19 Settembre 2021

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Il genocidio armeno nella Masseria delle Allodole di Arslan

“Non scenderà mai più di sua volontà nelle radici della sua appartenenza, nei musicali, colorati ricordi del Paese Perduto, mai più fino a quando li racconterà alla bambina come fiabe lontane, forse inaccessibili, forse sognate.” (A. Arslan)
Amo leggere e amo viaggiare, magari scoprendo nei libri i luoghi che visito, e viceversa. Così per questo mio ultimo viaggio in Armenia con Sol.Id Onlus ho scelto un libro culto che, più di altri, narra l’identità del popolo armeno e la sua tremenda tragedia. Non la prima. Non l’ultima…
Questo pluripremiato libro pubblicato nel 2004 racconta il calvario famigliare della sua autrice, la veneta italo-armena Antonia Arslan, alla sua prima esperienza letteraria. Composto racchiudendo testimonianze reali, famigliari e storiche, il romanzo ripercorre i terribili mesi a cavallo tra il 1915 e il 1916, mentre l’Italia entrava nella prima guerra mondiale. In uno scambio di lettere che si interromperà bruscamente, i protagonisti rimbalzano i diversi scenari dei due fronti; con un’Italia gioiosamente interventista nella corsa a riconquistare le proprie terre irredente, e un impero ottomano scosso da grandi mutamenti politici. In Anatolia infatti, salgono al governo i Giovani Turchi, un movimento nazionalista di ispirazione grossolanamente mazziniana che, tra gli altri, annoverava nelle proprie file anche uomini di etnia greca, curda e armena. La situazione però è destinata a cambiare e, la sera del 24 aprile 1915, a migliaia di case armene di Anatolia e nella masseria di Sempad e Shushanig, arrivano a bussare i gendarmi del Mahsusa, l’Organizzazione Speciale formata da ex-detenuti. Contemporaneamente in tutto l’impero ottomano centinaia di migliaia e poi milioni di civili armeni vengono massacrati, brutalmente uccisi e bruciati o seppelliti sul posto. Le ricche case depredate, occupate o date alle fiamme. Le donne violentate, picchiate, uccise e fatte prigioniere insieme ad anziani o bambini per i quali non vale la pena sprecare energie o pallottole. Misericordiose pallottole. Non ancora.

“Già arrivano, scendono dalle montagne. I banditi curdi arrivano, per loro questa volta la bandiera gira giusta: gli hanno promesso le case degli armeni…”

Inizia così, in un assurdo crescendo di violenza e crudeltà; la lunga Via Crucis che vedrà, dalle prime fosse comuni di cadaveri martoriati, lunghe colonne di esuli deportati che si trascinano verso sud. Un viaggio angosciante in cui aleggia la morte più nera in un continuo sussurro di resa e abbandono. Milioni di armeni che si aggrappano con le unghie alla croce che condannò il loro stesso dio, spinti per monti e pianure dall’inerzia e dagli zaptiè turchi. Oppure dai bestiali predoni curdi che, scendendo dai monti con cariche a cavallo, falciano, depredano e massacrano la lunga carovana di pelle e ossa. Avanti così, in una colonna di rassegnazione che si riduce e si allunga tra i morti alle spalle e altri moribondi armeni che si aggregano da altre provenienze, spinti dai medesimi aguzzini fino alla catena montuosa del Tauro. E poi giù, a sud, ancora, affondando le vesciche in quel deserto siriaco che conduce a un Aleppo anch’essa sotto dominio ottomano.

“Tutti sappiamo che vanno a morire. Nessuno, ci hanno detto, nessuno deve aiutare un armeno. Né donne, né bambini, né vecchi. C’è la pena di morte per chi aiuta un armeno.”

Tra i campi di deportati e putrefazione di Aleppo, Shushanig e i sopravvissuti della sua cenciosa compagnia troveranno amici di famiglia pronti ad aiutarli, sfidando la sorte e la legge marziale contro chi aiuta un armeno. All’ombra della Cittadella siriana ripenseranno a un intero anno di calvario passato e proveranno coraggiosamente a pensare a un domani lontano. Lontano nel tempo. Lontano dalla patria perduta e dalla follia sanguinaria che ha distrutto la loro vita e quella della madre Armenia.

“Per un paese che non esiste più, per le colonne dei deportati, per una famiglia morente sotto il sole velenoso, per le tombe sconosciute lungo le polverose strade e i sentieri d’Anatolia… ma anche per tutto ciò che scomparve di loro di vivo e odoroso, di fatica e di gioia, di pena e di consolazione: l’anima del paese.”

La Masseria delle Allodole è uno dei romanzi più poetici e angoscianti che abbia mai letto. Ho avuto la fortuna di leggerlo in viaggio per le dissestate strade dell’altipiano del Caucaso, nella seconda linea del fronte di una perpetua guerra a difesa dei confini, all’ombra dei millenari khachkar o ai piedi del Monte Ararat. Ho compreso negli sguardi degli anziani cosa questo popolo ha passato e ne ho ritrovato il giovane coraggio negli abbracci dei soldati. Non posso certo dirvi che riuscirete a provare le mie stesse emozioni nel leggere queste pagine ma, ve lo assicuro, la Masseria delle allodole è un libro che vi segnerà profondamente nell’animo, aiutandovi a comprendere la fortuna che avete a non essere armeni. La fortuna di non appartenere a quel martoriato, fiero, antichissimo popolo di martiri ed eroi.
Andrea Bonazza