Il ferro e la pietra impiegati sarebbero bastati a fare affogare qualsiasi esercito avesse tentato di attraversare il fiume. I legionari contavano sulla propria esperienza, erano abituati a stare all’erta, ma nessuno di loro pensava che Giulio si sarebbe accontentato di un sistema di fortificazione normale, dopo che si era sparsa la voce del documento che aveva portato con sé…”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Formando un triumvirato con Crasso e Pompeo, raggiunto un accordo che concederà a Cesare potere decisionale illimitato nella nuova campagna militare, il neoeletto console si rimetterà presto in marcia per varcare le Alpi e raggiungere la Gallia. Trovando da subito una situazione ostile, nella seconda parte del libro il generale romano inizierà a stringere alleanze con alcuni re e scontrarsi, passo dopo passo, in una serie di battaglie da leggere tutto d’un fiato, con migliaia di guerrieri delle tribù galliche, dagli Elvezi ai Belgi, ancora divise tra loro. In Gallia, alla compagnia, si unirà il giovane comandante Marco Antonio di cui Cesare nutrirà profonda stima nonostante la gelosa avversione di Bruto.
“Quando gli Elvezi, affranti, col fiato corto, furono vicini alle linee romane, la formazione a falange si era ormai sparpagliata. La Decima aveva aspettato con pazienza, ciascuno si trovava accanto amici che conosceva da anni. Non c’era paura tra le file romane. Erano perfette, i Cornicines si tenevano pronti a ordinare l’avvicendarsi delle prime file appena avessero mostrato segni di stanchezza. Le spade di ferro erano pesanti, ma sulle facce dei legionari Bruto leggeva l’entusiasmo e la voglia di combattere.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma 
Pur con le apprezzate licenze che Iggulden si è preso nella stesura di questo suo terzo romanzo della saga cesariana, il testo rimane storicamente molto fedele alla realtà seguendo il famoso “De bello Gallico”, scritto direttamente dal generale di Roma duemila anni fa e che riporta la seguente situazione:
“La Gallia, nel suo insieme, è divisa in tre parti, una delle quali abitano i Belgi, un’altra gli Aquitani, la terza coloro che nella loro stessa lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli. Tutti costoro si differenziano per lingua, istituzione e leggi. Il fiume Garonna divide i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Senna li dividono dai Belgi. Fra tutti costoro, i più valorosi sono i Belgi, perché sono i più lontani dalla civiltà raffinata di provincia e assai raramente i mercanti si recano da loro e vi portano quelle merci che contribuiscono a infiaccare gli animi e sono i più vicini ai Germani che abitano al di là del Reno, con i quali sono incessantemente in guerra. Per questo motivo anche gli Elvezi superano in valore gli altri Galli, poiché si confrontano con i Germani in combattimenti quasi quotidiani.”
Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico
La battaglia più feroce che coinvolgerà le legioni di Cesare sarà però quella contro i Suebi (Svevi), popolazione germanica che con il suo re Ariovisto si spingerà a ovest del Reno costringendo i Romani in un inseguimento fino al campo di battaglia più sanguinoso dove, l’abile cavalleria dei Suebi metterà a dura prova la Decima e il suo comandante. In una serie di attacchi e contrattacchi, i legionari riusciranno anche questa volta ad avere la meglio sui barbari spingendoli al di là del Reno e riconfermando, tra l’onore dei camerati caduti e l’entusiasmo della vittoria, la Gallia romana in un territorio molto più vasto di prima.
“”Mia gloriosa Decima!” gridò, rivolto ai suoi legionari. “Fratelli miei! Esiste un’impresa che non vi veda vittoriosi? Tu, Belino, hai abbattuto tre guerrieri nemici, uno dopo l’altro.  Tu, Regolo, hai riunito la centuria quando il povero Decida è caduto. Gli renderai onore quando ti potrai fregiare del pennacchio del suo elmo.” Lodò il coraggio dei legionari che avevano combattuto con lui, indicandoli per nome, uno a uno. Fissandoli in volto, mentre stavano ritti davanti a lui, ricordò i particolari della battaglia. Le altre legioni si avvicinarono ad ascoltarlo e lui ne fu orgoglioso e lusingato e alzò il tono della voce per farla arrivare fino a loro.
