25 Ottobre 2021

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Riscoprendo l’antica Vulci (1) da porta ovest a Tempio Grande

Ripresa la via Aurelia da Montalto di Castro riprendo il mio cammino sotto il sole cocente di giugno, in direzione di Vulci; ambita meta del mio pellegrinaggio solstiziale che tanto ho avuto modo di studiare sulla carta in questi ultimi due anni di passione etrusca e romana. I 20 chilometri circa che mi separano dall’antica città stato, con il caldo rovente, sembrano interminabili, ma il paesaggio nel quale scorrono i miei passi si rivela una fonte costante di distrazioni; tra i colori delle campagne maremmane e, qua e là, colline e tratti di vegetazione che si insinuano nelle mie narici cogliendone profumi che accompagneranno per sempre il ricordo di questa mia avventura.

Con lo zaino alpino sempre più pesante e la maglietta degli Zetazeroalfa “nostra signora libertà” completamente fradicia di sudore, dopo qualche ora di marcia giungo finalmente al primo cartello che annuncia la mia destinazione.
Lungo la strada sterrata che conduce al parco archeologico, da subito incontro le prime tracce dell’antica città Etrusco-Romana, con tratti di mura e le rovine di un acquedotto in parte visibile direttamente al fianco del sentiero e, dietro di loro, la torre del castello medievale, sede del museo archeologico, che visiterò l’indomani se sopravviverò alla nottata all’addiaccio che mi aspetta.
STORIA DI VULCI
Vulci fu fondata dalla tribù dei Vulci e attraversò l’epoca villanoviana per ingrandirsi con gli Etruschi, approssimativamente intorno al VII secolo a.C. sulle rive del fiume Armenta, l’odierno Fiora, a 12 chilometri dal mare. Le vie di comunicazione più usate in epoca antica erano quelle navigabili e, sul Fiora, Vulci aveva il suo porto chiamato Regae, oppure Regisvilla, che fungeva un ruolo importantissimo per il commercio con il Mediterraneo, attestato dai numerosi ritrovamenti di manufatti bronzei, dorati e reperti sofisticati di stile corinzio e attico.
SCAVI ARCHEOLOGICI IN CORSO
Arrivato in prossimità dell’entrata del centro servizi del parco, alla mia destra noto da subito la necropoli recintata con un gruppo di archeologi alle prese con nuovi scavi di tombe da poco scoperte. Intenti nel loro lavoro, i giovani studiosi ancora una volta mi fanno pentire di non aver continuato gli studi da ragazzo. Quegli stessi studi che, oggi come oggi, risultano tanto inutili nel mondo lavorativo, ma dei quali accuso continuamente le lacune nella mia crescita culturale individuale da autodidatta.
PORTA OVEST
Facendo il mio ingresso al parco dopo aver contribuito ai costi di gestione con un biglietto dal costo irrisorio, dissetandomi con una litrata di acqua ed un caffè alla macchinetta, mi dirigo verso la Porta Ovest dalla quale in antichità si accedeva a Vulci attraverso la via della vicina costa tirrenica. Della porta risalente agli inizi del IV secolo a.C. rimangono alcune rovine con riproduzioni di tombe occupate da scheletri e tratti delle mura difensive che giocarono un ruolo fondamentale in epoca etrusca. La ricca Vulci fu infatti ambito bottino sia per le incursioni dei Galli provenienti da nord, sia per i vicini Romani in continua espansione.
Gli scavi archeologici condotti a cavallo dei primi anni duemila hanno portato alla luce imponenti mura con un bastione in tufo rosso di forma triangolare che, come un tornello all’entrata di uno stadio moderno, imponeva al viandante o all’invasore il passaggio unicamente a piedi e attraverso un bivio a “Y”, maggiormente difendibile per i padroni di casa impedendo quindi un attacco frontale, mentre, ai lati della struttura, correvano stretti passaggi difesi da guerrieri armati che permettevano il transito di carri e cavalli. Nel 280 a.C. però, queste mura difensive non riuscirono a contenere la dirompente forza di Roma esplosa dalle truppe di Tiberio Coruncanio che conquistarono definitivamente la città.
Incamminandomi dalla porta ovest lungo il Decumano massimo lastricato dalle inconfondibili pietre smussate di epoca romana, qua e là tra le rovine trovo frammenti di ossa, ciotolame e buccheri appartenuti ad apoche antiche e, oggi, mischiati alla ghiaia e al terriccio di questo paesaggio straordinario, forse riportate in superficie da qualche improvvisato tombarolo o da branchi di famelici cinghiali perennemente a scavare con il muso in cerca di radici prelibate.
ARCO TRIONFALE DI SULPICIO
Superata la prima collinetta attraversata dal decumano, si apre davanti a me l’antico foro di Vulci con la ricostruzione moderna del suo arco trionfale dedicato, come celebra un’iscrizione rinvenuta sul marmo, a Publius Sulpicius Mundus, il questore, edile, proconsole, pretore e curatore di queste strade nel periodo intorno al 100 a.C.
EDIFICI LATERIZI
Proseguendo il cammino lungo il decumano la vista si perde attorno a me tra le rovine di edifici in laterizio le cui alte mura del passato sembrano ancora imporsi prepotentemente in un presente che troppo spesso dimentica le sue origini. I resti di una struttura a pianta rettangolare, probabilmente risalenti al I secolo a.C., fanno percepire l’abilità romana nelle opere architettoniche con mattoni finemente squadrati e incastonati con tecniche di cementificazione usate per duemila anni. Poco distante da questo primo edificio, ben conservata si erge una struttura absidale che ricorda una basilica, forse di epoca tardo antica, anch’essa affascinante nella precisione edile che la ha conservata fino ai nostri giorni.
TEMPIO GRANDE
Ma è tornando sul decumano, di fronte agli edifici appena descritti, che trovo i basamenti di ciò che fu il principale luogo di culto di Vulci. L’imponente Tempio Grande, presumibilmente votato alla dea Minerva, oggi si identifica unicamente nel suo basamento che misura 36,5 x 24,5m e a tratti presenta sei file di blocchi tufacei squadrati, con, a est, parte del suo rivestimento in nenfro.
In origine questo grande tempio era sicuramente etrusco e risalente al periodo più fiorente della città, intorno al VI secolo a.C., come attestano i numerosi reperti rinvenuti e la manifattura di colonne e capitelli. Nella prima epoca imperiale, in età augustea, poi, alla struttura del tempio furono sostituite al legno e ad altri materiali deteriorabili, rinforzi cementizi e travertini oggi ancora visibili tra le rovine.
Proprio qui, ai piedi della vasta gradinata che accoglie al tempio, e davanti a queste reliquie architettoniche scolpite dalle abili mani dei nostri antenati, poso il pesante zaino per fermarmi in un’offerta di profumi alle ancestrali divinità del luogo, assorto nella meditazione di un’antica pace dei tempi e dei sensi.
(Continua…)
Andrea Bonazza 
Come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto scattate in questa prima parte del parco archeologico con la mia reflex