19 Settembre 2021

AndreaBonazza.info

Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Al raduno nazionale della Muvra 2, sul Monte Giovo

“Sveglia! Sveglia! Sveglia nelle camerate!” Quanti di noi si sono risvegliati con questo incubo incastrato nella memoria fin dai tempi della naia… Beh, io sono tra quelli, ma risentirmi la sveglia militare che chiama all’adunata, alle ore 7.00 di questo sabato mattina di fine luglio, al secondo giorno del raduno nazionale de La Muvra 2021, vi assicuro che mi ha stampato in faccia un sorriso che durerà per tutta la giornata. Dopo essermi seduto sul water mentre il buon Patrizio, sconcertato, continuava a farsi la doccia, scendo al piano terra della struttura addestrativa per godere della colazione con la truppa e prendere il rancio al sacco, composto da affettati parmensi, per l’escursione di oggi.

Con immenso piacere scopro che durante la notte si sono uniti al raduno anche il grossetano Fabrizio e altri camerati giunti anche da Aosta e dal Meridione. Ormai ci siamo tutti: presenti all’appello Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Trentino Alto Adige, Marche, Abruzzo, Piemonte, Lazio, Valle d’Aosta e i più temerari sbucati all’alba dalle lontane Puglia e Basilicata. Alacciamo gli scarponi e siamo pronti a partite alla volta di Monte Giovo.

DALLE LEGGENDE DI LAGO SANTO 
Tirato il freno a mano al grande parcheggio del Lago Santo, approfittiamo dell’invitante bar ristorante “il Cacciatore” per bere il secondo caffè della giornata, con la speranza che nutra energia e concentrazione che ci serviranno nelle prossime ore. Salutato l’oste, in pochi passi attraverso il bosco arriviamo alle rive del lago. È più grande di quanto immaginavo. Ha un colore bellissimo e la sua acqua ferma riflette il verde dei boschi del quale è circondato e l’azzurro di un cielo che scalderà la nostra ascesa. Il Lago Santo si trova a 1.500 metri di altitudine, arriva a toccare addirittura i 20 metri di profondità e, per grandezza, è il secondo lago dell’intero appennino settentrionale. Se da una parte la sua origine è glaciale, dall’altra è dovuta ad una frana avvenuta qui dalla parete orientale del Monte Giovo. Accanto a noi, affacciato sul lago, c’è il rifugio Vittoria con una fontanella presa d’assalto dai ragazzi per riempire le borracce. Interrogandoci sul significato del nome del lago, un anziano del posto seduto a contemplarne le acque ci spiega che, secondo una leggenda, il Lago Santo è così chiamato a causa dell’amore di due pastori della zona, le cui famiglie però, erano in lotta tra loro. I due allora si incontravano di nascosto sulle rive del lago, portando lì le greggi ad abbeverarsi. Un giorno d’inverno però, trovando il lago ghiacciato, la coppia di pastori non riuscì a trattenere la voglia di unirsi e, dalle rispettive sponde, attraversarono il ghiaccio lacustre per stringersi finalmente insieme. Lo strato glaciale però non resse il peso degli amanti che furono inghiottiti dalle acque gelide, congelando per sempre loro e il loro amore “santo”. A volte qualcuno dice di vedere ancora i due innamorati abbracciati nelle profondità del lago ma, credendogli sulla parola, per la comitiva di 28 camerati è giunta l’ora di proseguire lungo le rive evitando di camminare sull’acqua. Dalla nostra posizione infatti, perfettamente specchiato nel lago, vediamo l’imponente Monte Giovo, la nostra meta da raggiungere senza perdere altro tempo sulla tabella di marcia.
