19 Giugno 2021

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Publio Sestio, il centurione eroe a guardia di Cesare

Leggendo il De Bello Gallico nel corso del mio studio sull’incredibile vita del condottiero romano Caio Giulio Cesare, continuo a scoprire personaggi ed eroi storicamente marginali ai grandi protagonisti ma a loro volta grandiosi nelle gesta che contribuirono a rendere Roma la Caput Mundi. Oggi voglio parlarvi di Publius Sextius Baculus, ovvero Publio Sestio Baculo; centurione primipilo della XII Legione stanziata in Gallia, della quale già vi avevo raccontato nella recensione del romanzo storico di Conn Iggulden “Cesare padrone di Roma”. La XII Legio Fulminata venne appunto costituita nel 58 a.C. dallo stesso Giulio Cesare durante le sue guerre in Gallia, precisamente nella battaglia contro gli Elvezi.

Per raccontare la figura di Publio Sestio è giusto prima spiegarne l’importanza del ruolo che egli rivestiva all’interno dell’esercito romano. La carica più alta tra i legionari era infatti quella del centurione e, anche tra questi, vi erano poi diversi gradi gerarchici. Il primus pilus, o primipilo, era il grado più alto, al comando della prima coorte e autorizzato a riunirsi in consiglio con i vertici della legione. Con il suo incarico e la sua tempra, Publio Sestio fu tra i migliori soldati di Cesare, come lo stesso leggendario condottiero narra, in terza persona, nel De bello Gallico. Addirittura gli salvò la vita sconfiggendo un guerriero nemico. Sempre nel De bello Gallico Cesare ne tesse le lodi eroiche nella battaglia contro i Nervii nel 57 a.C. e, nonostante fosse gravemente ferito, contro i Sugambri nel 52 a.C.
“…Cesare, che dopo la sua arringa alla decima legione si era diretto verso il fianco destro, quando vide che i suoi erano schiacciati e i soldati della dodicesima legione, premuti nel punto dove avevano radunato le insegne, si ostacolavano l’un l’altro nell’azione e tutti i centurioni della quarta coorte erano caduti, il vessillifero era stato ucciso e si era persa l’insegna, anche nelle altre coorti i centurioni erano stati quasi tutti feriti o uccisi, il primo centurione Publio Sestio Baculo, valorosissimo combattente, stremato da molte e gravi ferite al punto di non poter più reggersi in piedi, ma anche gli altri fiaccati, e alcuni della retroguardia, abbandonati a se stessi, uscivano dalla mischia e scansavano i proiettili, mentre sul davanti non cessavano le ondate dei nemici dal basso E si ripetevano i loro assalti ai fianchi, la situazione era critica e non c’erano rincalzi da far intervenire: allora strappò lo scudo ad un soldato delle ultime file, essendo egli arrivato senza scudo; si spinse fino al fronte e là, chiamando per nome i centurioni e animando la truppa, diede ordine di avanzare dietro le insegne allargando i manipoli per poter usare più agevolmente le spade. Il suo nome infuse fiducia ai soldati e li rincuorò; ciascuno desiderò di compiere il suo dovere sotto gli occhi del comandante anche al momento estremo, e la pressione del nemico fu momentaneamente allentata.”
(Cesare, De bello Gallico)
A leggere questi scritti inevitabilmente mi tornano alla mente le motivazioni delle Medaglie d’Oro al Valor Militare della prima o della seconda guerra mondiale. Lette sui libri o direttamente sulle targhe fissate nella roccia dolomitica e sui monumenti ai caduti  italiani, quest’arte di sana retorica guerriera trova i suoi più antichi fondamenti proprio negli scritti che Giulio Cesare inviava a Roma dalle campagne belliche all’estero. Ma torniamo al nostro centurione eroe; come riporta anche il romanzo “Idi di marzo” del famoso archeologo Valerio Massimo Manfredi, il soprannome di Publio Sestio fu quello di “il Bastone”. Questo nomignolo gli fu afibiato per via del suo cognomen (Baculus) e per il bastone di vite che reggeva fieramente come ogni centurione nell’identificare il proprio grado gerarchico.