“La giornata di oggi è la prova che niente potrà esserci negato!” disse, e i soldati urlarono il loro consenso. “Siamo i figli di Roma e io vi assicuro che questa terra sarà vostra! Chi ha combattuto per me, avrà oro, terra e con la terra gli schiavi per lavorarla. Voi sarete la nuova nobiltà romana e il vino che berrete sarà così buono da farvi venire le lacrime agli occhi. Lo giuro ora, qui, davanti a tutti, sul mio onore. Lo giuro come console. Lo giuro nel nome di Roma in Gallia.
Giulio si chinò sul fango morbido della riva del fiume, misto al sangue dei Suebi. Ne sollevò una manciata davanti ai soldati riuniti davanti a lui.
“Vedete questa argilla? L’argilla insanguinata che ho in mano? Io vi dico che è vostra. Fa parte della mia città, come le corse dei carri e i mercati. Prendetela in mano anche voi. Non sentite che è vostra?” Provò una gioia sfrenata nel vedere che i legionari prendevano quelle manciate di terra, ridendo tra loro, e lo guardavano, felici. Alzò un braccio, lasciando che l’argilla gli colasse tra le dita. “Non posso tornare a casa” mormorò tra sé. “È il momento. Devo seguire la mia strada.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Come avvenne ne “il Soldato di Roma”, anche in questo terzo romanzo storico Cesare ci catapulterà in una nuova marcia verso terre sconosciute, a nord del mondo, in una grande isola che per quello che ne sapevano i Romani poteva essere grande come un continente.
“In qualsiasi direzione guardasse, le galee avanzavano tra le onde. Centinaia di navi elemosinate, comprate, prese a nolo per condurre sull’isola cinque legioni al completo.  Sui ponti, costruiti per reggere il loro peso, c’erano, chiusi negli scomparti, duemila cavalli che avrebbero spazzato via le tribù dipinte. 
Con un brivido che veniva più dalla memoria che dal freddo, il generale vide comparire sulle scogliere le file di guerrieri, ma questa volta non si fece intimorire. Lasciò che guardassero la flotta più grande del mondo approdare alle loro rive. Guardassero pure.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Per la prima volta nella storia le legioni di Roma approderanno sulle scogliere della Britannia due volte in un anno; mentre la prima volta sarà disastrosa più per le ondate tempestose dell’oceano che ne distrussero la flotta, piuttosto che per la battaglia contro i Pitti, i guerrieri britanni con le facce dipinte di azzurro; la seconda volta i Romani sbarcheranno in Britannia con la più grande flotta mai vista, con oltre 800 navi cariche di legionari e armamenti. Raggiunto un accordo con il re Commio che invano cercherà di convincere le altre tribù britanniche a desistere da una guerra contro Roma, i legionari di Cesare si spingeranno nell’entroterra per combattere i guerrieri Catuvellauni di Cassivellauno. L’efficienza militare romana, duramente allenata da anni di guerre e fortificata dalla volontà di conquista e dallo spirito di corpo, vincerà anche su questo campo costringendo i Britanni alla resa tra il fiume Temesa e una vicina città. Cassivellauno “aveva perso la terra che gli aveva dato suo padre”.
“Vercingetorige piantò la lancia in terra, davanti alle porte di Avarico e infilzò una testa romana sulla punta. Si lasciò alle spalle questo macabro trofeo ed entrò a cavallo nella città dove i capi delle tribù erano riuniti nel suo nome. La città, circondata da mura, nel centro della Gallia, aveva quattromila abitanti, ed erano scesi quasi tutti nelle strade per vedere il Sommo Re. Vercingetorige passò in mezzo a loro senza guardare né a destra né a sinistra, con il pensiero rivolto alla guerra che lo aspettava.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
In Gallia, intanto, dopo aver vinto la prova del fuoco contro il fratello Madock, il capo degli Arverni, Vercingetorige, diverrà principe dei Galli radunando le tribù celtiche, villaggio per villaggio, in un’unica imponente armata, attaccando le postazioni romane con durissimi assalti che riconquisteranno territori, riporteranno tra le schiere galliche gli irregolari arruolati nelle legioni, e lasciando terra bruciata ai Romani così da non potersi rifornire di cibo. Alla notizia delle ribellioni in Gallia, Cesare andrà su tutte le furie ripartendo anzitempo dalla Britannia per navigare e marciare con le legioni fino ad Avarico. Qui le otto legioni del governatore della Gallia muoveranno guerra contro decine di migliaia di Galli, lasciandone in vita appena 800 su 40mila, per dare il più terrificante segnale di Roma ai rivoltosi. In questo frangente la compagnia di Cesare accuserà la perdita del vecchio amico mago Cabera, oramai gravemente malato e senza più forze per continuare a seguire le imprese di Giulio nella vita terrena.