A PASSO BOCCAIA TRA I CAMPI DI ANNIBALE 
Immergendoci nel fitto bosco di faggi, dal quale i raggi di sole filtrano come tra le vetrate di una cattedrale, iniziamo a salire in fila indiana per i tornanti del sentiero 529. Dopo una ventina di minuti di marcia, raggiungendo quota 1.574 m., giungiamo alla staccionata che recinta il verde di un vasto prato. È Passo Boccaia. Frequentatissimo dai pastori e crocevia per gli escursionisti che, come annuncia la segnaletica, qui si dividono principalmente tra le escursioni a Monte Giovo e a Cima dell’Olmo. In una piccola pausa ammirando il panorama che spazia dai Monti Prado e Cusma alle Cime di Romecchio, attendiamo che con il loro passo ci raggiungano anche Dani e Gian Paolo. Anche se infortunati, i due amici anche oggi non hanno voluto rinunciare a vivere questa avventura insieme alla propria comunità. Da qui riprendiamo la nostra avanzata tra fiori e mirtilli incontrando un nutrito gruppo di giovani, ragazzi e ragazze, che facciamo passare avanti affinché non distolgano la nostra attenzione all’ascesa con i loro vuoti schiamazzi. Continuando a salire raggiungiamo i leggendari Campi di Annibale, così chiamati perché qui, secondo alcune fonti, nella sua marcia verso Roma il condottiero cartaginese fu costretto a fermarsi a causa delle febbri che colpirono parte dei suoi soldati. Da qui però, tra i grandi e bianchi massi di chiarissima origine glaciale mischiati al verde dell’erba, nel XVI secolo passava anche l’antica Via dei Remi che, come fa intendere lo stesso nome, collegava questi monti al Mar Tirreno per il trasporto dei tronchi di albero utili per la navigazione. 
SULLA VETTA DI MONTE GIOVO
Riprendiamo la nostra strada verso la cima di Monte Giovo dopo aver salutato i nostri amici infortunati che, un po’ doloranti, giustamente si prendono il loro tempo per conquistare la meta. Saliamo in colonna per un sentiero abbastanza ripido costeggiato un po’ ovunque da bianchi massi dalle forme particolari. Ricordano menhir, totem, lapidi tombali incise dall’uomo o solcate da ghiacciai e corsi d’acqua di ere remote. Di tanto in tanto esco dal sentiero per esaminarli sperando di scoprire incisioni rupestri ma nulla. Quassù è solo Madre Natura a donare la bellezza delle forme. Lungo il sentiero la vista continua a perdersi da ogni lato tra le catene montuose circostanti e il grande Lago Santo, ora piccolo, che ci ricorda la soddisfazione del percorso appena fatto. Ma ecco in lontananza la croce di vetta. La nostra meta. Da lei ci separano ormai solo poche centinaia di metri e come da manuale Muvra, facciamo una sosta per ricongiungerci tutti e affrontare uniti quest’ultimo tratto alla cima. In questo tratto però apprendiamo di aver perso Andrea, la nostra guida che ha gestito l’intero raduno, a causa di un attacco di febbre improvvisa mista a pesanti turbamenti di stomaco. Il buon Andrea si è dovuto quindi staccare dal gruppo, avvisando, per ridiscendere a valle in cerca di un bagno e di un buon thé caldo.
Sprofondiamo ora tutti in un marziale silenzio, salendo in vetta ma scendendo ognuno nel proprio io. Dentro gli abissi della nostra anima alla ricerca di forze e paure, virtù e debolezze, nell’eterna lotta dell’uomo contro l’uomo. In questi ultimi passi siamo soli, ognuno con sé stesso nonostante avanziamo compatti come una legione. Ognuno è concentrato nei suoi pensieri alla ricerca di sé stesso in questo luogo incantato che sfiora il cielo e raccoglie le preghiere degli uomini e la severità degli dèi.
Arriviamo in vetta all’unisono posando gli zaini tutti intorno alla grande croce di ferro che ci ricorda di essere a quota 1.991 metri. In cerchio ai piedi di questo simbolo cristiano delle vette europee, contempliamo il magnifico paesaggio che si apre tutto in torno a noi per tutti e quattro i punti cardinali. Ma se a segnare la vetta è una croce, come si può immaginare, Monte Giovo deve il suo antico nome a Giove, il padre di tutti gli dèi romani. Derivando da Giovio, la toponomastica di questa montagna fa infatti riferimento al significato “pertinente a Giove”. Estraendo la bandiera de La Muvra per immortalarci nella rituale foto di vetta, ci disponiamo per lo scatto di gruppo che ci fanno il favore di farci alcuni escursionisti presenti.
