28 Luglio 2021

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In Armenia, lungo le rive del grande Lago Sevan

Girando per l’Armenia con la spedizione umanitaria internazionale di Solid Onlus e Solidarité Arménie, da Erevan ai caldi confini con l’Azerbaigian, un luogo che abbiamo passato più volte è il lago Sevan, nella provincia del Gegharkinik, nella parte est del paese. Il più grande lago dell’Armenia attuale, perlomeno da quando la Turchia occupò la zona del più grande lago Van, si chiama così perché, in armeno, Sev significa nero. Il nome è dovuto ad un antica leggenda che narra di una delle svariate invasioni arabe in Armenia.

In pieno inverno, il popolo della cittadina di Sevan, per mettersi in salvo dall’attacco musulmano scapparono percorrendo il lago ghiacciato arrivando su un’isola dello stesso. Quest’isola, oggi divenuta penisola in seguito al drenaggio del lago dell’URSS, ospitava il monastero di Sevanavank in cui i cittadini si rifugiarono per riporre al Salvatore le proprie preghiere. All’inseguimento degli armeni, gli arabi attraversarono anch’essi il lago ma il ghiaccio cedette sotto il peso di armi e cavalli inghiottendo nelle acque i guerrieri islamici. I corpi dei soldati arabi tinsero di un lugubre nero il lago e, da qui, gli armeni diedero questo nome al grande bacino idrico.

Come vi raccontavo ieri, su alcune penisole delle rive del lago, fin dal’VIII secolo troneggiano mistici monasteri cristiani; come appunto quello da noi visitato di Hayravank, ma anche il più grande e famoso di Sevanavank, di cui vi ho spiegato la leggenda a inizio di questo articolo. Noraduz rimane invece uno dei più antichi e vasti cimiteri khachkar, le tradizionali croci di pietra intagliata, di tutta l’Armenia.

Sulle rive del Lago Sevan si consumarono innumerevoli battaglie tra i cristiani armeni e gli invasori arabi provenienti dalla Turchia. Lo scontro più famoso fu quello dell’859 quando, l’armata armena dell’eroico Re Ashot I, della famiglia dei Bagratuni, riuscì a respingere un duro attacco musulmano iniziando così la seconda età dell’oro per l’Armenia.

Con i suoi 1900 metri sopra il livello del mare, il Sevan è uno dei più grandi laghi di alta quota al mondo e il più grande dell’intera area transcaucasica. Copre una superficie di circa 1250 chilometri quadrati con una profondità di 80m e, nella sua parte più larga, misura 80m x 30. Alimentato da 28 diversi corsi d’acqua e con un solo emissario, il fiume Hrazdan, solo il 10% delle acque fuoriescono in quest’ultimo dal lago, mentre, il restante 90%, è soggetto a evaporazione.
Proprio il fattore dell’evaporazione dovuto all’altitudine, rovinò i piani sovietici di sfruttamento della grande risorsa idrica. Nel 1910 l’ingegnere civile Soukias Manasserian, già tristemente famoso per il disastro del Lago d’Aral, pubblicò lo studio “Evaporating billions and stagnation of the Russian Capital” nel quale, l’ingegnere comunista, propose di ridurre di 45m il livello del lago per sfruttare meglio l’irrigazione dei campi e produrre energia idroelettrica. Con l’avvento di Stalin il progetto venne estremizzato auspicando la riduzione a 55m del livello dell’acqua, riducendo il perimetro del lago a 80 km e il volume a 5 chilometri cubici. Secondo il programma bolscevico, così facendo, intorno al lago si sarebbero potuti piantare alberi di noci e querce, immettendo anche nuove specie di trote da altre zone per incrementare la pesca.
Nel 1933 il Soviet Supremo in Armenia approvò il piano incurante del volere popolare e abbassò il letto del fiume Hrazdan, costruendo poi un tunnel lungo 40m per la produzione idroelettrica, sotto il livello originale dell’acqua.
L’opera si concluse con il termine della seconda guerra mondiale, nel 1949, ma portò ad un più rapido abbassamento delle acque di oltre un metro all’anno. Al termine degli anni 50, infatti, il Sevan si abbassò già di quasi 20 m riducendo la sua superficie di 1250 chilometri quadrati. In questo contesto, la leggendaria isola del monastero di Sevanavank si ritrovò collegata alla terra ferma da un lembo scoperto dal regredire dell’acqua. Compreso l’ennesimo disastro ecologico in atto, con la morte di Josif Stalin gli ingegneri di Mosca si trovarono costretti a rivedere radicalmente il progetto.
Per rialzare il livello dell’acqua e recuperare l’ecosistema il comitato Sevan portò varie modifiche al progetto. La centrale idroelettrica sarebbe diventata termoelettrica, etc. Nel 1962 il lago si stabilizzò a 18 m sotto il livello originario ma, subendo un fenomeno di eutrofizzazione, a questo punto gli ingegneri valutarono l’importazione di acqua da altri fiumi. Se nel 1970 il Comitato Centrale rese obbligatoria la tutela idrica del Sevan, bisognerà aspettare il 1981 per vedere finito il tunnel di 49 km che portava al lago l’acqua del fiume Arpa. Ma la maledizione comunista vorrà che dopo soli 2 anni il tunnel comincerà a deteriorarsi a causa di problemi geologici.
Ri-salito di 1,5 m, nel lago iniziò un secondo tunnel lungo ben 22 km per prelevare l’acqua del fiume Vorotan. I primi 18 km del tunnel vennero terminati prima della caduta dell’Unione Sovietica , poi, con l’embargo dell’Azerbaijan e il riaccendersi della disputa per il controllo del Nagorno Karabakh’n tra il 1988 e il 1997 i lavori furono interrotti. Anche se ancora mai entrato in funzione, il governo armeno completò il tunnel nel 2003.
Contraddicendo la Thumberg, le sostenute precipitazioni che dal 2005 hanno interessato il lago, ne hanno alzato il livello a 20 m sotto l’originale, riconquistando una superficie di 940 chilometri quadrati.
Molte sono le spiagge scoperte dall’acqua con l’abbassamento del lago e, giustamente, gli armeni ne approfittano per la balneazione, la pesca, e per creare lavoro tramite le molte strutture di ricezione turistica sparse per chilometri lungo il Sevan.
Scorrendo le sue lunghe rive con le auto Lada di fabbricazione russa, il grande Lago Sevan sembra non finire mai. Circondato da un anello di montagne che superano i tremila metri, affacciato al vicino confine caucasico con lo stato dell’Azerbaigian, a est, le antiche battaglie etniche e religiose qui sembrano non finire mai, in una situazione di perenne tensione guerriera per la difesa della propria cultura millenaria.
Andrea Bonazza
Foto: Andrea Bonazza