“Si combatteva da più di sei ore senza sosta e ai nostri mancavano non solo le forze ma anche i proiettili, mentre il nemico incalzava più violento e già, al cedere dei nostri, cominciava ad aprire varchi nella palizzata e a colmare i fossati. La situazione era giunta allo stremo. Allora il primo centurione Publio Sestio Baculo… insieme a Gaio Voluseno, un tribuno, guerriero di grande accortezza e valore, accorrono da Galba e gli spiegano che rimane una sola speranza di scampo: tentare l’estrema risorsa di una sortita. Dai centurioni convocati egli fa avvertire rapidamente i soldati che interrompano per un attimo il combattimento, limitandosi solo a ripararsi dal lancio dei proiettili, a ristorarsi dalla fatica per poi, a un segnale dato erompere dall’accampamento e riporre ogni speranza di salvezza nel proprio valore.”
(Giulio Cesare, De bello Gallico)
Ma se la stima di Cesare nei confronti di Publio Sestio trasuda dalle pagine del De bello Gallico a lui dedicate, nel romanzo “Idi di marzo” di Valerio Massimo Manfredi, il centurione di prima linea ha un ruolo da vero protagonista che lo vedrà “speculator”, ovvero spia personale, e scudo e spada di Cesare, come  in una corsa contro il tempo, per salvare nuovamente la vita del suo comandante dalla congiura dei suoi aguzzini.
“Publio Sestio, un eroe di guerra. Il soldato più valoroso della repubblica. Nel quadruplice trionfo celebrato da Cesare a Roma aveva sfilato a torso nudo per mostrare, come decorazioni, le spaventose cicatrici che solcavano il suo corpo: tutte sul petto. Era il centurione primo pilo della Dodicesima Legione ed era sopravvissuto a prove incredibili. Durante la campagna gallica, nella battaglia contro i Nervii, crivellato di ferite aveva continuato a battersi e a impartire ordini così che alla fine la sua legione aveva potuto riorganizzarsi e lanciare il contrattacco risolvendo la giornata campale. In seguito, ricoverato in un campo stabile per rimettersi dalle ferite, era stato giorni e giorni senza potersi nutrire a causa delle truppe nemiche che li assediavano, ma quando avevano sfondato la porta dell’accampamento lui era uscito barcollante dalla tenda indossando l’armatura e si era portato davanti all’ingresso costringendo gli altri a unirsi a lui e a battersi fino a ricacciare gli invasori. Era stato ferito di nuovo, gravemente, a stento sottratto agli assalitori e trascinato al riparo dai suoi uomini. Ridotto pelle e ossa, era rimasto a lungo fra la vita e la morte, ma alla fine di una lunga convalescenza aveva riguadagnato le forze e ripreso posto nei ranghi. Uomini di tale tempra avevano costruito l’impero di Roma. E ve n’erano da ambo le parti, schierati a seconda della fede politica e della fedeltà durante la guerra civile. Publio Sestio detto “il bastone” perché portava sempre con sé l’insegna del suo grado, il bastone di vite che serviva a infondere vigore alle reclute… un uomo dalla fedeltà adamantina, uno dei pochissimi di cui Cesare potesse fidarsi ciecamente. Un essere indistruttibile che non sapeva cosa fosse la paura.” (V.M.M. Idi di marzo)
Nel romanzo storico Manfredi ricostruisce fantasticamente poi così una conversazione tra i due Romani, in un’infermiera campale dopo la battaglia contro i Nervi, in Gallia:
“Publio Sestio, oggi hai salvato i tuoi compagni, a migliaia sarebbero stati massacrati e lo sforzo di anni sarebbe andato perduto in un momento. Hai salvato anche me e l’onore della repubblica, del popolo e del senato. Non c’è ricompensa per un simile atto, ma se questo può avere per te un significato sappi che sarai sempre l’uomo su cui farò affidamento, anche quando tutti mi avessero abbandonato.” (Idi di marzo, V.M.M.)
Leggendo le gesta di Publio Sestio non è certo difficile comprendere la grande fascinazione che V.M.Manfredi nutra nei confronti di questo eroe e, data la scarsa bibliografia a lui dedicata, c’è solo da essere riconoscenti allo storico italiano edito da Mondadori per aver amplificato le imprese del centurione. Al di fuori degli scritti di Cesare, poco infatti si conosce dell’intera vita di Publio Sestio e la sua stessa morte, ad oggi, rimane avvolta in un alone di mistero e ipotesi storiche. Secondo alcuni il centurione si sarebbe suicidato ad Ostia, dopo il cesaricidio delle Idi di marzo, come una sorta di seppuku rituale samurai per non essere riuscito a difendere la vita dell’imperatore (aggiungo io); altri ipotizzano invece che cadde in battaglia combattendo con gli antoniani contro gli aguzzini di Cesare a Filippi, in Grecia. Certo è che dalle descrizioni di Caio Giulio Cesare, il centurione Publio Sestio Baculo si è guadagnato di diritto un posto d’onore nel Pantheon degli eroi italici e, oggi come oggi, a noi poveri italiani strapazzati non ci rimane che sognare e rimpiangere le virtù più alte e forti di un popolo guerriero che seppe comandare il mondo esportando una civiltà oggi tradita.
Andrea Bonazza