LE LETTURE DI VETTA
È proprio la presenza di estranei, unita al forte vento che fin qui ci porta lo starnazzare della comitiva di papa-boys-and-girls poco distante, che ci vede obbligati a ricomporci per approdare ad uno spiazzo poco distante. Ci troviamo adesso al riparo dal vento davanti a un grande tumulo dai caratteristici massi bianchi che macchiano il monte. Anteponendo il dovere al piacere, ci sistemiamo chi sulle rocce chi sul prato, in una sorta di cerchio pronto a includere in esso i pensieri e le letture di chi non può essere con noi. Inizia Stiv, vecchio amico ascolano con il quale ho condiviso molte esperienze; dai campi terremotati alle feste, dalle manifestazioni alle conferenze. La sua lettura ci trova composti per i nomi da lui pronunciati. È dedicata a Fabio Comini, alpino paracadutista del Battaglione Monte Cervino e vecchio membro de La Muvra, sfortunatamente morto nel lucchese il 21 maggio 2015, durante un lancio con il paracadute. Lo scritto che Stiv sta leggendo in memoria del nostro Fabio è invece del filosofo francese Dominique Venner, immolatosi per sprono ai giovani militanti europei nella cattedrale di Notre-Dame, a Parigi, il 21 maggio 2013.
“L’Etica dell’onore si contrappone alla morale da schiavo del materialismo liberale o marxista. Essa afferma che la vita è lotta. Essa esalta il valore del sacrificio. Essa crede al potere della volontà sugli eventi. Essa fonda i rapporti fra gli uomini d’una stessa comunità sulla lealtà e la solidarietà. Essa conferisce al lavoro una grandezza in sé, indipendentemente dal profitto. Essa ritrova il senso dell’autentica dignità dell’uomo, non concessa ma conquistata con lo sforzo costante. Essa sviluppa nell’uomo europeo la coscienza delle proprie responsabilità rispetto all’umanità di cui è il naturale regolatore.” (D.Venner)
Riflettiamo sulle responsabilità della dura strada che abbiamo intrapreso nella militanza. Il silenzio segue la lettura lasciando posto solo al fischio del vento che sembra accompagnare la voce di chi è andato avanti nell’eternità. Anche oggi, anche quassù, in questo preciso momento in cui lo zenit del sole è alto sopra le nostre teste; un rapace vola in cerchio sul nostro gruppo. Forse un’aquila o un falco, ma potrebbe essere anche una poiana… fatto sta che, nello sguardo di ognuno di noi, quell’animale suggella la sacralità di questo istante in cui la comunità accorcia le distanze con i propri caduti.
A prendere la parola adesso è il buon amico Patrizio, sceso dalle Alpi trentine per leggerci una testimonianza forte che arriva direttamente dal cuore di una cara amica della Muvra che, purtroppo, oggi, non è potuta essere con noi. Mentalmente reduci dal precedente insegnamento di Venner, ora ascoltiamo le profonde parole scritte da Stefania.
