7 Maggio 2021

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A Orosei tra il nuraghe Gulunie e il fuoco e la torre di Sant’Antonio

Appena sbarcati in Sardegna a Golfo Aranci, il nostro viaggio alla scoperta dell’isola inizia da Orosei, una cittadina di 7.000 abitanti in provincia di Nuoro, affacciata sul mare e protetta alle sue spalle dalle colline con le cave del suo famoso marmo. Giunti nella piazza storica del paese, entriamo nell’antico complesso architettonico medievale dal quale si erge una torre pisana e la chiesa di Sant’Antonio Abate. Costruita in pietra vulcanica tra il Trecento e il Quattrocento su di un preesistente edificio romanico, la chiesa offre un raro ciclo di affreschi quattrocenteschi con dipinte le fasi della vita di Gesù. Purtroppo però, mancando di pochi giorni la “zona bianca” sarda, con il ritorno del lockdown sull’isola ci è stato impossibile visitarla.

Sempre parlando di conseguenze del lockdown, in questo cortile medievale, per la prima volta da tempo immemore quest’anno non si è tenuto il famoso rito del Fuoco di Sant’Antonio. Antica tradizione locale, questo fuoco solstiziale tra i più grandi di Sardegna si festeggia il 17 gennaio e ripercorre i riti arcaici delle popolazioni pagane dell’isola, poi riconvertite nella cultura cristiana. Infatti, seguendo con logica un filo storico tra il politeismo greco e la cristianità, come secondo il mito Prometeo sottrasse il fuoco agli Dei per consegnarlo agli uomini, Sant’Antonio Abate scese negli inferi per rubare il fuoco ai diavoli e salvare l’umanità dal gelo. Ogni anno quindi, fatta eccezione per il 2021 che ha interrotto una lunghissima tradizione, nel cortile di Sant’Antonio, già all’epifania, i cittadini di Orosei iniziano a formare una gigantesca pira raccogliendo legna con lentischio, cisto, corbezzolo, rosmarino, rami d’ulivo, pino e cipresso, accatastati sotto il su pirone, il pilone centrale con una croce di arance sulla punta più alta. La notte tra il 16 e il 17 gennaio, con la benedizione del sacerdote, il gigantesco falò viene acceso in un rito tradizionale che mescola magicamente il culto pagano con il folclore cristiano, portando la folla a compiere tre giri attorno al fuoco in senso antiorario mentre nell’arco della serata i presenti banchettano con vino, dolci, carne alla griglia e balli tradizionali. Proprio come nelle più antiche festività romane e pre-romane, all’indomani del rito i cittadini di Orosei tornano al grande falò per raccogliere e conservarne la brace come amuleti contro il maligno.

Sempre all’interno delle mura circolari del piccolo borgo medievale, troviamo un antico pozzo perfettamente conservato e la Torre pisana di S.Antonio. Secondo la storia locale che ci ha raccontato l’ospitalissimo Angelo, fu in questa torre che la gente di Orosei si rifugiava dalle devastanti invasioni dei mori saraceni, gettando contro questi, proprio dal balconcino sopra il suo portone, olio bollente e liquidi infiammabili. L’ultima incursione dei pirati mediterranei risale al 1806 quando, mille mori, assalirono il paese cogliendolo di sorpresa nel sonno. Grazie però a Tommaso Mojolu, coraggioso cittadino di Orosei, il paese si svegliò dall’allarme lanciato da quest’ultimo al grido “a morte i Saraceni!”. Gli abitanti si armarono e scesero in strada combattendo tenacemente contro l’esercito pirata, costringendolo alla ritirata. Venuto a conoscenza dei fatti, il re Vittorio Emanuele riconobbe l’eroismo dei cittadini di Orosei decantandone l’audacia quale esempio per tutta Italia.

Prima di venire accolti dalla tavola generosamente imbandita dalla famiglia di Angelo, parcheggiata la macchina su una collina poco distante dalla città, con una breve camminata attraversiamo un bellissimo giardino realizzato da un anziano cittadino di Orosei in onore alla civiltà nuragica che qui ebbe un antico insediamento. A dimostrare la presenza archeologica degli antenati sardi, in pochi passi tra la vegetazione ci troviamo dinnanzi all’antichissimo Nuraghe di Gulunie. 

Dominando il golfo e la cala di Osalla sottostante, in un panorama mozzafiato che si tuffa nel Mar Tirreno, questo nuraghe è tra i rari esempi con la funzione di avvistamento sul mare. Esattamente al confine tra i comuni di Orosei e quello di Dorigali, il nuraghe si affaccia soprattutto verso i millenari villaggi prenuragici di del secondo comune. Costruito a secco con grossi blocchi di basalto vulcanico non tagliato, purtroppo la sommità del nuraghe è crollata all’interno dello stesso, impedendone l’accesso e seppellendo sotto le sue pietre i segreti. Molto probabilmente, questa torre, comunicava con gli altri nuraghi della zona mediante il riflesso solare di rudimentali specchi, fuochi e segnali di fumo, a seconda del giorno o della notte, così da avvisare i popolosi abitati nuragici dell’arrivo di pericoli via mare.

I primi ed efficaci studi archeologici sul territorio si devono a Domenico Lovisato che si occupò di alcune Domus de Janas a fine ‘800, a Ettore Pais che scoprì il villaggio della vicina Tiscali nel 1911, e al Fascismo; con Antonio Taramelli che nel 1930 pubblicò la prima Carta Archeologica e a Doro Levi che condusse i primi scavi al popoloso villaggio di Serra Orrios nel 1936.

In Sardegna sono rimasti oggi oltre settemila nuraghi, all’incirca uno ogni 3 chilometri quadrati, e penso a quanto sia incredibile avere nella sola isola una tale vastità di reperti archeologici risalenti al II millennio a.C.. Credo proprio che, al di fuori del patrimonio storico italiano, non vi sia nessun altro posto al mondo con una simile ricchezza archeologica dove, anche il più sperduto paesino, nei reperti e nei luoghi offre un viaggio nel tempo attraverso ogni epoca storica.  Lasciandoci alle spalle l’incredibile vista goduta da queste millenarie rovine, cogliendo un pezzo di sughero per alimentare futuri fuochi sacri, torniamo alla macchina per andare a placare la fame in una ricca grigliata sotto il cado sole sardo di primavera.

Andrea Bonazza