19 Giugno 2021

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Dal de bello civili alle idi di marzo con la caduta dell’aquila di Conn Iggulden

Con il maltempo domenicale ne ho approfittato per divorare gli ultimi capitoli del quarto libro di Conn Iggulden dedicato alla saga su Giulio Cesare. La caduta dell’aquila, questo il titolo del romanzo storico di 400 pagine che ripercorre gli ultimi anni della vita del più grande condottiero repubblicano, affronta nella sapienza e nella fantasia di Iggulden il noto De Bello Civili.
“Ho mostrato in Gallia quanto siamo forti. Ho abbattuto molti re e portato qui le loro ricchezze. Ho costruito le strade romane in terre nuove e segnato i confini delle fattorie per i nostri cittadini. Se mai avete sognato di possedere dei terreni, li ho già per voi e i vostri figli. Ho attraversato i mari per voi e tracciato nuove mappe. Ho portato Roma con me per tutti questi anni e non ho mai dimenticato la mia città. Eppure perfino questo momento è deturpato. Mentre sto davanti a voi e respiro l’aria che amo, so che qualcuno mi è nemico. Sono qui per rispondere alle accuse che mi sono state rivolte. Dove sono quelli che accusano Cesare? Non si fanno avanti quando li chiamo? Che vengano; non ho nulla da nascondere.(Caio Giulio Cesare)

Tornando dalla Gallia Cesare si ferma sul Rubicone e apprendendo da Regolo il piano di Gneo Pompeo per ucciderlo, dopo lunga riflessione interrotta da un segno propizio decide di passare il fiume e scendere in Etruria con il suoesercito, verso Roma. Nel Lazio trova una guarnigione agli ordini del dittatore pronta ad attenderlo per fermarlo; questi però si uniscono a Cesare per aver salva la vita. Mentre Pompeo salpava con le sue legioni per fuggire alla furia dei veterani della Gallia, Cesare organizzò nuove elezioni per eleggere console Marco Antonio e partire per la Grecia all’inseguimento di Pompeo. Bruto si infuriò per aver mancato lui la carica e fuggì da Roma giurando guerra a Cesare. Lungo la strada incontrò la colonna militare guidata goffamente da Seneca e vi aderì prendendone il comando e dirigendola prima a Brindisi e poi Taranto, per prendere il largo con la galea del vecchio Gratidico verso la Grecia e unirsi alle legioni del dittatore Pompeo. Cesare, Marco Antonio, Domizio e Ottaviano escogitarono un piano per sfruttare il tradimento di Bruto e inviarono un loro uomo, Cecilio, in Grecia, per far credere che Bruto sia ancora fedele a Cesare.

“Se dovrò porre fine alla dittatura di Pompeo sul campo di battaglia, lo farò lontano da qui. Finché ci sarà vita in me veglierò su Roma. È questo il mio giuramento e lo presto davanti a tutti gli dèi. Mi batterò per un’elezione legittima e se mi nominerete console, inseguirò Pompeo in capo al mondo per sconfiggerlo. Non tornerà qui finché vivo.”
(Caio Giulio Cesare)