“La montagna è una cosa che richiama. Non è l’uomo che va alla montagna, é la montagna che arriva prima dentro l’uomo, come un richiamo primordiale, una sensazione inspiegabile del bisogno di andare in montagna, solo allora l’uomo parte per la montagna. Molta gente, soprattutto negli ultimi tempi, ha sentito questo richiamo e ha iniziato ad andare in montagna, molti senza capirne il vero significato, molti per cercare emozioni nuove e estreme, molti per fare semplicemente sport, ma tutto preso singolarmente vanifica la maestosità delle montagne. Andare in montagna é prima di tutto un’introspezione, un liberare la mente da tutte le catene della società e rimanere soli con sé stessi, puri, senza vincoli materiali, sfidare i propri limiti, apprezzare la bellezza della natura e ricongiungersi con la spiritualità che abbiamo dentro e che abbiamo dimenticato. Secondo me andare in montagna non è che, come dice qualcuno, ci avvicina a dio, agli dei. Siamo noi che ci eleviamo perché in montagna eleviamo noi stessi e riusciamo a staccarci da tutto il resto. In tutte le mie esperienze di montanaro e speleologo, non sono mai tornato dai monti deluso. Salire a 1900 m con uno zaino da 30 kg, per poi montare una tenda, dormire poche ore, infilarsi in un buco strettissimo nella roccia, scendere con le corde per un km, ritornare fuori, smontare tutto e scendere, é una sfaticata immane, ma si torna cambiati, arricchiti, stupefatti di aver visto la forza della natura che ha creato cose straordinarie, nel corso di millenni, si può sentire l’energia che ha creato tutto questo, che è ancora nell’aria. Anche solo respirare l’aria osservando gli alberi, gli animali, la vita, in grotta spegnere la 
lampada e ascoltare il ticchettio dell’acqua che ha scavato tutto, entrando da un foro piccolissimo e a furia di scavare ha creato deserti con le dune sotterranei, ci fa sentire parte di un qualcosa di gigantesco, e allo stesso tempo ci fa sentire minuscoli. Se poi non avete mai provato a passare la notte in un bivacco, soli, con le sole forze della natura, rombi di tuono delle slavine dalle cime più alte intorno a voi, penso che dovreste iniziare a pensarci di farlo, tornerete persone nuove. Non c’è posto dove da soli non ci si senta in compagnia più che in un bar affollato. Soli con la montagna.”
Questa lettura crea in noi un senso di superiorità spirituale, più che altro dovuta alla fortuna di vivere questo momento direttamente in quota, avendo appena provato nella fatica tutte le lacrime di sudore racchiuse in queste ultime righe. Giustamente però i più affamati ci ricordano che gli sforzi devono essere ripagati e, come se il gruppo stesse aspettando l’ordine militare per il rancio, le cerniere degli zaini si aprono per liberare i panini con salame e mortadella preparati da Fede. “Tutti prodotti di Parma” ci tiene a precisare nascondendo una impercettibile erremoscia. Consumando il pasto i discorsi si spostano dall’adrenalinica quiete della montagna al vuoto caos della città moderna, colmo di insidie degradanti ed emozioni artificiali, tra droga e falsità, dove i valori della vita sono stati barattati in cambio di un like sui social o di una scopata meccanica. Ognuno racconta le proprie esperienze e qualcuno scopre sé stesso davanti a tutti, parlando dei demoni personali di un passato più buio. Buio come un tunnel che ti risucchia allontanando famiglia e amicizie, lavoro e passioni. Un tunnel difficile da risalire, con pareti verticali e scivolose che si nutrono di incertezze. Ma adesso siamo arrivati tutti qui, a duemila metri, ognuno con la sua storia passata per condividere insieme il futuro nella militanza fissando sempre la vetta. Perché anche se in vita non riusciremo a vedere quel domani che ci appartiene, le cime più alte dei nostri obbiettivi dobbiamo raggiungerle.
