7 Maggio 2021

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Nelle guerre d’Africa con il libro di Flavio Andreon, Soldato di ventura

“O ammazzi o muori, questo fu l’aspetto dominante della mia vita durante il periodo di servizio. Pensare di poterlo dimenticare è mera illusione. A consolazione resta, almeno per me, la certezza di aver agito con assoluta onestà morale, mettendo in gioco prima di tutto me stesso e la mia pelle. Sono stato mercenario, ma soprattutto un combattente che ha difeso i principi su cui si fonda la mia civiltà.”

Esistono uomini ai quali, soprattutto in gioventù, la monotonia di una vita borghese risulta troppo stretta, soffocante, insopportabile. È il caso di Flavio Andreon. Mercenario italiano reduce dai più cruenti campi di battaglia africani che sconvolsero buona parte del continente nel corso della Guerra Fredda che, laggiù, venne riscaldata fino ad incendiare interi e vastissimi territori.

“Eravamo duri come il ferro e schifati dalla vita come solo chi affronta la morte ogni minuto può esserlo. Tuttavia, anche se immersi nel nostro ruolo che a volte non concedeva spazio alla pietà, eravamo sempre più umani dei loro stessi compatrioti che li scannavano senza remissione…”
Ho appena finito di leggere “Soldato di ventura”, libro edito in questo aprile 2021 da Altaforte edizioni, e, posso garantirvi, che da diverso tempo e assai raramente mi è capitato di leggere un testo così crudo e violento, sia nei particolari materiali che nei ragionamenti dell’autore. Certo, di libri che trattano le crudeltà della guerra ne ho letti moltissimi tra primo e secondo conflitto bellico; ma questo, che romanzo non è, senza retorica alcuna ma, anzi, con continue riflessioni sugli orrori compiuti in prima persona o da altri, affronta in un diario vissuto tra sangue ed escrementi la più innegabile ferocia dei conflitti. Di quei conflitti.
“Bisogna provare sulla propria pelle le ferite. Sentire il ferro che ti morde la carne. Bisogna provare il dolore. Bisogna provare la paura che senti quando le pallottole fischiano a pochi millimetri dal cranio. Bisogna conoscere quella disperata forma di coraggio che ti porta a proseguire. Bisogna conoscere la nausea che si coglie quando un tuo camerata ti cade al fianco. In questo non c’è retorica, c’è solo la sua morte. Bisogna comprendere il pensiero di un amico che dovendo abbandonarti ti chiede come ultimo regalo un colpo di grazia. E bisogna conoscere l’orrore che ti assale accontentandolo, anche perché al suo posto, dopo trenta secondi, potresti esserci tu. Bisogna sentire l’odore del sangue e delle viscere di chi resta squartato da una granata. Bisogna, infine, in senso terribilmente reale, immaginare l’inferno.”
In un’Africa spaccata dalle fazioni in lotta, in un misto di odio tribale e di indottrinamento ideologico, sia esso marxista o occidentale, si muovono i camerati di Flavio Andreon, all’epoca giovane friulano arruolato tra le file mercenarie dall’esercito italiano, con un grande senso di amor patrio e di voglia di avventure. Dai primi duri addestramenti fino alle prime operazioni, Flavio si distingue per una ferrea disciplina e un animo guerriero forgiato nella giustezza dei propri prìncipi e delle proprie azioni. In una critica costante ai modus operandi di alcuni componenti del suo gruppo denominato “i Cacciatori”, l’autore ripercorre gli assalti, i combattimenti e i momenti che scolpirono la sua dura pelle nelle pericolose giungle africane. Gli incontri con altri mercenari provenienti da Sudafrica, Inghilterra, Irlanda, Francia, Est europeo e USA, portano l’autore a scontrarsi con le diverse mentalità e metodologie militari che, quando gli furono di lezione, nella maggior parte dei casi lo furono in negativo.
