7 Maggio 2021

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Dinnanzi ad Atena Promachos a difesa di Reggio Calabria

Scendendo fino alla punta d’Italia, in questo pandemico inizio 2021, arrivo nella bellissima Reggio Calabria. Da subito Reggio meraviglia per il tratto di mare che la separa dalla vicina Sicilia, nello Stretto di Messina tra il Mar Ionio e il Mar Tirreno e, proprio qui, in quello che Gabriele D’Annunzio definì “il chilometro più bello d’Italia”, mi fermo oggi per raccontarvi la storia di un luogo sacro per i reggini. Il monunento a Re Vittorio Emanuele III.

Anche se in molti lo omettono, per descrivere la storia di questo monunento dobbiamo tornare indietro al 1908 quando, uno fortissimo terremoto di magnitudo 7.1 che ha devastato questa zona altamente sismica, distrusse gran parte della città di Reggio. Dopo pochi anni scoppiò la Grande Guerra e la città calabrese continuò a rimane sotto le sue stesse macerie, in attesa di tempi migliori per un interessamento nazionale. I reggini dovettero infatti attendere ben 14 anni per veder risorgere la propria città, e, ancora una volta in quegli anni, fu solo merito del Fascismo se Reggio Calabria venne ricostruita e resa ancora più bella. In pochi anni il governo fascista costruì e ricostruì case, scuole, palazzi di pregio architettonico, musei, uffici postali, banche e case del fascio, il duomo e alcune chiese, fontane e monumenti tra cui quello di cui vi parlo oggi e che ha incisa sul marmo la seguente citazione che ricorda l’entrata in guerra dell’Italia:
“Soldati di terra e di mare, l’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata seguendo l’esempio del mio grande avo. Assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella Vittoria. Che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire.”
Vittorio Emanuele III, 24 maggio 1915
Su progetto dell’architetto palermitano Camillo Autore, che morì nel 1936 in Alto Adige, nel 1932 venne inaugurato l’imponente monumento a Vittorio Emanuele III. Questo grande cippo marmoreo che, nella forma, ricorda vagamente un tempio, venne eretto sul Molo di Porto Salvo perché proprio qui Vittorio Emanuele sbarcò per la prima volta in Italia da re dopo l’assassino del padre Umberto. Ma vi è anche un altro motivo, sicuramente più suggestivo e guerriero, che ha deciso il sorgere del manufatto in questo luogo dinnanzi alla Arena dello Stretto; è lo slancio sul mare del suo molo, quasi a tuffarsi verso la vicina Sicilia. Al centro del monumento infatti, regna la grande statua bronzea di Atena Promachos, divinità greca pari alla romana Diana, che in una mano regge lo scudo di difesa, mentre nell’altra impugna la lancia di attacco. La statua venne concepita come perenne monito a difesa delle coste sacre della nazione dagli attacchi via mare ma, purtroppo, dal 2001 è stata girata verso la stessa città, capovolgendone il senso. Come disse il sindaco di sinistra dell’epoca, Italo Falcomatà, “perché i veri nemici sono all’interno della città”. Già, appunto, all’interno dello stesso municipio e pure in maggioranza…
Ma come dicevo, Atena Promachos era la divinità guerriera, originariamente protettrice di Atene dove, dalla sua famosa acropoli, nei 7 metri di una statua a lei dedicata nel 460 a.C. per celebrare la vittoria di Maratona, dominava il Mare Egeo minacciando chiunque avesse osato attaccare la più grande città-stato. La scelta di usare la dea Atena quale protettrice monumentale di Reggio, per il Fascismo italiano, fu quella di ricondurre i calabresi e gli italiani tutti alle loro origini greco-romane. Da quella Magna Grecia teatro di mitiche avventure mediterranee alla ricerca di patrie e identità, in un classicismo razionalista scolpito nel marmo e nel bronzo il Fascismo ci ricorda chi siamo e da dove veniamo. Ci ricollega al coraggio degli avi e all’eroismo dei nostri nonni che riconquistarono i sacri confini nazionali nella prima guerra mondiale. Ci scuote e ci sgrida! Consegnandoci il più importante e stupendo fardello cui in troppo pochi, oggi, ne riconoscono l’armoniosa gravità del peso.
Andrea Bonazza