IN CRESTA TRA IL GIOVO E IL RONDINAIO
Riprendendo il nostro cammino, dopo aver svegliato Andrea, l’iperboreo aretino sprofondato in un pisolino sotto il cappello, affrontiamo adesso il tratto più difficoltoso percorrendo la cresta della montagna. Il sentiero è stretto e, come scrivevo, si snoda direttamente in cresta in mezzo agli strapiombi, a destra e a sinistra, a tratti ricordando un ponte tibetano sul quale ogni passo dev’essere preciso. Senza accorgercene infatti, il silenzio e la concentrazione sono tornati a dominare la colonna di uomini, ritti in movimento come sopra la corda del funambolo di Nietzsche, completamente inseriti in questo passaggio tra il Monte Giovo e il Monte Rondinaio. Inizia adesso la parte più impegnativa del nostro percorso; avendo infatti preso l’anello al contrario, ci troviamo ora ad affrontare le rocce più affilate della cresta in un punto in cui l’esposizione aumenta vorticosamente. È il temuto Salto di Roccia presso la Grotta Rosa. Una discesa di 5 metri classificata come arrampicata di primo grado. Da entrambe le parti di questo sperone, in caso di caduta, vi è l’abbraccio della morte. Alla nostra sinistra lo sguardo si tuffa nei 400 metri di vuoto che ci separano dalla valle del Lago Baccio. Alla nostra destra, un dirupo profondo inghiottisce il paesaggio. Partono i trentini Dennis e Cinghialotto, ma mentre il primo cerca di scendere valutando appigli e difficoltà, il secondo si tuffa come una valanga sfruttando la stessa corda alla quale è aggrappato l’amico arrivando a sbilanciarlo col suo peso in una situazione abbastanza allarmante. Cinghialotto scende e si porta avanti. Dopo qualche istante Dennis recupera la sua sicurezza e lo segue. Vedendo le facce sgomente degli altri ragazzi, scendo e li seguo anch’io chiedendo spiegazioni. La valanga trentina mi spiega che, davanti a quell’ostacolo, o si lanciava immediatamente in una discesa senza indugi, o sarebbe rimasto bloccato lassù. Per quanto possa essere stata pericolosa questa situazione, ognuno ha la sua maniera per affrontare i pericoli e trovare in sé le forze e il coraggio per andare avanti. Nulla da eccepire. Solo la prossima volta ci ricorderemo di lasciarlo per primo. Rigirandomi verso il Salto di Roccia, vedo che per alcuni la situazione è in stallo. Di scuola valdostana, i più esperti sono scesi senza troppe difficoltà ma, in molti rimangono bloccati davanti allo sperone. Mentre io e Federico aiutiamo da sotto la discesa dei ragazzi negli arditi passaggi della roccia, l’abruzzese Marco, scalatore esperto, coadiuvato dal rassicurante Patrizio fa indossare l’imbrago fissando alla corda i più titubanti. Siamo nel bel mezzo di una lezione di vita. Il nostro salto nel cerchio di fuoco che mette alla prova il coraggio e la concentrazione. Respirando profondamente, anche i più bassi fisicamente, come Fabrizio, aiutati dai consigli dei propri camerati riescono comunque a trovare la giusta distensione di gambe e braccia, per raggiungere le sporgenze rocciose e scendere così sconfiggendo il proprio demone. Per quelli più alti fisicamente la discesa è invece molto più semplice ma, alcuni, preferiscono fissare morbosamente la roccia per non annegare gli occhi nel vuoto che costeggia lo sperone. Passiamo una mezz’ora di batticuore ed emozioni fortissime che premiano la forza di una coesione ritrovata. Ritrovata nella compagnia ricongiunta al di là delle tolkeniane Montagne Nebbiose, vincendo ognuno il suo Balrog, nell’audace passaggio dall’altra sponda del monte e di noi stessi. Ora tutti orgogliosamente impettiti dalla vittoria sull’insidioso ostacolo. Ora carichi di adrenalina purissima e con lo sguardo fiero e diritto verso la prossima meta: la vetta del Monte Rondinaio.
Un liberatorio “eja, eja, alalà!” urlato all’unisono dai presenti, rompe il silenzio delle cime per spingerci ancora una volta oltre. Come per andare più avanti ancora, bramosi di nuove avventure da vivere insieme prima di tornare alla monotonia delle nostre città. Affrontiamo altri ostacoli esposti in altri vertiginosi dirupi ma, dopo il Salto di Roccia, li prendiamo a cuor leggero con sulle labbra il ghigno menefreghista dell’ardito. Concentrati in una serie di appuntiti sali e scendi giochiamo con le rocce macinando centinaia di metri, forse addirittura un chilometro. Conquistiamo la vetta di Monte Rondinaio per poi ridiscendere nella valle sottostante, tramite un sentiero a serpentina che ne attraversa le pendici. Soddisfatti. Allegri. Uniti!
