19 Giugno 2021

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Il fango a ricoprir la gloria, ma per il fronte del 1915 partì la vera élite culturale italiana

Nei primi minuti del docufilm “Fango e Gloria” di Leonardo Tiberi, andato in onda ieri sera su Rai Storia, la voce narrante descriveva l’inizio della Prima Guerra Mondiale con “un’ondata di proletari e contadini ignoranti” a partire per il fronte. Ricordo invece ai veri “ignoranti” della regia e delle cattedre che, astutamente e schematicamente, ignorano il fatto che il 24 maggio 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, a partire volontari per le trincee furono in primis i più grandi artisti e intellettuali della rimpianta élite culturale della nazione.

Ad ascoltare i nuovi professori, sembra che al fronte siano andate solo le poesie di Ungaretti recitate in un lungo lamento di un tristissimo corteo funebre, composto da ignari contadini ed operai, verso morte certa in una guerra per principio sbagliata. Come se scultori, poeti, giornalisti, politici, musicisti, architetti, professori e grandi letterati interventisti come Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele D’Annunzio, Cesare Battisti, Benito Mussolini, Fortunato De Pero, Umberto Boccioni, Anselmo Bucci, Filippo Corridoni, Alceste de Ambris, Antonio Sant’Elia, Ildebrando Cocconi, Mario Sironi, Achille Funi, Carlo Erba, Ugo Piatti, Luigi Russolo, Carlo Carrà, Gino Severini, Ugo Tommei, Athos Cesarini e moltissimi altri ai quali, se non fossero stati riformati nel corso dell’arruolamento, si sarebbero uniti in armi anche grandi letterati del calibro di Giovanni Papini… Insieme ai loro studenti, ai loro elettori e agli operai che già in pace difendevano con il sindacalismo rivoluzionario, questi italiani si arruolarono nel Regio Esercito consci dei pericoli che avrebbero affrontato e, fattore per essi molto più importante, per coloro che crebbero e si formarono nel mito risorgimentale, pienamente consapevoli di liberare i territori irredenti dall’occupazione austroungarica, completando così l’Unità d’Italia.

Sempre i nuovi mostri della storiografia tendono poi a nascondere, sotto lugubre velo, l’entusiasmo generato dalla vittoria del 4 novembre 1918. Purtroppo per loro però, la storia d’Italia andò diversamente; tant’è che la maggior parte dei veterani reduci dalla Grande Guerra, come anche lo stesso Giuseppe Ungaretti, anzichè appendere la divisa al chiodo in un ripudio alla guerra, vollero completare l’opera di una vittoria mutilata dall’Istria e dalla Dalmazia. Già nel 1919, infatti, migliaia di italiani ripartirono per l’impresa di Fiume e, tre anni dopo, marciarono su Roma ripartendo poi per nuovi fronti tra Africa, Spagna e nei teatri della Seconda Guerra Mondiale. In moltissimi aderirono poi da combattenti alla Repubblica Sociale Italiana nella quale, purtroppo, terminarono la loro vita guerriera, uccisi in azione o alle spalle dagli stessi italiani per i quali avevano strenuamente combattuto ma che si allearono ai nemici sovietici o agli invasori angloamericani. E oggi, i figli e i nipoti degli assassini degli eroi e della cultura italiana, pontificano dall’alto dei media, dalle cattedre scolastiche o dai programmi tv, spiegandoci che in realtà nella Grande Guerra non vi fu eroismo ma unicamente una carneficina inconsapevole. L’Italia, insomma, è l’unico Stato al mondo nel quale il “vae victis” (guai ai vinti) vale anche per i vincitori. Sempre purché siano italiani…

Andrea Bonazza