19 Settembre 2021

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In Armenia, consegnando aiuti a Ijevan, nel Tavush

Continuiamo il nostro viaggio in Armenia viaggiando per 137 chilometri verso nord. Partendo da Erevan con un vecchio furgone carico di aiuti per le zone confinanti con l’Azerbaigian, fermandoci di tanto in tanto per raffreddarne il radiatore, arriviamo oggi nella città di Ijevan. Nella regione del Tavush, confinante a nord con la Georgia e a est con l’Azerbaijan. Passato il villaggio di Yenokavan si trova un profondo canyon con grotte, foreste, cascate e rapide. Tra le grotte, che purtroppo non siamo riusciti a visitare, c’è la Anapat che presenta una serie di sculture pre-cristiane uniche in Armenia. Leggo che una parete della grotta è ricoperta da figure di persone e facce. Le incisioni successive, invece, includevano croci e altari probabilmente per “cristianizzare” un luogo pagano.

Ijevan è una città di 21.000 abitanti sita a 755 m.s.l.m. in una valle circondata da monti e fitte foreste, e il suo vecchio nome, Karavansara, significa caravanserraglio. La località ospitava infatti i viaggiatori della Via della Seta che qui sostavano nei lunghi viaggi tra il Vicino Oriente e il Caucaso, come attestato dalle rovine medievali di un caravanserraglio trovate lungo il fiume Aghstev. Le sue radici risalgono all’Età del Bronzo, come dimostrano le tombe a camera rinvenute nella zona. Separata geologicamente dal fiume Aghstev, l’antica Ijevan faceva parte di entrambe le province della Grande Armenia, Utik e Gukark. Secondo la tradizione popolare Ijevan fu fondata 2.000 anni fa da re Artavasdes I che, nel II secolo a.C., qui trasferì decine di ragazzi e ragazze tra i più belli di Armenia. L’obiettivo era ovviamente quello di far nascere nuove generazioni di belli armeni ma, a giudicare dai connotati di chi ci racconta questa curiosa storia, qualcosa nei secoli dev’essere andato storto.
Passata prima all’impero persiano nel 1500, e all’impero russo poi, nel 1800 in seguito al Trattato di Gulistan della guerra russo-persiana del 1804-1813, Karavansara festeggerà l’Armenia indipendente nel 1918, cambiando nome in Ijevan un anno dopo, nel 1919. Il suo destino però è strettamente legato alla storia della sua nazione e, nel 1920, la regione del Tavush viene invasa dall’Armata Rossa e dall’Azerbaigian sovietico. Negli anni ’50, l’URSS fece di Ijevan un grosso polo industriale con l’apertura di cave, fabbriche di acquavite, lavorazione della pietra e del legno, e i pregiati tappeti e moquette che diedero a Ijevan il primato nell’intero Caucaso. Nel 1970 fu trasformata in una città di subordinazione repubblicana della Repubblica Socialista Sovietica Armena e, finalmente, nel 1991 tornò libera dagli oppressori insieme al resto della patria, divenendo Capoluogo della regione del Tavush. Oggi però purtroppo la crisi sociale e lavorativa qui ad Ijevan si fa sentire molto, con un alto tasso di disoccupazione e fabbriche chiuse, come la ferrovia completamente abbandonata che collegava la Georgia alla capitale armena.

Ospitati nella caserma dell’esercito armeno a Ijevan, i vertici militari ci hanno spiegato i continui torti subiti in questa guerra mai spenta e le grandi difficoltà nel difendere un confine sempre più debole. Come a ovest il leggendario monte Ararat divide Armenia e Turchia, con quest’ultima che lo ha occupato militarmente ormai per intero, tutto il confine ad est, verso nord, è una lunga muraglia naturale di monti che si stagliano imponenti a separare le due diverse culture caucasiche di armeni e azeri. Incontrando il comandante e il vicecomandante del Battaglione Ijevan nel corso di un accogliente colloquio riservatoci dai militari, sono emerse le più gravi problematiche legate a questo conflitto mai del tutto cessato. Tra le domande che abbiamo posto agli ufficiali, due in particolare hanno scosso l’animo degli armeni. La prima riguarda l’impiego di droni israeliani da parte del fronte azero, in grado di infliggere migliaia di perdite umane tra le trincee cristiane. La seconda, invece, dipinge sui volti dei combattenti un velo di rabbia mista a rassegnazione… Dalle parole dei soldati percepiamo infatti la momentanea sconfitta armena nella contesa del Nagorno Karabakh. Per la regione armena dell’Artsakh, da anni intrappolata all’interno dei confini azeri, le speranze di riconquistare l’indipendenza politica e ricongiungersi alla propria patria perduta, sono ormai nelle mani delle grandi potenze politiche militari.
Mentre Turchia e Israele sostengono militarmente l’Azerbaigian, la Russia difende l’Armenia, ex colonia Urss. All’esercito di Putin si deve oggi, infatti, una tregua nella zona che, seppur operando di prepotenza con entrambi i fronti, tutela la popolazione armena consentendo il passaggio di viveri e rifugiati rimasti privi delle proprie case, confiscate e bombardate dall’esercito dell’Azerbaigian. I militari ci spiegano che per quanto ringrazino l’operato dei soldati di Mosca, riconoscendo loro l’importante ruolo di mediatori in questo continuo “gioco di forza” orientale, rimane però all’Armenia un tremendo senso di impotenza per essere stata mutilata del proprio territorio dell’Artsakh.
Consegnando farmaci e diverso materiale utile alle zone di confine del Tavush, all’ombra della grande statua metallica della Madre Armenia di Ijevan, con i volontari di Sol.Id raccogliamo il ringraziamento dei soldati. “Per quanto i governi europei siano politicamente lontani dal sentimento nazionale armeno, predicando pace e umanità ma facendo morire migliaia di armeni nel più completo disinteresse – ci dice il comandante di Battaglione – riconosciamo la millenaria fratellanza che lega la nostra cultura al popolo francese e italiano. E voi, qui, oggi, ne siete la prova più incoraggiante”.
Andrea Bonazza