SULLE MAGICHE RIVE DI LAGO BACCIO
Lungo il sentiero incontriamo due strani individui. Giovani e vestiti completamente uguali nel color kaki, con delle strane e vivaci fasce in testa somiglianti a quelle degli indiani Sikh. Chiedo loro di quale razza o setta fossero. Imbarazzati, si levano la fascia sorridenti, scoprendo un taglio di capelli familiare e ben curato. “Hitlerjugend?” domando entusiasta di questo incontro imprevisto… ma i due non riescono a rispondere e, balbettando qualcosa di incomprensibile, riprendono il proprio sentiero salutando non romanamente. Continuiamo a camminare verso valle ripensando alla reale natura dei due escursionisti (forse S.A. o comunque omosessuali?), la mia attenzione viene richiamata dal lombardo Nicolò. Un centinaio di metri più in basso rispetto a noi, in una depressione del terreno che dà l’idea di essere un piccolo laghetto prosciugato, vi sono dei sassi bianchi posizionati a spirale. Interrogandoci sulle origini di questo simbolismo nella Valle del Lago Baccio, fantastichiamo tra gli antichi Celti che popolavano queste alture e le moderne compagnie di ubriaconi o inguaribili romantici come noi che, magari, in una notte solstiziale si sono prodigati a creare questa forma. Non trovando nulla in rete, proseguiamo la nostra discesa nella valle.
Lungo il cammino che ci separa dal lago, in diversi punti gli occhi più allenati notano delle scavature su alcune rocce. Spiego ai ragazzi che potrebbero essere delle coppelle sacrificali usate dagli antichi per raccogliere il sangue delle bestie, in devozione alle divinità del luogo. I bianchi massi sui quali sono stati scavati questi solchi tondeggianti sono infatti orientati ad est, proprio nella direzione in cui sulla cresta tra il Monte Giovo e il Monte Rondinaio vi è una spaccatura a V che abbiamo precedentemente affrontato. In genere, questo simbolismo naturale, per le popolazioni pagane rappresentava il sesso femminile nel quale il sole, sorgendo, raffigurava l’amplesso fertile per un buon auspicio nell’anno a venire. In realtà però, sul web, trovo un’altra affascinante ipotesi collegata al mondo negromante. Anche se versione priva di documentazione, c’è chi dice infatti che quassù le streghe usavano scavare queste conche nei massi per triturare e pestellare erbe ed ingredienti per le pozioni magiche.
Continuando a camminare in colonna nella quiete di questa bellissima valle, ci troviamo finalmente lungo gli argini del Lago Baccio. Qui il sentiero si inoltra nell’erba alta in cui migliaia di api e calabroni volano nel loro prezioso operato senza colpo ferire ai passanti. Gli alti alberi che semicircondano il lago si specchiano limpidamente nelle sue acque, creando due dimensioni parallele interrotte soltanto dai guizzi di alcuni pesci a caccia di insetti in superficie. Inoltrandoci nel bosco che separa il lago dalla parete rocciosa del Giovo, notiamo alla nostra sinistra una falesia. È la palestra di roccia “lo Scudo dei Celti”. 20 metri di parete arenaria con sette vie che vanno dai gradi 4c ai 6c. Non avendo però ormai più tempo per scalarla nella lezione di arrampicata organizzata da Marco, torniamo a ripercorrere le rive del lago facendo un piacevole incontro. È Andrea, la nostra guida emiliana che, sentendosi male, si era separata da noi verso la vetta del Giovo. Andrea adesso sta meglio e ci racconta che nella discesa al rifugio ha incontrato Dani e Gian Paolo, i due camerati infortunati. Apprendiamo che gli amici vogherese e parmense hanno comunque raggiunto la meta che si erano prefissati, approdando con il loro passo alla sommità del Monte Giovo. Dani e Gian Paolo hanno vinto la loro sfida. Non hanno mollato e, adesso, hanno acceso un ulteriore fiamma nell’orgoglio di questa nostra pazza comunità. Rendendoci fieri di loro in attesa di festeggiare insieme con una sana bevuta.
