7 Maggio 2021

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Nel nome di Sergio, Enrico e Carlo, per non mollare. Mai!

Quella del 29 aprile è una data che da anni ha segnato in una profonda cicatrice il cuore della destra, nazionale ma soprattutto milanese. Tre nomi. Tre camerati. Tre lutti che la comunità meneghina ricorda ogni anno.

Ogni 29 aprile dal 1945. Quando dai partigiani festanti venne ucciso Carlo Borsani; abile poeta, giornalista e Tenente del 7° Reggimento Fanteria Cuneo. Mutilato e grande invalido di guerra , Borsani incontrò la prima volta la morte sul confine greco-albanese, rimanendo cieco. Da cieco, senza alcuna compassione e non potendo nemmeno guardare negli occhi i suoi aguzzini, Borsani venne ammazzato a piazzale Susa con un colpo alla nuca sparato dai partigiani. Buttato su un carretto della spazzatura venne fatto sfilare con il cartello: “ex Medaglia d’Oro”.
Trent’anni più tardi, il 29 aprile del 1975, dopo 47 giorni di coma dovuti a un brutale agguato antifascista con pesanti chiavi inglesi che ne spaccarono il cranio, morì Sergio Ramelli. Giovanissimo militante del Fronte della Gioventù milanese, Sergio frequentava la scuola rossa “ITC Molinari”. A causa delle proprie idee politiche e praticamente da solo contro un’intero istituto di sinistra, dopo aver consegnato un tema contro le Brigate Rosse per il duplice omicidio padovano dei militanti MSI Girallucci e Mazzola nel ’74, Sergio fu più volte oggetto di minacce e pestaggi tanto da trovarsi costretto a cambiare scuola. Il 13 marzo del 1975, parcheggiando sotto casa il motorino, il diciottenne Ramelli fu bersaglio premeditato di un infame agguato da parte dei militanti di sinistra: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Antonio Belpiede, Brunella Colombelli, Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari. Tutti studenti e laureandi appartenenti al gruppo politico di Avanguardia Operaia. In seguito, Milano venne investita da un escalation di aggressioni continue e gravi episodi di violenza incitati, anche e soprattutto, da stampa e politica, con il consiglio comunale meneghino che applaudì alla notizia, e la sinistra tutta(!) a rivendicare lo slogan “uccidere un fascista non è reato”. In questo clima infuocato e nonostante la grande sofferenza vissuta, la famiglia Ramelli dovette affrontare anche le più tremende angherie e minacce di morte, rivolte soprattutto al fratello Luigi, fino al giorno prima della morte di Sergio. Il giorno del funerale, mentre gli attivisti di sinistra si organizzarono per scontrarsi coi “fasci” al grido di “10-100-1000 Ramelli”, per non avere ulteriori rogne la questura arrivò persino a tentare di vietare il funerale sequestrando la bara del giovane missino.
L’anno successivo alla morte di Sergio, nel giorno esatto del primo anniversario della sua morte, un gruppo armato del movimento di sinistra Lotta Continua aprì il fuoco contro Enrico Pedenovi. Consigliere provinciale dell’MSI e avvocato milanese, Pedenovi si stava recando alla commemorazione in ricordo di Ramelli ma, ucciso a sangue freddo nella sua auto da militanti di sinistra, al “presente” Enrico non arrivò mai.
Ogni anno, il 29 aprile, a Milano, le comunità identitarie si riuniscono nel ricordo dei propri martiri, giurando di continuare nel loro nome la lotta ereditandone il testimone. Ma a sinistra, tutta, il ricordo di Sergio dà ancora fastidio e, da ANPI e centri sociali fino alla coalizione del sindaco Giuseppe Sala, ancora oggi si prova a denuciare per manifestazione non-autorizzata o ricostituzione del disciolto Partito Fascista e a vietare le commemorazioni per chi rimase ucciso dall’odio antifascista. Mentre vi sto scrivendo, anche quest’anno, sono in viaggio verso quella Milano che stasera si chiuderà nel rispettoso silenzio di una maggioranza silenziosa. Sarò con il braccio levato alto davanti a quel murales che da oltre vent’anni bacio e da più di quaranta continuano a deturpare. Sarò, ancora una volta, sotto quel balcone dal quale Anita, mamma Ramelli, si affacciava, sempre più debole fisicamente ma restando uno degli esempi più alti di forza di dignità che abbia mai avuto l’onore di ricevere. E che adesso è lassù. Con Sergio. Con Enrico. Con Carlo. A ricordarci che non possiamo mollare. Mai! Anche per loro.
Andrea Bonazza