19 Giugno 2021

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Le più antiche radici d’Etruria al museo archeologico di Baratti e Populonia di Piombino

Oggi torniamo in quello che per me è uno dei luoghi più magici in assoluto: l’antichissima città etrusca di Populonia. O per lo meno ci torniamo metaforicamente, dato che ciò che sto andando a descrivere non tratta il sito archeologico del golfo di Baratti, di cui già vi avevo parlato diversi mesi fa, ma bensì del Museo Archeologico del Territorio di Populonia, che si trova a Piombino. Se la Necropoli di Baratti incanta anche per il mare che ne bagna le rive, il museo di Piombino, sito nell’antica Cittadella tra le “mura leonardesche”, si affaccia sul Mar Tirreno incorniciando un’Isola d’Elba che sembra poter essere addirittura toccata dalla nostra mano. 

ETA’ della PIETRA

La nostra visita al museo inizia con le sale dedicate alla preistoria e ai numerosi ritrovamenti archeologici risalenti all’età della pietra. In questa zona della costa maremmana, le prime tracce della presenza dell’uomo risalgono al paleolitico, 500mila anni fa, prima dell’ultima glaciazione. Cocci, pietre a punta, raschiatoi e grattatoi qui esposti, sono parte del primitivo armamentario che i nostri avi adoperavano per cacciare, dividere le pelli per “vestirsi”, cogliere frutta e ortaggi, e tagliare le carni. Nonostante l’essenza rudimentale di questi oggetti esposti nelle vetrine, sui pannelli illustrativi del museo leggiamo che in realtà le scheggiature del pietrame denotano un paziente impegno ed evoluzione, divenuto vero e proprio mestiere, nel tagliare e sfaccettare i materiali da trasformare in utensili. Nel paleolitico l’uomo si riparava dalle precipitazioni atmosferiche in caverne o lungo i costoni rocciosi delle montagne ma con il passare dei millenni, l’alternanza di periodi torridi e glaciali provocò importanti cambiamenti geografici. Già il buon Plinio il Vecchio, nell’antico libro Naturalis Historia, sosteneva che l’Italia anzichè a forma di stivale era formata a foglia di quercia; un territorio che univa la nostra penisola all’arcipelago, comprendendo anche l’Elba, la Sardegna e la Corsica. Dopo duemila anni, gli studi, le scoperte archeologiche e la scienza, hanno finalmente dato ragione a chi, nonostante non avesse elementi e strumenti per conoscere la verità provata, basava e tramandava il suo sapere unicamente con le fonti della Tradizione. Pur confessando di non aver mai letto tutti e 6 i tomi di “Storia Naturale” ma avendoli sempre utilizzati solo per ricerche collegate ai contenuti, amo pensare che il buon Plinio il Vecchio, a modo suo, ovvero quello dell’Idea immortale di Roma, come Virgilio ci ha lasciato una sorta di testamento dell’antichità quasi totalmente riscontrabile con i mezzi moderni. Quando si dice: il che il Mito diventa realtà.
Accessori necropoli di S.Cerbone
NEOLITICO
Ma lasciamo un attimo la mia libreria per tornare al museo dove, passando in rassegna varie bacheche e compiendo un salto di centinaia di migliaia di anni, 8mila anni fa l’uomo del Neolitico inizia ad insediarsi in maniera stanziale nell’area di Populonia. Le condizioni di sopravvivenza dell’uomo migliorano grazie all’agricoltura, all’allevamento di bestiame e ai primi traffici terrestri e marini, incominciando a sfruttare le ridorse metallifere della zona per la produzione di vasellame. È proprio per i ritrovamenti di vasellame risalenti a quel periodo, e ad una cisterna scavata nella sabbia a San Vincenzo per conservare granaglie, che ci fa comprendere come ad un certo punto l’uomo incominciò a regolarizzare la propria alimentazione e, quindi, una vita comunitaria sempre meno selvaggia. Molti sono i cocci le ciotole e i vasi dalle forme più varie, a fiasca, a tazza, etc, esposti al museo; e fa specie pensare come l’uomo mediterraneo sia passato – non così rapidamente, certo – da una forma rude della creazione di materiali ad una forma esteticamente più artistica.
ETA’ del RAME
Nel mondo classico era risaputo che in tutta la zona di Piombino e Populonia, fino dall’entroterra, abbondava un minerale ferroso ancora oggi importantissimo per la sua malleabilità; sto parlando ovviamente del rame.