Sulla spiaggetta del lago, in un punto in cui alcuni massi formano uno scoglio naturale, i ragazzi di Blocco Studentesco ci fanno notare un simbolo ancestrale inciso nella pietra. È una inequivocabile croce celtica, perfettamente delineata e orientata secondo i punti cardinali. Pur non conoscendone l’origine, com’è possibile che questa incisione sia stata fatta in tempi recenti, è altresì possibile che provenga da tempi remoti. Usato anche dagli Apuani e dalle popolazioni autoctone antecedenti i Celti, questo simbolo solare racchiudeva la spiritualità del vivere antico, elevando la materia ad uno stadio più alto. Verso il sole divino che in quest’acqua lacustre si specchia fertilizzando l’intera valle in un antico rito.
È giunta però adesso l’ora di scendere per l’ultimo tratto di bosco che ci separa dal nostro arrivo. Il sentiero si allarga per trasformarsi in strada sterrata maculata dalle ombre del fogliame degli alberi. Molti sono i discorsi sulle esperienze appena acquisite. Donati dalle cattedre della montagna nella scuola più spaziosa che c’è, ognuno fa tesoro degli insegnamenti appresi discutendone allegramente con i propri compagni di viaggio. Quasi dispiaciuti del fatto che l’avventura sia “già” giunta al termine, torniamo al rifugio del Cacciatore posando finalmente gli zaini. Come sempre una buona birra fresca premia la fatica della Muvra e c’è chi fa la fila per assaggiare le prelibatezze locali offerte generosamente dall’oste. I sapori sono troppo buoni per resistere all’acquisto di una bottiglia di grappa o di una forma di pecorino da mangiare tutti insieme, magari questa sera attorno al fuoco.
RIENTRO ALLA CONTEA
Rientriamo al nostro campo base di Pievepelago in tempo per assistere alla lezione di arrampicata del nostro responsabile abruzzese. Nodi, fissaggi, corde e moschettoni assicurano gli imbraghi indossati dai partecipanti in un’altalena che oscilla tra sicurezza e rischio, così da far comprendere alla truppa l’importanza di essere sempre pronti ad ogni evenienza, con un equipaggiamento adeguato al quale và affidata la vita stessa. Marco porta poi alcuni volontari a testare quanto appreso nella teoria, direttamente sulla palestra di arrampicata montata con un trabattello addosso alla struttura addestrativa. Un sali e scendi di scoperte dinamiche concentrati sulla sicurezza di sé e dei propri camerati. La fatica di un’intera giornata torna ad esporsi all’adrenalina che ne allegerisce il peso. Nel mentre, Federico, Stefano e altri ragazzi intanto preparano il fuoco che griglierà la nostra cena. Portando qui la sua chitarra, il buon Marchino, vecchia gloria della musica alternativa italiana, strimpella note famigliari che richiamano la comunità a intonare un canto che aprirà le danze della nostra ultima serata insieme, qui sull’Appennino Tosco-Emiliano.
“Strade d’Europa stanchi, sporchi ma felici, prendi dalla vita ciò che vuoi, porta il tuo canto fino in Romania, bacia il grano di Budapest (…) strade d’Europa nello zaino libertà, forse un giorno l’ombra fuggirà, le sue mani sporche dal sole leverà, un’aquila è nel cielo, un’aquila è nel cielo, un’aquila è nel cielo sopra te…” (Compagnia dell’Anello)
DAI DUEMILA AGLI OTTOMILA CON BERGAMINI 
Inebriati dai canti e dalla birra consumata attorno al fuoco, è arrivato finalmente il momento di sederci a tavola per affondare i denti in un rito carnivoro che non contempla posate e galateo. Le ricche pietanze grigliate dallo staff emiliano ci riportano a poche parole in un masticare continuo in cui le gole reclamano birra e formaggi autoctoni. Piazzandosi a capotavola, introdotto dal buon Patrizio, il famoso alpinista lucchese Riccardo Bergamini prende la parola riportando silenzio e interesse nella sala. Il vecchio amico de La Muvra, Riccardo, si presenta a chi non lo conosce raccontando la sua storia divisa tra la militanza politica, dal Fronte della Gioventù a CasaPound, i suoi otto-figli-otto, e le incredibili imprese sui tetti del mondo. Sì, ho scritto bene: otto figli ai quali Riccardo non ha mai fatto mancar nulla, continuando a scalare gli ottomila in tutto il globo, allenandosi duramente ogni settimana, e mantenendo fede al giuramento militante che impegna assiduamente le nostre vite. Già con questa presentazione l’alpinista di Lucca ci insegna che, se c’è la volontà, nulla è impossibile. Difficile sicuramente. Ma non impossibile.
