19 Settembre 2021

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Discendendo i gironi infernali del Pozzo di San Patrizio a Orvieto

In questo mio ultimo viaggio nel centro Italia, mi sono fermato in una delle località più affascinanti della nostra meravigliosa penisola. La bella Orvieto regala sempre grandi emozioni per ricchezza storica, culturale e architettonica. La destinazione di oggi è forse uno dei luoghi storici che, in assoluto, per gli anni che ha, rasenta la perfezione architettonica e ingegneristica.

Entrati nelle antiche mura del borgo medievale con l’amico trentino Filippo, seguendo le indicazioni giungiamo dinnanzi all’entrata del famoso Pozzo di San Patrizio. Una torre cilindrica che, da quassù, sembrerebbe essere di un solo piano ma, come sappiamo, entrando offre l’accesso ad un profondo abisso opera dei nostri antenati, come ci ricorda l’incisione latina: “quod natura munimento inviderat industria adiecit“; ovvero: “ciò che non aveva dato la natura, procurò l’industria“.
Varcando la soglia del pozzo iniziamo la nostra discesa nel tempo tornando al 1527 quando, all’epoca del Sacco di Roma in cui i Lanzichenecchi occuparono l’Urbe, il pontefice Clemente VII venne a rifugiarsi qui nella città umbra. Per la sua posizione strategica ed elevata rispetto alla piana circostante, Orvieto era un ottimo punto difensivo, facilmente controllabile da coloro che vi risiedevano, e difficile da attaccare. In caso di assedio, però, come ogni castello e città arroccata, anche l’antica Urbs Vetus avrebbe dovuto far fronte a lunghi periodi di carestia. Per questo motivo, oltre che portare orti e stalle all’interno delle sue mura, e scavare fredde cantine nel sottosuolo per la conservazione delle derrate alimentari, Papa Clemente VII incaricò Antonio da Sangallo il Giovane, che già per suo conto si occupava della fortificazione della città, di progettare e costruire un profondo pozzo.
Inizialmente chiamato Pozzo della Rocca, da questo, gli orvietani avrebbero potuto approvvigionarsi illimitatamente dalla grande riserva d’acqua della falda acquifera sotto Orvieto. L’ambizioso progetto del Sangallo, ispirato alla scala a chiocciola della Villa del Belvedere in Vaticano, prevedeva un geniale sistema elicoidale di lunghi scalini, a due vie a senso unico, per permettere ai muli e agli uomini che accedevano al pozzo, in salita e in discesa, di non incontrarsi ostacolandosi e verificando “incidenti di percorso” o rallentamenti del “traffico”. La costruzione del pozzo del Sangallo fu ultimata 10 anni dopo, nel 1937, durante il papato di Paolo III Farnese che susseguì al deceduto Clemente VII.
Definito “un capolavoro di ingegneria rinascimentale”, unico nel suo genere con i suoi 58 metri di profondità e 13 di diametro, 248 gradini e 72 grandi finestroni a illuminarne le vie; il pozzo divenne una vera e propria attrazione per pellegrini e visitatori da tutto il mondo. Il suo nome mutò presto dall’originario “Pozzo della Rocca”, al più mistico “Purgatorio di San Patrizio”, riprendendo uno spontaneo paragone con i gironi del Purgatorio della Divina Commedia di Dante e la discesa agli inferi. L’ultimo nome poi, nell’Ottocento, fu quello afibiatogli dai frati del convento dei Servi e che sancì, fino ad oggi, la fama di questa straordinaria struttura. Il nome del Pozzo di San Patrizio fu definito infatti dai frati che vollero riproporre, in terra italica, la nota leggenda irlandese che qui perfettamente si sposava all’opera del Sangallo.
La leggenda del santo celtico narrava di una grotta senza fondo, nell’isolotto del lago di Loch Dearg, della contea irlandese di Donegal, custodita dallo stesso Patrizio dopo che Cristo gliela mostrò. Oltre che impiegarla per la preghiera e la meditazione, il santo irlandese vi ci portò alcuni increduli fedeli promettendo loro che, se vi si fossero avventurati, in un viaggio interiore e naturale attraverso le pene dell’inferno avrebbero potuto accedere al purgatorio, ricevendo la remissione dei peccati e arrivando quindi a scorgere, in alto, la luce beata del paradiso. La caverna del patrono irlandese fu aperta e chiusa più volte nel corso dei secoli in quanto pericolosa meta di pellegrinaggio dei fedeli che così rischiavano di allontanarsi dall’influenza del Clero.
“Come il Pozzo di San Patrizio” è una frase entrata da secoli nel gergo popolare che avrete sicuramente sentito o usato più volte. Con la stessa, si intende indicare una cosa che impegna grandi risorse e fatica senza mai però raggiungere il risultato prefissato. Certo è che, con tutte le orribili opere incompiute che troviamo oggi sparse per l’Italia, e con quelle che crollano sotto il peso di qualche anno di interperie, nella società contemporanea questo antico detto sarebbe da cambiare radicalmente. “Come il pozzo di San Patrizio” per esaltare le virtù degli abili costruttori del cinquecentenario Pozzo di Orvieto, contro l’avida incompetenza odierna che porta a tragedie sociali ed ecologiche terribili. Difficilmente i nostri avi avrebbero edificato un tristemente noto ponte Morandi o altri frutti, di ferro e cemento, seminati in un epoca senza progettualità a lungo termine. Oppure, per lo meno, sarebbero stati decapitati in pubblica piazza per tali scempi. E qui permettetemi di guardare con nostalgia al tanto discusso Medioevo.
Andrea Bonazza 
Foto: Andrea Bonazza, Orvieto, maggio2021