Sbarcato in Grecia con le sue sette legioni, da Oricum Cesare si trovò a fronteggiare le 12 legioni romane di Pompeo sul campo scelto dal dittatore autoeletto. Con un abile stratagemma però, i legionari di Cesare aggirarono il grande schieramento di Pompeo, marciando speditamente verso Durazzo e costringendo all’inseguimento l’esercito fedele al vecchio Senato. Cesare riusci a raggiungere la città grecoalbanese penetrando all’interno delle sue mura e barricandosi in esse. Radunò le famiglie dei senatori al tempio di Giove promettendo loro di non storcergli un capello mentre i suoi soldati si sarebbero finalmente approvvigionati facendo scorta dei beni alimentari di Durazzo.
Mantenendo la parola data, Cesare lasciò Durazzo portando le sue legioni a sud-est. Coperto dal buio della notte, al comando della Terza Legione appartenuta a Bruto, il generale della Gallia attaccò di sorpresa l’accampamento fortificato di Pompeo. Il risultato però non fu quello sperato e, vedendo i soldati della Terza fuggire dalla carneficina guidata da Labieno, Cesare dovette ritirarsi impartendo una punizione esemplare per i codardi e, sotto suggerimento del giovane Ottaviano, cancellando la Terza Legione per accorparla alla Decima.
“Era in qualche modo consono che la lotta dovesse concludersi come avevano combattuto i vecchi generali romani. Sul fondo della valle non c’erano trappole e non si potevano mettere in atto stratagemmi sull’uso del terreno. Il fiume fangoso e scuro, che attraversava il lato sud della valle, rappresentava un confine naturale. Cesare sapeva che combattendo a Farsalo doveva elaborare una strategia imperniata sulla velocità, la tattica, la forza. I due comandanti si sarebbero trovati di fronte divisi dalle schiere degli uomini; gli eserciti si sarebbero scontrati e massacrati finché uno dei due avrebbe conquistato il diritto di tornare a Roma. Scipione l’Africano avrebbe approvato quella scelta. Cesare decise rapidamente. Avrebbe atteso a Farsalo.”
Avanzando per miglia e miglia tra i Balcani, Cesare scelse per la lotta il campo aperto di Farsalo dove Pompeo lo inseguì incalzato dai senatori. Nonostante lo scontro impari, per numero, tra i due schieramenti romani, con grande strategia ancora oggi ricordata in ogni manuale militare, Cesare sconfisse la soverchiante cavalleria di Pompeo mettendo in fuga il dittatore e costringendo alla resa i romani che combatterono sul fronte opposto. Tra i corpi sul terreno di Farsalo, Ottaviano e Cesare ritrovarono Bruto, gravemente ferito e ormai certo della morte per mano del suo più vecchio amico, ma Caio Giulio lo risparmiò offrendogli ogni cura per salvargli la vita.
“Troppi morti figuravano nell’elenco, troppi erano caduti. Pompeo era stato un uomo orgoglioso e fiero. Meritava una fine più degna di quella inflittagli da sconosciuti, lontano dalla patria.
Davanti a tutti Cesare pianse.”
Ripristinato l’ordine in Grecia e in tutta Roma, Cesare iniziò la caccia a Pompeo fuggito con la cavalleria fino in Asia Minore. Attraversando il Mediterraneo arriverà nella mitica Alessandria. In Egitto gli verrà offerta in dono la testa decapitata di Gneo Pompeo che distrusse emotivamente Caio Giulio, tanto da infuriarsi al cospetto del re bambino Tolomeo che, per bocca del suo consigliere di corte Panek, in risposta lasciò ai Romani sette giorni di tempo per lasciare l’Egitto. Giunta dinnanzi a Cesare nascosta in un tappeto portato da uno schiavo, la bella regina Cleopatra si presentò al console spiegando la crisi politica che attraversava la sua famiglia e l’intero Egitto. Catturato dalla sensualità della figlia di Iside e desideroso di ampliare i confini di Roma, Cesare accettò di aiutare Cleopatra coinvolgendo i legionari nell’ennesima battaglia della sua Decima. Dando l’assalto al palazzo i Romani sbaragliarono le guardie del re sequestrando il giovane Tolomeo nel loro palazzo. Nonostante il tredicenne sovrano pianse nel distaccarsi dai nuovi amici romani, ritornato dinnanzi al suo esercito lo incalzò subito contro loro, iniziando un lungo assedio contro Cesare che finì con una mossa di strategia da veri incursori in cui, purtroppo, andò bruciata la storica biblioteca di Alessandria.
I guerrieri di Alessandria non portavano né corazze né elmi che, arroventandosi contro la pelle sotto l’implacabile sole dell’Egitto, avrebbero impedito la marcia. Cesare aveva scelto di attaccare nell’ora più fresca della giornata (…) Le corazze romane furono un elemento decisivo nella manovra di sfondamento; i soldati di Tolomeo, colpendo il nemico, urtavano il metallo. I legionari veterinari usavano gli elmi per dare testate, gli schinieri per fracassare gli stinchi, le spade per amputare braccia e gambe. Avevano subito un assedio, erano stati derisi e aggrediti con le frecce, ed era finalmente venuto il momento di ricambiare gli insulti.”
Ucciso Tolomeo e arresosi il suo esercito, Cleopatra tornò a pieni poteri regina di Egitto, condividendo il suo regno e il suo grembo con Giulio Cesare. Rientrato da quella che oggi chiameremo “una crociera sul Nilo” insieme a Cleopatra, divenendo padre di un figlio maschio, Tolomeo Cesarione, il console romano pianificò con i suoi generali un ritorno in patria con nuove idee di grandezza che crearono malumori tra i suoi ufficiali; primo tra tutti il più vecchio amico Bruto, ancora divorato da un desiderio di rivalsa contro il padrone di Roma.
“Sogno un mondo dove i giudici applicheranno le leggi di Roma dagli estremi confini dell’Africa alle terre ghiacciate del Settentrione. Direte ai vostri figli che eravate qui quando Cesare è tornato. Direte loro che in quel giorno è nato un nuovo mondo…” (Caio Giulio Cesare)
Marciando trionfante a Roma con le sue legioni di veterani, Cesare raccolse la venerazione del popolo e gli onori di un Senato che mal digeriva le idee imperiali del neo eletto dittatore decennale. Durante la festa del Trionfo per l’alleanza con l’Egitto, presentando ai Romani la sua regina di Alessandria, – in realtà era durante i Lupercali – Cesare rifiutò per tre volte l’incoronazione da Marco Antonio, stizzito dalla disapprovazione popolare. “Verrà il giorno in cui Roma accetterà di nuovo un re, ma non sarà oggi”. Alle Idi di Marzo del 44 a.C., il giorno 15, come tutti ben sanno, nella più infame delle congiure Cesare venne ucciso da 20 senatori che lo pugnalarono ognuno con un fendente. L’ultimo di questi, uccidendo il cuore di Caio Giulio al solo pensiero, fu inferto dal più vecchio amico di una vita. Colui che già aveva perdonato dal peggiore tradimento e che, quella mattina di primavera, gli stava dinanzi armato di odio e rancore. “Tu quoque, Brute, fili mi!”
“Caio Giulio sentiva che il disagio spariva quando si trovava davanti a uomini nel fiore degli anni, pieni di speranza, non ancora cinici. Non portavano soltanto la spada e lo scudo nel nome di Roma; ovunque andassero recavano con sé l’essenza della città, la parte più pura. Era questa idea che li sosteneva nella sofferenza e nella fatica, che manteneva la disciplina quando vedevano arrivare la morte e capivano all’improvviso che non di sarebbe limitata a sfiorarli. Impegnando la propria forza, ciascuno di loro dava senso e valore a quello che si era lasciato dietro. Dicevano: “vale la pena sacrificare la vita”. E così facevano. Una città era priva di valore se non aveva giovani come quelli raccolti nel Campo Marzio.”
Giunto al termine di questa incredibile storia durata duemila pagine in quattro tomi, adesso non mi rimane che sconfiggere la nostalgia scoprendo l’esistenza di un quinto libro di Iggulden, il sangue degli dei, uscito nel 2013 e che riprende la storia di Imperator dalle idi di marzo all’Impero fondato dal più degno erede di Cesare: il pronipote Ottaviano Augusto.
Andrea Bonazza