8 Dicembre 2021

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In Armenia, nel villaggio di Ayrk tra i khachkar e le rovine della guerra

Partendo di “buon ora” dalla città di Vardenis, arriva a prenderci con una ruggente Lada il mitico “Gaetano”, così è stato soprannominato dal buon Gullo incapace di decifrarne il reale nome. Guidando per una trentina di chilometri verso sud su una strada dissestata che si tuffa tra i monti del Caucaso, il simpatico Gaetano prova invano a comunicare con noi in un’antica lingua colma di consonanti che a noi poveri ignoranti ricorda, come tutto da queste parti, un po’ il russo e un po’ l’arabo. Scoraggiato dall’enfasi iniziale dell’aver fatto la nostra conoscenza, alla fine Gaetano si accontenta di cinguettare allegramente qualcosa alla Lino Banfi e farci vedere il suo vecchio tatuaggio ad ago e china. Una croce di medie dimensioni incisa sul bicipite con la parola “Family”. Anche l’allegro Gaetano, sempre sorridente e dall’animo buono, fa parte delle milizie volontarie che difendono il confine armeno. Si, perché per quanto in occidente, sui combattenti, si possa avere un’idea distorta figlia di un pacifismo nauseante, da queste parti la patria si difende sorridendo alla morte. Come fu per la storia e la gloria della nostra nazione fino al 1945.       

Dopo una mezz’ora di guida sportiva nascosti dai finestrini rigorosamente oscurati della Lada, che più di una macchina russa sembra un carrarmato, arriviamo nel piccolo villaggio di Ayrk, a oltre 2000 metri sopra il livello del mare. Decine e decine di rovine lasciate dalla guerra si alternano a stalle, casette e baracche dignitosamente erette in questa zona povera che vive del proprio sudore e del sangue dei suoi animali. Fermando in una sgommata nel fango la vecchia Lada, scendiamo dall’auto accolti da Genesio (altro nome di fantasia affibbiato dal buon Gullo) che ci offre subito una tazza di caffè armeno (che poi è come quello turco ma guai a dirglielo…). Attendendo il depositarsi del terriccio sul fondo della tazza, Genesio ci spiega che, negli anni, il villaggio ha sofferto l’emigrazione dei suoi giovani verso le grandi città, la Russia e gli stati europei; un po’ come in Italia accade nei paesini e nelle campagne, ma con conseguenze, qui, molto più gravi. Oggi però, con il riaccendersi del conflitto con il vicino Azerbaigian distante appena una manciata di chilometri, al villaggio hanno fatto ritorno alcuni suoi giovani per difenderlo (il contrario di ciò che la cronaca italiana ci riporta tutti i giorni) e si trova abitato da diverse famiglie di profughi armeni cacciate dalle proprie case nei territori occupati dagli azeri. In tutto ad Ayrk abitano una sessantina di famiglie, tra campi e pastorizia, in un lento vivere scandito dalle intemperie, dal rigido inverno di alta quota e, purtroppo, dagli eventi bellici sempre, letteralmente, dietro l’angolo.
Ad Ayrk vivono anche alcuni discendenti di sopravvissuti al genocidio armeno, giunti in questo villaggio prevalentemente dall’Armenia occidentale dopo l’istituzione della Prima Repubblica Armena nel 1918. Il Medz Yeghern, il Grande Crimine, così viene chiamato dagli armeni il proprio olocausto, fu perpetrato sistematicamente e con estrema brutalità dal Governo ottomano dei Giovani Turchi tra il 1915 e il 1916, per la completa eliminazione etnica del popolo armeno. Leggendo proprio in questi giorni il drammatico libro “La masseria delle allodole”, ritrovo ora negli stanchi sguardi degli anziani del villaggio le storie angoscianti raccontate dalla scrittrice Antonia Arslan.
Il vecchio nome armeno del villaggio era Karakert, letteralmente “costruito in pietra”. Con ogni probabilità questo nome deriva dalla conformazione geologica della zona montuosa che, nei secoli, ha offerto e offre ancora i più antichi materiali di costruzione. Ovunque si trovano infatti pietre e rocce, tra tufo e basalto nero vulcanico, armoniosamente sfumate da licheni color arancione che ne ne danno un contrasto vivace, sposandosi perfettamente con lo spigoloso altipiano caucasico. Verso il XV secolo questa zona venne occupata dai turchi che ribattezzarono il villaggio in Dashkert (stesso significato ma in turco) e la maggior parte degli armeni sopravvissuti furono costretti ad emigrare altrove.
Arrivando all’epoca moderna passando il genocidio armeno del quale vi raccontavo poc’anzi, durante la prima repubblica armena e la successiva era sovietica il nome del villaggio continuò a rimanere Dashket, nonostante si trovasse all’interno dei confini armeni ma con la maggior parte della popolazione ormai turca o azera. Nel 1988 poi, durante il conflitto del Nagorno Karabagh, i turchi se ne andarono e gli azeri rientrarono nei loro confini nazionali lasciando ad Ayrk Ayrk unicamente gli armeni che cominciarono a ricostruire le proprie case e a ripristinare i luoghi sacri con i loro bellissimi khachkar.
Poco distanti dalla fattoria del nostro “Genesio”, scorgiamo infatti due vecchie piccole chiesette circondate da decine di pietre tombali decorate con le tradizionali croci armene. Dobbiamo assolutamente vederle! Il buon Genesio ci porta allora a visitare queste due chiesette con i loro cimiteri di pietra. La prima è l’antica chiesetta di St. Astvatsatsin del 1181 d.C. Una chiesa molto suggestiva dall’esterno, ristrutturata dagli abitanti del villaggio, e ancora più affascinatamente all’interno, con possenti mura di pietra annerita dalla fuliggine in uno spazio angusto quanto un mitreo. Anche qui troviamo una moltitudine di croci incise sulle pareti spoglie e, sempre in dura pietra, un altare povero di qualsiasi ornamento. Uscendo dall’unica porta di questa struttura sacra agli armeni, in un paesaggio caucasico che ricorda l’Irlanda e anche un po’ l’Alto Adige, ci soffermiamo ad ammirare i bellissimi khachkar sparsi attorno ad essa. Ce ne sono di ogni misura, bellezza ed epoca. Alcuni risalgono al VII secolo e, accanto a loro, qua e là vi sono ancora più antichi cippi funerari, paleocristiani e pagani, e alcuni resti di rovine risalenti all’Età del Ferro. L’altra chiesetta distante solo poche decine di metri, è la chiesa di Katoghike St. Gevorg del XIII secolo. Anche in questo caso, attorno ad essa, un cimitero di khachkar risistemato con l’aiuto dei Russi (così almeno abbiamo capito da una targa in cirillico). Trovandomi uno dei khachkar più antichi intagliato di logorati intrecci celtici, d’innanzi ad esso infiammo una resina portata dallla mia lontana Bolzano, lasciandola fumare, e sedendomi in posizione tronale su un masso, respirando profondamente l’orizzonte, scolpisco nei sensi e nel cuore questo luogo meraviglioso carico di energia e pace. A soli tre chilometri dalla guerra.
Andrea Bonazza 
Foto: Andrea Bonazza