Diversi sono i siti con forni fusori individuati nel territorio montuoso di questo pezzo dell’Etruria e risalenti al III millennio a.C. ovvero, appunto, all’Età del Rame. Tra scorie, gocce di metallo, punte di freccia, lancia, e un vaso a fiasca rinvenuto all’estrema periferia di Piombino, ciò che cattura maggiormente i nostri occhi è un’ascia litica, corredo funerario per sepolture a cremazione diffuse nella Toscana settentrionale in età eneolitica. Una buona parte dei reperti, come un pugnaletto a lama triangolare, giungono a noi dalle colline metallifere nei pressi di S.Carlo dove, in prossimità delle fornaci e delle anguste miniere, sono stati scoperti anche i resti di piccoli villaggi, riferiti a un momento avanzato dell’Età del Rame. Analoghe a impianti simili rinvenuti da me, in Trentino Alto Adige, quelle di S.Carlo rappresentano l’unico complesso di forni eneolitici in Italia centrale. Peccato però che parte di essi siano stati asportati negli anni a causa dei lavori delle cave moderne come quella della belga “Solvay”, all’opera qui da un secolo.
ETA’ del BRONZO
Compiendo pochi passi in un salto temporale di qualche millennio, entriamo adesso nell’Età del Bronzo che ha visto una Populonia sempre più popolata – mi perdonerete il gioco di parole – quando, tra il XII e il XI secolo a.C., l’uomo si insedia in modo importante nel litorale toscano per via dei traffici marittimi sempre più frequenti con la Sardegna, la Corsica e, addirittura, provenienti dal Mar Egeo come dimostrano i numerosi reperti esposti al museo. A parte i reperti dell’Età del bronzo antico custoditi al Museo Archeologico di Firenze, qui a Piombino troviamo soprattutto oggetti relativi all’Età del bronzo medio che comprende i secoli XV-XIV a.C., e che sono rappresentati per lo più da frammenti di scodella in ceramica a impasto grezzo e a decorazione incisa. Il maggior incremento demografico nella zona si registra tra il XII e l’XI a.C., secoli che, da Torre Mozza e  dal centro di S.Vincenzo dove sono state rinvenute vere e proprie strutture abitative, ci hanno tramandato grandi contenitori in ceramica di impasto con orlo con decorazione a cordoni, anse a maniglia, anse con sopraelevazione a forma di animale e pareti con decorazione a rilievo. Visitando quest’area del museo scopriamo che sono diverse le documentazioni che attestano la presenza di cani impiegati per il controllo di greggi e mandrie, ma anche un’evoluzione nella caccia al cinghiale e ai volatili e nella pesca di pesci e molluschi. Sempre dell’Età del bronzo, dai pressi di Villa del Barone ci sono giunti qui invece una cinquantina di urne cinerarie di forma globulare o biconica, spesso decorate con motivi geometrici a incisione o impressi, molto diffuse nelle necropoli degli antichi popoli protovillanoviani dell’intera penisola, che venivano deposte in pozzetti o in cavità naturali nel terreno. Uno degli oggetti più belli di questa esposizione, è sicuramente la spilla di sicurezza in bronzo, sempre di foggia protovillanoviana, fortunatamente recuperata sulla spiaggia di Baratti. In epoche così antiche come quella del Bronzo, è probabile che gli uomini impegnati nelle attività estrattive o fusorie non fossero ancora bene integrati al resto della comunità in quanto portatori di magiche sapienze che si tramandavano, di generazione in generazione, nel solo gruppo ristretto. Eredi forse di una “diversità” che nel mito si manifesta nel difetto fisico, questi uomini divennero leggendari come i Ciclopi omerici che vivano separati dal resto della gente senza vincoli politici e sociali.
ETA’ DEL FERRO villanoviana
Pochi passi dall’Età del Bronzo ed entriamo nella mitica Età del Ferro principalmente dominata dalla cultura villanoviana che darà poi origine alla civiltà etrusca. Stiamo parlando del periodo che va dal IV al VIII secolo a.C. dove nel Golfo di Baratti si concentrano insistentemente centri abitati di microcomunità sui poggi che incoronano il golfo e attività metallurgiche di prestigio. Alcuni reperti vascolari dell’epoca ci sono fortunatamente arrivati dalla zona di Poggio del Telegrafo ma, anche in questo caso, i più grandi tesori sono pervenuti a noi dall’archeologia tombale. Nella seconda metà del IX secolo a.C. compare infatti il rito dell’inumazione in tombe a fossa rivestite da pareti murarie. In una necropoli del vicino villaggio volterrano di Casale Marittimo, verso l’inizio del VII secolo a.C., in uno stesso nucleo familiare si passa, in una sola generazione, dalla cremazione all’inumazione. Un fattore molto interessante che non avevo mai trovato prima nel mondo villanoviano è invece la netta distinzione tra le sepolture femminili e quelle maschili… i corredi femminili erano principalmente composti da oggetti aditi alla tessitura e alla filatura della lana, con