Come impossibili appaiono ai nostri occhi le sue imprese sulle cime più alte della terra, sfiorando il cielo dopo intense giornate allo stremo delle proprie forze. Facendo nuove amicizie o perdendone di vecchie nell’ultimo respiro congelato sepolto dalla neve. Consegnando i corpi all’eternità di ghiacciai perenni che decidono sul fato e sull’uomo, Bergamini ci racconta degli affascinanti paesaggi e della natura incontaminata che hanno incorniciato i suoi viaggi. Tra scimmie e lupi famelici che, dall’Africa all’Alaska, dalla Cina al Sud America, hanno arricchito le sue avventure assieme al racconto di aneddoti tanto divertenti quanto mozzafiato per le avversità riscontrate. Vere e proprie avventure vissute ai confini di mondi e culture differenti, passando gigantesche catene montuose, stati in guerra tra loro e checkpoint severissimi. Luoghi mistici ad altezze sovrumane in cui il pericolo e la morte si nascondono dietro ogni angolo, sorprendendoti nel sonno, in tenda o in stretti giacigli di fortuna a temperature che scendono a meno 50°, attraversando tempeste che vomitano sull’Himalaya tutta la furia della natura. Ascese in vetta in cui, senza bombole nel suo caso, la carenza di ossigeno rallenta movimenti e ragionamenti, lottando ogni istante per la propria sopravvivenza, aggrappandosi con le unghie ad una lucidità mentale gongelata dalle temperature più rigide del pianeta. Ma Riccardo ci insegna che la montagna è anche e soprattutto gioia, soddisfazione, amicizia sincera e cameratismo; combattendo dentro di sé e con i propri compagni contro debolezze e paure portate all’estremo. La montagna è sacra nella sua più antica accezione e dona all’uomo sfide che ne possono scolpire un eroe, come fu nella prima guerra mondiale. La montagna è il livello più alto che l’essere umano può raggiungere nella propria individualità o al fianco della sua comunità, insegnando a vivere oltre ogni comodità e negando la vita stessa per volere divino della natura.
Molte sono le domande che gli escursionisti vorrebbe fare a Riccardo ma poco è il tempo per lui rimasto. Giusto il tempo di rispondere a qualcuna di esse, tra una battuta e l’altra, e la famiglia Bergamini deve ritirarsi in branda per coricare la figlia più piccola che ha appena pochi mesi.
La serata prosegue attorno al fuoco tra le assetate corde vocali e quelle in nylon della chitarra, cercando di non svegliare la piccola nuova arrivata dai suoi sogni d’infante. Ma perdendoci con lo sguardo tra le fiamme danzanti che illuminano la notte, dopo quanto ascoltato, pensiamo a quanto piccole possano essere le nostre conquiste odierne rispetto ad altre alte ottomila metri. Pensiamo che nella vita è giusto aver sempre nuove mete da raggiungere in una scalata continua che forma il nostro carattere dando l’esempio a chi intraprenderà lo stesso cammino. Ma tra grappe e birra, viaggiando nei discorsi più vasti, le prime gocce di pioggia ci ricordano l’indomani e la stanchezza accumulata. Piano piano, dunque, ognuno ritorna alla propria camerata per riposare. Domani dobbiamo ripulire la struttura nel rispetto di chi ce l’ha gentilmente concessa. Domattina la compagnia si scioglierà in attesa della prossima emozionante avventura.
Andrea Bonazza
Come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto scattate con la mia reflex nel corso dell’escursione