19 Settembre 2021

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Riscoprendo l’antica Vulci (2) la domus del criptoportico

CASA DEL CRIPTOPORTICO di Vulci
Lasciandomi alle spalle l’antico tempio e continuando a marciare lungo il decumano massimo, da ovest ad est, in pochi passi mi trovo davanti ad una delle attrazioni simbolo di Vulci: ovvero la Casa del Criptoportico.
Datata tra il II e il I secolo a.C., questa casa doveva appartenere a un illustre esponente della nobiltà romana. Nel corso degli scavi presso il settore termale venne trovata anni fa una fistula brozea che reca il nome di M. Vinicius, identificabile, probabilmente, con il proprietario di casa. Per gli studiosi di Roma Antica Vinicius è un nome ricorrente che offre varie possibilità di intuizioni sulla proprietà di questa domus. Con il nome Vinicius infatti ci fu il console del 33 a.C. sotto Ottaviano, quello del 19 a.C. oppure ancora il console marito di Iulia Livilla, genero di Germanico.
Questa grande e lussuosa domus romana, oggi scoperchiata dal tetto e dalla maggior parte delle sue mura, presenta ancora pavimentazioni in marmo o mosaici magnificamente conservati. Investito da un turbinio di eccitazione entro subito nella domus attraverso la fauces, l’ingresso abitativo che i latini paragonavano all’entrata nel corpo dall’esofago, e tra le sue rovine riscopro la vita degli antichi Romani. Atri maggiori e minori, porticati per ripararsi dal sole, cisterne di acqua piovana, magazzini per le derrate alimentari e ogni genere di comodità riservata alla nobilitas romana fanno da magnifico labirinto in questa sontuosa villa che, per l’epoca, non aveva nulla da invidiare a quelle moderne dei miliardari nostrani.
A nord ovest della casa scopro lo spazio del balneum con vasca a calidarium, una sorta di sauna in un ambiente riscaldato a pavimento, coperto da mosaico e sorretto dalle suspensurae che permettevano il passaggio dell’aria e dell’acqua calda. Unito ad esso vi è l’apodyterium, l’intimo spogliatoio usato dai padroni di casa per cambiarsi toga e indumenti prima di tuffarsi nel relax.
Proseguendo oltre il peristilio, il cortile colonnato, trovo un tablinum, un’accogliente sala di ricevimento, con ancora visibile la pavimentazione a mosaico e tracce di dipinti parietali. Da qui, attraverso un portico di otto colonne, si giunge a un cortile absidale con al centro una vasca in cui, come riportato dagli esplicativi pannelli illustrativi, probabilmente si ergeva una statua dedicata, forse, a una ninfa.
Ma la zona indiscutibilmente più eccitante di questa domus, come riportato anche nei libri, è il criptoportico sottostante dal quale accedo scendendo una scalinata e varcando un cancelletto che trovo sorprendentemente aperto.
Mi trovo immediatamente in un buio bivio che si dirama in due stretti e alti corridoi coperti a volta. Contravvenendo scherzosamente alla mia fede politica scelgo di virare a sinistra per esplorare l’ambiente sotto il quale mi trovavo poc’anzi. Scelta quanto mai saggia! Passando due celle adoperate da freschi magazzini entro in una sala dal soffitto a cassettoni che, appunto, doveva avere la funzione di ninfeo, un area sacra dotata di canalette, nicchie e recipienti in pietra, dedicata al più prezioso dei beni, l’acqua.
Tornando sui miei passi nel sottosuolo attraverso il criptoportico, percorro poi un corridoio circolare di possenti mura tufacee e cementizie illuminato da bocche di lupo e intervallato da alcuni altri corridoi ed ambienti purtroppo non accessibili. L’incredibile sensazione di freschezza, di calma e di ovattato silenzio mi obbligano adesso a qualche minuto di riposo lontano dal caos del mondo moderno, chiudendo gli occhi cercando con la mente di incontrare i nostri avi che abitavano questo posto meraviglioso.
Andrea Bonazza 
come sempre vi lascio in compagnia di qualche foto scattata con la mia reflex