rocchetti o fuseruole di ceramica a impasto ad ambra e, come ho letto sul libro del Museo di Populonia, i due elementi probabilmente rappresentavano l’età delle donne: le più giovani filano e le spose tessono. Nei corredi maschili troviamo invece e giustamente la predominanza di armi in bronzo, chicchi, collane in vetro fibule. Alla fine del IX secolo a.C. cominciano ad apparire le famose tombe a camera che sanciscono il passaggio dalla sepoltura individuale a quella collettiva in cui riposavano le ossa di intere famiglie. Come già ve le avevo descritte in un precedente articolo sulla necropoli di Baratti, dai ritrovamenti a Poggio del Telegrafo e a Poggio delle Granate le tombe a camera erano composte a pianta ellittica o circolare, circondata da pietre e con un piccolo corridoio di accesso chiamato “dromos”. Forse grazie anche ai frequenti contatti con la civiltà sarda,a Populonia questo tipo di tombe arriva ben più precocemente rispetto agli altri centri abitati dell’Etruria e a testimoniarlo vi sono reperti come brocchette di ceramica insulare, bronzei foderi per frecce e pugnali con raffigurazioni di armi e navicelle di bronzo nuragiche (oggi esposte al Museo Archeologico di Firenze). Questi importanti contatti con la Sardegna hanno inoltre sicuramente contribuito anche allo sviluppo metallurgico dell’intera Etruria. Sempre provenienti dalle tombe a camera di Populonia, dell’Età del Ferro sono qui esposti anche catenelle, pendaglietti, spirali fermatrecce, armille, anelli in bronzo, vaghi di collana in ambra, fibbie, ami in bronzo, puntali di lancia, un’ascia ad alette e due meravigliosi elmi a calotta in bronzo, molto ben conservati come anche il cinturone femminile a losanga, anch’esso in bronzo e decorato da incisioni con dischi solari e teste di uccello. In quest’area del museo vi è ricostruita anche una tomba a camera scavata del IX secolo a.C., scoperta sempre a Poggio delle Granate, scavata nella roccia, anch’essa con cella a pianta ellittica ma con copertura in filari di pietre sovrapposte in una volta a pseudocupola. Questa tomba conteneva le ossa di un uomo anziano e una giovane donna.
FASE ORIENTALIZZANTE etrusca
Uno dei periodi indubbiamente più affascinante, almeno per me, è quello della fase detta “orientalizzante”, tra la fine del VIII secolo a.C. e l’inizio del VI, quando gli Etruschi si affacciarono al mondo della Grecia antica e del Vicino Oriente cogliendone arti, usi, miti e divinità. L’intensificarsi dei contatti con il mondo fenicio e con quello greco (oltre che con quello sardo) che dal IX secolo a.C. frequentavano le coste toscane, contribuirono a far crescere notevolmente la cultura villanoviana con importanti evoluzioni sociali che, a Populonia, porta un’aristocrazia a detenere il possesso delle risorse minerarie, dirigere le produzioni e gestire i rapporti politici e commerciali con il mondo esterno.
Dal Mar Egeo e dalla Siria, Assiria, Egitto, Fenicia, Urartu e Cipro, i principi etruschi iniziarono ad indossare ed esporre oggetti di grande prestigio uniti all’uso dell’alfabeto greco, importato dall’isola di Eubea e che man mano si fa sempre più largo in Etruria, come anche le gare di atletica con l’uso delle armi, nuove tecniche di artigianato, coltivazione e produzione di vino e olio soprattutto per l’illuminazione delle lampade, e adottare modelli di vita particolarmente progrediti del Mediterraneo orientale, con l’introduzione dell’uso di balsami e unguenti per la cura del corpo e costumi propri di quelle terre lontane. Gli studi riportano che probabilmente fu da queste influenze che si costituì in Italia il modello familiare che conosciamo ancora oggi nonostante i deliri della disgregazione moderna. Famiglie legate alla terra che si riconoscono in un capostipite comune da cui ne deriva il nome della “gens”, o meglio: il cognome della stirpe trasmesso alle future generazioni. Nella costruzione delle abitazioni invece, a pietre, mattoni crudi e legna che coprivano i tetti si sostituiscono le impermeabili tegole di argilla, usate ancora oggi; l’innovativo impiego del tornio per la lavorazione del vasellame in argilla e le decorazioni armoniose dipinte su esso con le tecniche di Corinto, esportatrice principale di ceramiche nel VII secolo. A proposito di ceramiche: in quel periodo gli Etruschi inventarono il bucchero, ceramica interamente nera dai particolari riflessi metallici, ottenuta grazie ad esclusivi metodi di cottura nelle officine populoniesi e di Cerveteri, e da qui esportata come eccellenza in molti paesi indoeuropei. Sarà forse l’ennesimo caso nella storia italica dove l’allievo supera il maestro ma dalla ceramica al vino, sulle rotte di Cartagine e Atene così come nelle vie della Mittel Europa, gli Etruschi divennero tra i maggiori commercianti di queste materie.
