19 Giugno 2021

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Nell’anfiteatro romano di Katane sepolto dall’Etna

Passeggiando per Catania ci si immerge nella storia d’Italia, anche la più antica, che qui sull’isola sembra aver salvato dalla modernità parte della sua bellezza. Ma in alcuni casi, specie nella città etnea, laddove il progresso non ha distrutto le antiche opere ci ha pensato Madre Natura. O meglio, il dio Vulcano. Come vi raccontavo precedentemente riguardo Castello Ursino, parte della città di Catania è stata infatti sepolta dalla lava nel corso dell’eruzione dell’Etna del 1669. Le fonti e i documenti antichi, però, spesso custoditi in altri luoghi al sicuro dalla minaccia di disastri naturali, talvolta ci raccontano e mappano tesori andati perduti, inghiottiti dal tempo o dal fuoco come avvenuto per i teatri romani catanesi.

Fratello minore del teatro greco-romano del V secolo a.C. in via Vittorio Emanuele, l’anfiteatro romano di Catania risale all’epoca imperiale e possiamo ammirarlo direttamente dalla zona occidentale di Piazza Stesicoro. Ad oggi, purtroppo, ci è possibile vedere solo una piccola parte di ciò che fu uno dei più grandi e rinomati teatri della storia; in quanto il 90% della struttura è ancora sotto il livello stradale, coperta dalle fondamenta della chiesa di S.Biagio e dai palazzi in stile barocco edificati tutto intorno. È assai difficile infatti pensare come fosse stato all’epoca l’anfiteatro percorrendo il perimetro del sito archeologico, sia dalla strada che entrando nello stesso.
Costruito presumibilmente nel II secolo d.C., al tempo degli imperatori Adriano e Antonino Pio, con ogni probabilità l’anfiteatro ebbe un importante ampliamento nel secolo successivo che lo trasformò nel secondo anfiteatro più grande del mondo dopo il Colosseo. Anticamente di forma ellittica, la sua circonferenza esterna misurava ben 309m con un diametro di 70 ed era in grado di ospitare fino a 15.000 spettatori seduti, più quasi il doppio in piedi, sistemati sugli spalti di legno. Assistendo agli spettacoli, duemila anni fa i nostri antenati potevano godere dell’ombra e del riparo dalla pioggia grazie a un sistema di veli e carrucole, come per l’Anfiteatro Flavio. Sempre sull’esempio del padre di tutti gli anfiteatri, anche a Catania si poteva assistere alle naumachie, le battaglie navali che avevano luogo al centro della struttura, riempiendola d’acqua grazie alla progredita ingegneristica e all’antico acquedotto.
Entrando nel sito varchiamo l’arco che accoglie il visitatore direttamente dalla piazza. Su di esso campeggia la scritta “AMPHITHEATRVM INSIGNE”, incisa sulla lastra di marmo che fa da architrave, sostenuta da due colonne marmoree arricchite da capitelli ionici. Vicino ad esse troviamo due epitaffi simbolici dedicati a due illustri personaggi di epoca greca: Caronda e Stesicoro, quest’ultimo da cui prende il nome la piazza sovrastante. Scendendo le scalette in ferro del sito, ci immergiamo in un’ambiente antico due millenni, con un labirinto di corridoi, in gran parte ancora coperti dei suoi soffitti, che ci fa comprendere come potessero essere vivi nel periodo di massimo splendore del teatro; dalle celle gladiatorie alle stanze e ai magazzini per i materiali usati negli spettacoli, fino ad alcune botteghe dove lo spettatore poteva trovare ristoro con vino o frutta fresca.
Le mura in mattoni e pietra lavica dell’anfiteatro si presentano spesse ma danneggiate dalle eruzioni dell’Etna e dalle depredazioni dei materiali. Nel V secolo infatti, il re degli Ostrogoti Teodorico concesse alla cittadinanza di sfruttare il vecchio anfiteatro come cava di materiali per la costruzione delle case, modificandone per sempre la fisionomia. Lo stesso accadde nell’XI secolo, quando Ruggero II di Sicilia sfruttò i materiali di questo antico monumento per la costruzione della cattedrale di Sant’Agata. Anche nelle epoche successive la struttura romana venne passo passo sempre più indebolita; dagli Aragonesi che la inglobarono nelle mura di fortificazione cittadina, fino a ricavarne i materiali per la costruzione della chiesa di San Biagio che s’innalza proprio sopra l’anfiteatro. Ma dopo eruzioni e depredazioni, ad aver influito negativamente sullo stato di conservazione della struttura è arrivata la guerra. Nel 1943, infatti, l’aviazione angloamericana bombardò tragicamente la città di Catania riducendo parte di essa in macerie. Non esente dai danni di questa aggressione bellica control’Italia, gli antichi cunicoli sotterranei dell’anfiteatro fortunatamente riuscirono a salvare dal bombardamento molte persone. Alcuni pannelli illustrativi, mostrandoci quale poteva essere l’estetica dell’anfiteatro in età imperiale, non possono che lasciarci l’amaro in bocca davanti a tale magnificenza andata perduta.
Alcune incisioni, colonne, capitelli e targhe sono ancora visibili, esposti in ciò che oggi rimane del campo da gioco dell’anfiteatro, rimasto un lembo di terra sul quale si affacciano le antiche gradinate che un tempo furono gremite di cittadini, mercanti e visitatori che qui giungevano da ogni parte del Mediterraneo.
Se i primi scavi archeologici in loco si ebbero nel XVIII secolo, solo nei primi anni del Novecento con l’inaugurazione alla presenza di re Vittorio Emanuele, e all’impegno di ristrutturazione del Fascismo più tardi, il sito divenne inviolabile e oggetto di studio e restauro. Sotto la Catania odierna si celano dunque meraviglie e segreti antichissimi, in una tomba lavica, che probabilmente rimarranno col tempo ancor più sepolti dall’indifferenza e dalla sempre più marcata lontananza dell’uomo verso la propria identità. Augurandomi che un domani ciò possa cambiare, per lo meno nell’istruzione e nella mentalità colletiva, stringendo tra le mani un’antica borchia di piombo ringrazio i nostri avi e gli imperatori romani Adriano e Antonino Pio, per averci dato l’orgoglio immortale (a chi lo comprende) di poter vantare anche qui la storia più ricca e straordinaria del mondo.
Andrea Bonazza 
foto: Andrea Bonazza