“Quella povera gente si vide imporre un sistematico tentativo di indottrinamento da parte dei “missionari” del marxismo. I commissari politici, inquietanti figure che avevano come unico scopo il controllo dell’ortodossia ideologica delle loro truppe e dei rapporti con il popolo, promossero una campagna di istruzione che si basava sul metodo della coercizione, fisica e morale, dei loro militi e dei civili. Nella pratica, volevano imporre la convenzione che, al di fuori dell’ideologia comunista, non ci fosse spazio per una vita sociale; fu un gioco sporco basato sull’inganno e il ricorso alla violenza più brutale…”
Combattendo con il fronte dell’Unione Nazionale per la Liberazione (Unita) contro il Movimento Popolare per la Liberazione (Mpla), Flavio conobbe il significato che quella gente attribuiva, in entrambe le fazioni, alla parola “liberazione”. Sterminio. Massacro. Eliminazione fisica di ogni avversario e delle proprie famiglie e tribù. Un po’ come da noi, in Italia, fecero i partigiani comunisti nel e dopo il 1945.
Dopo il ritiro delle truppe coloniali portoghesi dall’Angola, questi movimenti africani sostenuti da russi, cubani e cinesi, così come da americani, israeliani ed europei, nel segreto contesto della Guerra Fredda si scannarono senza pietà alcuna. In una contesa del territorio che sulla carta offriva pubblicamente le cause politiche, nella realtà dei fatti, invece, come senza peli sulla lingua racconta Andreon, trasformava quelle regioni africane in un inferno di faide etniche e religiose, incentivate dal profitto di infami business facili sulla martoriata pelle della propria gente.
“Quella cazzo di gente, ignorante che era, subiva il fascino delle promesse di una vita migliore che il comunismo propagandava.
In un periodo in cui già si avvertivano i cedimenti del sistema sovietico, non si rendevano conto a chi stavano consegnando loro, i loro figli, e il loro ricchissimo Paese…”
Arricchito dalla penna di due miei vecchi amici, con una coinvolgente introduzione di Franco Nerozzi e una puntuale cronologia storica di Alberto Palladino, curatore del libro, questo testo dovrebbe essere letto da tutti gli schieramenti ideologici in campo oggi soprattutto a casa nostra. A sinistra si dovrebbe leggere per ragionare sul sistema totalitario di terrore, cattiveria e manipolazione delle menti proprio delle strategie comuniste. A destra si dovrebbe leggere per riflettere sulle facili esaltazioni guerriere da testiera e, fondamentale, per conoscere sé stessi e i propri limiti immedesimandosi nelle più difficili situazioni vissute dall’autore. Ne saremo stati all’altezza? Noi? Noi abituati a sprofondare sul divano dopo una fugace scazzottata? Ma forse, ancora di più, questa sconvolgente testimonianza di guerra dovrebbero leggerla al centro. Moderati e pacifisti. Cattolici e liberali. Sempre pronti a sputare sentenze. Da casa loro. Al sicuro da ogni incursione nemica e con lo stomaco rilassato da ogni tremendo episodio che, Andreon, descrive in una sorta di mea culpa ateo ma senza mai pentirsi. Senza mai mollare una virgola sulla sua etica di vita che gli causò e gli causa ancora troppe sofferenze. Senza mai deporre le sue armi morali in una società in cui regna il profitto e la finzione. Con gente lobotomizzata entusiasticamente da serie tv e da improbabili film d’azione che, Flavio, ha già visto. Realmente. Sul campo. Da soldato di ventura.
AndreaBonazza 

“Così vivevamo e morivamo noi volontari, combattenti per un’idea, o per il soldo, in Africa. E se adesso, con i governi progressisti che ci ritroviamo, che corrompono il nostro tessuto storico e sociale, dichiarassimo le posizioni, morali ed etiche, che hanno governato noi e il nostro modo di essere e di operare, in un attimo saremo dichiarati criminali di guerra. Senza la minima considerazione del fatto che noi la guerra l’abbiamo sì voluta, eravamo volontari, ma non provocata e sicuramente l’abbiamo subita.”