Se ancora oggi rimaniamo affascinati dai miti greci e dai poemi omerici, pensate un pò l’effetto che questi avevano sulle popolazioni italiche a quei tempi… Le divinità greche si assimilano a quelle etrusche con il padre Zeus che diviene Tinia, Afrodite Turan, Dioniso Fufluns, mentre Odisseo, Giasone, Medea, Teseo; Achille e gli eroi della guerra di Troia nelle cui vene scorre anche sangue italico, rappresenteranno per i ceti aristocratici etruschi valori epici ed etici dai quali attingere per uno stile di vita spirituale. Sempre in quest’epoca vi è anche un’importante evoluzione per il passaggio al regno dei morti, con grandi tombe a tumulo che passano dalla custodia dei singoli nuclei familiari a sepolcri dinastici ove vi riposano intere generazioni, come dimostrano i reperti prodotti in secoli diversi rinvenuti all’interno di esse. Un chiarissimo esempio di queste sepolture dinastiche lo troviamo alla Tomba delle Oreficerie della quale vi scrivevo nell’articolo dedicato alla necropoli di Baratti; essa venne costruita intorno al 640 a.C. per essere utilizzata fino al 550 a.C. I materiali dei corredi qui scoperti dallo scavo degli anni Venti del secolo scorso, effettuato dall’etruscologo Antonio Minto, sono preziosissimi per manifattura. Fibule, fuseruole, un ricco servizio di piatti da simposio con un piatto tripode di produzione fenicia, coppe, piattelli, ciotole, kyathoi e kotyle in bucchero sono i reperti più antichi risalenti al VII secolo a.C.. Lance e asce in n graffione in bronzo, oggetti atti all’illuminazione simposiale, e servizi in bronzo da banchetti con una situla, un simpulum, un bacile e frammenti di lebete, vasi da vino etruschi e greci , piccoli contenitori di oli profumati curati in ogni particolare, un balsamario configurato a cerbiatto e molti altro, sono gli splendidi oggetti risalenti al VI secolo a.C. esposti nelle bacheche museali di Piombino insieme a meravigliosi anelli, un’armilla, vari pendaglietti e vaghi di collana in bronzo, argento, vetro e ambra. Ancora un bellissimo scarabeo in ossidiana e un sigillo in ceramica sono relativi alle sepolture più antiche mentre, per quelle più recenti troviamo pendenti, orecchini e anelli in oro che rappresentano tra le più raffinate testimonianze dell’oreficeria etrusca. In un’altra tomba a camera a Poggio della Porcareccia, scoperta sempre dell’archeologo Minto, nel 1921 esso ha trovato un magnifico repertorio di armi con lance e giavellotti in ferro e un magnifico elmo corinzio bronzeo che sembra dominare questa sala del museo. La grande varietà di oggetti d’importazione rinvenuti nei corredi tombali di quest’epoca ed esposti qui a Piombino, ci fa comprendere quanto ampia possa essere stata la rete di scambi in cui operava Populonia. Da studi e reperti si possono definire una intensa attività commerciale tra la città del golfo di Baratti con Rodi, Samo, Mileto, Atene, Corinto, Sparta, Cartagine, Marsiglia, Cerveteri, Vulci, Tarquinia e, ovviamente, quell’Isola d’Elba che nei secoli a venire diverrà la principale fonte di risorse minerarie per l’economia di Populonia.
GRANDE POPULONIA ETRUSCA 
Dalla seconda metà del VI secolo a.C. la ricchezza e l’espansione di Populonia divenne sempre più grande con una forte crescita demografica e la realizzazione di una grande cinta muraria per la difesa del promontorio dell’acropoli alla quale verranno inglobati i piccoli villaggi. Non conoscendo esattamente l’estensione effettiva di questa prima opera di urbanizzazione, né tantomeno l’organizzazione della città arcaica, possiamo unicamente dedurre che questo importante cambiamento di Populonia portò a tensioni politiche tra clan aristocratici per la detenzione del potere cittadino. Ma non solo; se in passato i ceti sociali erano composti da “ricchi e poveri”, ora nella società populoniese si và a creare una terza classe media, benestante e autorevole nelle scelte amministrative, ruolo conquistato soprattutto grazie alle importanti attività commerciali con il mondo esterno.
Per oggi però ci fermiamo qui perché tantissimo c’è ancora da raccontare sui reperti e la storia di Populonia etrusca e romana. Ma se nel frattempo, in questo periodo in qui si aprono le porte d’estate, vi capitasse di essere nei pressi di Piombino, non attendete la seconda parte di questa mia recensione e correte subito a vedere il bellissimo Museo Archeologico del Territorio di Baratti e Populonia a Piombino. Per continuare a riscoprire le nostre radici.
Andrea Bonazza 
(Come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto che ho scattato al museo)