19 Settembre 2021

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In Armenia tra gli antichi khachkar, kerkhach e arevakhach

Girando per l’Armenia in questa emozionante missione umanitaria di Solid Onlus e Solidarité Arménie, una delle cose che mi ha maggiormente colpito per energia, bellezza e storia sono i tradizionali khachkar. I khachkar sono dei cippi funerari, antichi o moderni, con croci e ornamenti incisi nella pietra. Essi sono quasi sempre accompagnati dagli arevakhach, rosoni di fantasie geometriche che simboleggiano il sole e i suoi cicli divini. Nei khachkar troviamo infatti il simbolismo di un’unione e continuità tra la tradizione armena pagana e quella cristiana. Così perlomeno ci spiegano gli anziani del posto.

L’Armenia fu la prima nazione al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione di stato. Questa conversione religiosa la si deve all’opera di proselitismo avviata da S. Gregorio l’Illuminatore che convinse re Tridate nel 301 d.C., anche se la storia ufficiale pone la data nel 313, a pochi mesi dall’Editto di Milano, quando Costantino mise fine alle persecuzioni dei cristiani, e quasi un secolo prima dell’adozione del Cristianesimo a religione di stato per l’Impero romano con Teodosio I (391).

Ad accompagnare il sole e la croce, dentro e fuori di essi si trovano spesso sormontati da cornici e figure di angeli, santi o scene bibliche e, quasi sempre, ricche decorazioni con intrecci celtici o motivi floreali. Melograni, foglie, fiori e viti si arrampicano scolpiti artisticamente sui khachkar. Per l’Armenia, la vite e l’uva sono simboli ancestrali direttamente collegati al proprio Dna fin dalla nascita, quando al tempo dell’alluvione universale l’arca di Noè si incagliòsul Monte Ararat. L’Antico Testamento della Bibbia menziona infatti l’Armenia come la patria dell’uva da quando Noè, una volta sceso dall’Arca, godè della fertilità di questa terra accusando lui stesso gli effetti inebrianti del vino.
Curioso poi, è intravedere nella parte bassa di alcuni khachkar, tra il disco solare e il basamento della croce, uno strano ornamento che ricorda una barca. Giustamente, per la sua forma, il mio compagno di viaggio Guglielmo pensa ai vecchi drakkar vichinghi. Analizzando però meglio tutto il contenuto khachkar nel suo complesso, la sua simbologia sembra più richiamarsi alle ere della civiltà indoeuropea e, nello specifico, armena. Questa curiosa decorazione “navale” si frappone infatti tra il arewaxač politeista, nella parte inferiore, e l’ergersi della croce cristiana. Credo simboleggi proprio l’Arca di Noè. Il passaggio dalla più antica civiltà pagana alla nuova era monoteista. Ovviamente queste sono solo mie umili supposizioni non avendo trovato ancora materiale soddisfacente; ma mi auguro in futuro di svelarvi questo affascinante arcano.
Per quanto concerne invece gli intrecci celtici di cui vi parlavo poc’anzi, ancora non sono riuscito a trovarne una spiegazione, né orale né su alcun testo, sia esso web o cartaceo. Questa misteriosa arte, qui, nell’alto cuore del Caucaso che si tuffa nei deserti persiani, così lontano dalle antiche croci celtiche che popolano le isole britanniche, rimarrà ancora più affascinatamente per l’alone di mistero nella quale si intreccia, forse, alle origini della civiltà indoeuropea.
Ma è delle origini ariane d’Eurasia che dobbiamo però necessariamente parlare adesso. Qualche riga più in alto vi ho descritto infatti gli arewaxač, questi rosoni solari figli di epoche antiche in cui gli dèi abitavano la vita degli uomini. Chiamati anche Kerkhach, da questa stessa parola sanscrita rappresentano il segno dell’eternità. Uno Svastica religioso che può apparire in forme geometriche diverse, dalle più semplici e simili alle altre culture arcaiche, fino ai più dettagli motivi geometrici. Anche in Armenia, questo antico simbolo di eternità racchiude il mondo orizzontale/materiale e quello verticale/spirituale.
Incredibilmente raffigurato anche su chiese e monasteri, ma ancor più sorprendentemente anche come primo simbolo nazionale, il Kerkhach o Arewaxač rappresenta le divinità arcaiche della tradizione armena richiamando anche il culto del sole, del tuono e del fuoco. Come avvenne per la gran parte del mondo eurasiatico. Spesso incisa con otto raggi, la “croce del sole” Arewakhach riprende in sé le otto divinità della mitologia armena: Aramazd, Anahit, Astghik, Vahagn, Mihr, Nane, Vanatur e Tir. Anche in questo caso, nei nomi possiamo trovare molte similitudini con altre religiosità arie, ma magari ne riparleremo più avanti.
Tornando ai khachkar di tradizione cristiana, da sempre trovano nella società armena le funzioni più varie. Decorazioni sacre all’interno o all’esterno di chiese e monasteri, buoni auspici per allontanare sciagure e terremoti dei quali la zona è soggetta; dalle funzioni funerarie, impiegati come pietre tombali per onorare i defunti, fino ad essere veri e propri cippi commemorativi per segnare, nella memoria nazionale, i luoghi di antiche battaglie contro gli svariati nemici del popolo armeno.
La profonda religiosità degli armeni in questa regione di conflittualità culturali, storicamente dominata dal culto islamico ottomano o persiano, lega ancor di più il popolo alla propria identità. Dalle invasioni arabe, mongole o ottomane, al terribile genocidio armeno, fino alle ultime guerre per il Nagorno Karabagh e i territori di confine, gli armeni hanno imparato a proprie spese la difficilissima convivenza tra culture diverse. Questi khachkar, simboli millenari di una lunga tradizione scolpita nella pietra, oggi vengono distrutti nei territori occupati da Turchia e Azerbaigian. Ma, anche durante la nostra missione umanitaria con Solid Onlus e Solidarité Arménie, continuiamo a trovarne nelle zone oggi più dure, affacciate o direttamente dentro il fronte di guerra. Un meraviglioso simbolo ancestrale che richiama lo spirito degli antenati a difesa dei confini di questa martoriata Armenia.
Andrea Bonazza
Foto: Andrea Bonazza