7 Maggio 2021

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Viaggio in Calabria tra gli Arbëreshë e i Normanni di Federico II

La Calabria non è solo Magna Graecia… Questo inverno, scendendo al sud Italia in una delle mie fughe dal lockdown che ci vorrebbe in coma su un divano, sono finito in Calabria; regione tanto dura e assoggettata alla criminalità organizzata, quanto bellissima e colma di gente di cuore e grandi lavoratori che purtroppo non fanno notizia.

Non vi porto la libertà: l’ho trovata qui, tra voi!” (Skanderberg)

Questa mia trasferta calabrese inizia da Firmo, un piccolo paese di duemila abitanti nel cosentino, a 370 m.s.l.m., protetto dalla imponente catena montuosa appenninica del Pollino e rivolto verso la piana di Sibari. Ancora appesantito dall’abbondante accoglienza riservatami dalla famiglia di Martino, un vecchio amico da poco tornato in patria dopo una lunga permanenza militare nella mia nordica Bolzano, cominciamo questa nuova avventura alla scoperta di un territorio fin’ora da me sconosciuto. Tralasciandone la latinità che ha toccato solo in parte questa zona dell’Enotria, dal 1500 la storia di Firmo ha la particolarità di essere una antica colonia albanese. Negli accordi che legarono i nobili albanesi con il Regno di Napoli, di cui questo territorio era parte, molti soldati balcanici giunsero qui con le proprie famiglie dopo il servigio reso in combattimento contro l’impero ottomano, al fianco del condottiero Giorgio Castriota Skanderberg. Da all’ora, come molte altre città della Calabria, Firmo è cresciuta mantenendo una forte identità albanese che ancora oggi possiamo constatare nelle tradizioni Arbëreshë, nella religiosità bizantina cristiano-ortodossa, nella toponomastica con i cartelli in doppia lingua e nei vari monumenti in onore a Skanderberg che troviamo anche qui nella piccola Firmo.
“Io inizio col parlare, troverò più tardi degli studiosi che dimostreranno il mio perfettodiritto.” 
(Federico II Hohenstaufen)
Salutati i monti Arbëreshë di Firmo, in poche decine di chilometri arriviamo sulla costa alto-ionica a Roseto Capo Spulico. Incantati dal mare, l’attenzione è immediatamente rivolta all’attrazione per’eccellenza di questo luogo: il Castello Normanno. Tutt’uno con l’alta scogliera di Petrae Roseti, questo monumento storico del X secolo in origine era il monastero di San Vitale, fino a quando, sulle sue rovine, nel secolo XI i Normanni edificarono il castello che segnava il confine tra i territori di Roberto Guiscardo e il fratello Ruggero, antenato di Federico II di Svevia. Come si può vedere dalla sua simbologia alchemico-templare, con la Rosa e i Gigli, il Castrum Petrae Roseti divenne poi Tempio dell’Ordine dei Templari fino a quando, nel XIII secolo, per punire il tradimento dei cavalieri nella sesta crociata in Terra Santa, venne requisito da Federico II. Come tutti i castelli federiciani, anche quello di Roseto Capo Spulico prese nuova vita con rafforzamenti, ampliamenti e particolari estetici quanto esoterici. Come riportato dallo stesso Federico II Hohenstaufen nel “Da Monumenta Germaniae Historia”, l’imperatore assegnò in fine le mura del “templare Petrae Roseti” ai suoi figli legittimi che divennero re di Gerusalemme.
A ridosso della possente scogliera sulla quale domina il castello, in mare, a pochi metri dalla spiaggia, troviamo una suggestiva roccia calcarea a forma di fungo, erosa naturalmente dal moto ondoso delle acque, che appare dinnanzi a noi come una sorta di totem monolitico. Proprio per la sua vicinanza al castello del Falco di Svevia, sarà questo fungo roccioso, oggi, a catturare l’energia dei nostri pensieri introspettivi.
L’indomani, scendendo verso sud ed entrando a Lamezia Terme ospiti del buon Paolo e dei suoi camerati, ancora più appesantiti dall’ennesima infinita magnata andiamo a vedere i ruderi del Castello Normanno di Nicastro. Come per quello di Roseto, anche qui, imprecando, i Dpcm della pandemia non ci consentono nessuna visita a questo luogo che, prima del governo, appartiene alla nostra storia e come tale dovrebbe essere invece accessibile ai suoi figli. Accontendandoci di ammirarla dall’esterno, ai piedi del Colle di San Teodoro sul quale troneggia controllandone strategicamente la pianura fino al mare, non è chiara l’origine di questa fortificazione. Alcuni studiosi sostengono fu costruita dai Bizantini nel IX secolo, per altri invece furono i Normanni a edificarla nel XI. Certo è che, anche in questo caso, fu lo Stupor Mundi Federico II ad ampliarlo con lunghe mura di cinta, carceri, caserme e un alchemico mastio pentagonale. Ma per due anni il castello fu anche dimora e prigione di Enrico VII, figlio ribelle di Federico II, che secondo la leggenda si suicidò con il suo cavallo gettandosi in un dirupo. Purtroppo il terrificante terremoto che colpì la Calabria nel 1638 distrusse buona parte della storica struttura, lasciando oggi agli italiani unicamente le rovine di un glorioso passato che univa l’Italia meridionale alla Mitteleuropa più di quanto non riesca a fare oggi l’Unione Europea.
Andrea Bonazza