“Non vi chiederò di combattere per Roma! Che cosa sa Roma di noi qui in Gallia? Che cosa sa il Senato di quello che noi siamo? I mercanti nelle loro case, gli schiavi, i muratori, le puttane non sono stati in battaglia con noi. Quando penso a Roma, non penso a loro, così lontani. I miei fratelli sono qui, davanti a me.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Ma la battaglia che entrerà maggiormente nella storia dell’umanità sarà quella di Alesia. Vercingetorige si difenderà con 80mila guerrieri nelle possenti mura che dominavano la collina, mentre ai piedi di questa, Cesare, vista l’impossibilità di attaccare frontalmente e intendendo prendere per fame i Galli, come lui stesso ha scritto nei suoi “Commentari”, disboscando le foreste limitrofe in poche settimane costruirà una serie di fortificazioni: la “controvallazione” interna, rivolta verso Alesia, e la “circonvallazione” esterna, in difesa dall’imminente arrivo delle tribù galliche riunite in aiuto dell’assediato Vercingetorige. I due valli, colmi di trappole e ostacoli per i Galli, si dimostreranno essere efficacissimi tanto da essere studiati ancora oggi nelle scuole, non solo militari, di tutto il mondo. Tralasciato nel romanzo di Iggulden, ma riportato nel “De Bello Gallico” di Giulio Cesare, durante l’assedio Vercingetorige si vide costretto ad esiliare da Alesia migliaia di anziani, donne e bambini, per riuscire a sfamare unicamente i guerrieri, con la speranza che il governatore romano potesse accoglierli e lasciarli liberi. Così però non avvenne e le urla strazianti delle genti cacciate dal capo degli Arverni si spensero nel silenzio mortale della terra di nessuno tra Alesia e Roma.
“Che cos’è Roma senza di noi? Pietra e marmo.  Noi siamo il suo sangue e la sua vita. Siamo il suo scopo.” Giulio agitò una mano per indicare, in lontananza, la grande distesa dell’esercito gallico. È una ragione d’orgoglio per noi avere tanti nemici. Loro conoscono la nostra forza, il valore delle mie legioni. Sanno che il nostro animo è indomabile. Io vi dico che, se fossi al loro posto, avrei paura di quello che vedo davanti a me. Sarei terrorizzato. Perché noi siamo diversi da loro. Alessandro (Magno) sarebbe orgoglioso di marciare con voi, di vedere le vostre spade levate in alto nel suo nome.”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Con l’arrivo dei Galli guidati da Madok, i 250mila guerrieri barbari all’esterno della circonvallazione, radunati su una collina a un miglio dai Romani, caricheranno con rabbia per giorni verso i 50mila soldati di Cesare. Con i fatali tiri messi a segno dalle ballistae e dagli scorpiones, le balestre giganti romane, in una cruente lotta, le 10 legioni di Cesare resisteranno ai continui attacchi galli, interni ed esterni, lasciando sul campo un immenso numero di vittime nemiche. Al termine delle tre battaglie che insanguineranno il campo di Alesia con migliaia e migliaia di morti tra i Galli e moltissimi tra i Romani, tra i quali il vecchio amico Renio, a Vercingetorige non rimarrà che arrendersi alla potenza di Roma salvando così il suo popolo e riconoscendo al nemico italico la conquista totale della Gallia.
“Quando i nostri cuori e le  nostre braccia saranno stanchi, noi andremo ancora avanti! (…) Quando avremo lo stomaco vuoto e la bocca secca, andremo avanti!”
Conn Iggulden, Cesare padrone di Roma
Ristabilita la Pax Romana in Gallia, Cesare ritornerà vittorioso con le sue legioni ad Ariminum dove apprenderà la notizia della morte di Crasso. Sciolto così il triumvirato, lo sposo di sua figlia Giulia, Pompeo, se riuscirà nell’intento di uccidere Cesare diventerà l’unico dittatore di Roma. Ma, sul Rubicone che separa i veterani della Gallia da casa, il dado sembrerebbe ormai tratto…
Andrea Bonazza