7 Luglio 2022

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Al museo della Linea Gotica della Garfagnana a Molazzana

Scendendo verso la Toscana dopo le bellissime giornate passate al raduno nazionale de La Muvra, ci lasciamo alle spalle la parte modenese dell’Abetone per valicare nella provincia di Lucca. Siamo nella Garfagnana; area storico-geografica compresa tra l’Appennino Tosco-Emiliano e le Alpi Apuane. Scrivevo storico-geografico perché, oltre alle bellezze naturalistiche, storicamente questa è stata una zona insanguinata dalla seconda guerra mondiale. Dopo qualche tornante attraverso i paesini arroccati su questi monti, infatti, l’amico Fabrizio de La Deceris di Grosseto ferma la sua macchina nella cittadina di Molazzana, nei pressi del museo della famosa Linea Gotica. “Andiamo?” “Andiamo!”. Senza farcelo dire due volte e accompagnati da una simpatica guida che ci apre le porte di questa vecchia scuola elementare oggi adibita a museo, entriamo con un’offerta per l’associazione che lo gestisce.

Il comitato “Linea Gotica Garfagnana” nasce il 25 gennaio 2014 per la volontà di un gruppo di persone che, fino ad allora, avevano svolto autonomamente ricerche di materiali e documenti, oltre a ripercorrere i vari teatri delle battaglie qui accadute. Per dare un senso compiuto a tutto quello fino ad ora svolto, quindi alla necessità di mettere in comune le proprie esperienze in un museo che possa perpetuarle.
Il museo racconta dunque la storia di questo tratto di Linea Gotica tramite le testimonianze orali, scritte o materiali, raccolte dal gruppo locale di recuperanti. Una storia iniziata alla fine del 1944 quando gli eserciti belligeranti si attestarono lungo la Linea Gotica che tagliava l’Italia dalla riviera adriatica riminese alla costa tirrenica della Versilia. Il comune di Molazzana, in cui ci troviamo qui nella Garfagnana, si trovava proprio nel cuore della linea difensiva dell’Asse in supporto alla Linea Gotica. In seguito al tradimento del re e di Badoglio subito dal Fascismo e dal Reich, per otto lunghi mesi questa zona è stata teatro di scontri tra i soldati italo-tedeschi e gli alleati, bloccando l’avanzata di questi ultimi. Come durante il natale del ’44 quando le forze italo-tedesche scatenarono contro gli angloamericani l’Operazione Wintergewitter, costringendo gli stessi alla ritirata da diversi punti del fronte. Cinematograficamente romanzato nel film “Miracolo a Sant’Anna”, in quest’area combatterono anche i soldati afroamericani della 92^ Divisione Buffalo. Negri spediti quassù dai vertici USA come carne da macello, con compiti di basso profilo, contro le postazioni tedesche e quelle della Repubblica Sociale Italiana, già impegnate a contenere il terrorismo diffuso nei paesi dalle truppe partigiane.
Entriamo nella prima sala dedicata proprio ai padroni di casa; le forze armate della RSI e della Germania nazionalsocialista. Qui troviamo divise, bandiere, mostrine, elmetti, armi e moltissimi altri reperti lasciati sul campo dalla Divisione Alpina Monterosa, dai marò della Decima MAS e del Battaglione San Marco, della Divisione Bersaglieri Italia e di altri reparti della RSI. Cimeli che a volte raccontano le storie dei loro proprietari; come nel caso delle gavette incise dai soldati con i nomi dei fronti bellici in cui parteciparono, prima di cadere quassù, colpiti da raffiche di mitra che ne forarono anche il metallo. Vecchi elmetti arrugginiti, italiani o tedeschi, spesso bucati anch’essi da proiettili sparati da un nemico sbarcato da oltreoceano. Oppure divise trafitte da imboscate partigiane, troppo spesso alle spalle, magari durante il sonno o il rancio. Ad un tratto lo sguardo viene catturato da alcuni volantini contenuti all’interno di proiettili di obice. Sono i volantini americani che spronavano i soldati della Divisione Monterosa o del Battaglione San Marco, impegnati al fronte, a disertare e passare oltre le linee alleate con questo lasciapassare. Fortunatamente, per l’onore d’Italia e per consegnare un nuovo futuro alla patria ciò non avvenne e i soldati rimasero fedeli alla causa della Repubblica Sociale.
Entrando nella seconda sala, interamente dedicata alle forze alleate e al CLN, anche qui ad accoglierci troviamo i manichini vestiti con le divise inglesi o americane. Uno di essi in un angolo mostra la fantomatica divisa partigiana, quando raramente veniva indossata al posto degli abiti civili. Elmetti ben conservati e mostrine statunitensi posano vicino alle casse di munizioni o agli scarponi in dotazione alle truppe. Qui le cosiddette razioni K fanno intuire il tenore di vita dei soldati yankees al fronte, assai diverso da quello dei loro coetanei italiani o tedeschi. Ancora oggetti personali e reperti bellici perduti in una terra lontana in attesa che alcuni appassionati li recuperassero per esporli in un museo o consegnarli alle famiglie. La nostra guida ci dice che una volta, contattando l’attuale esercito australiano, lo stesso dimostrò scarso interesse per il recupero di alcuni oggetti appartenuti ai loro caduti.
Ma non sempre è così e, nella terza ed ultima sala del museo, interamente dedicata agli aerei da guerra e ai loro equipaggi, conosciamo la storia di alcuni piloti caduti, di entrambi gli schieramenti, le cui storie sono state riportate ai familiari. Qui troviamo la storia e i resti di tre distinti equipaggi scomparsi nei cieli della seconda guerra mondiale e ritrovati qui nella Garfagnana. Uno di questi riguarda direttamente casa mia, quando, sabato 25 settembre 1943, dopo aver bombardato Bolzano, la mia città più volte bombardata dall’aviazione angloamericana, un bombardiere Boeing B17 Flyng Fortress americano colpito dalla contraerea tedesca precipitò qui, vicino a Castiglione Garfagnana. Nell’impatto morirono tutti e 10 i membri dell’equipaggio. Il mese seguente un bombardiere bimotore inglese Vickers Wellington, precipitò sui massicci della Pania uccidendo i cinque avieri del Commonwealth che si trovavano a bordo. Il terzo velivolo militare, uno Spitfire monoposto, si schiantò invece vicino a Ghivizzano il 4 giugno 1944 in seguito ad una battaglia aerea contro la Luftwaffe. Qui è possibile vedere resti di carlinghe, pallottole e parte delle apparecchiature impiegate sui velivoli bellici, sprofondate nel terreno della Garfagnana e recuperate grazie al metaldetector dei ricercatori storici a cui dobbiamo questa interessante esposizione museale colma di vite e di morte.
Chiedendo contatti agli addetti museali, al fine di tenerci informati sul grande lavoro dell’associazione e le novità del museo, scopriamo che, anche in questo caso, la ghigliottina della censura di Facebook ha mietuto l’ennesima vittima. Il museo è stato infatti bloccato dal famoso social di Mark Zuckerberg per “non aver rispettato gli standard della community”. La scusa più banale e democratica per dire che intere mandrie di frustrati antifascisti capeggiati dall’ANPI, hanno segnalato il museo per “materiale e immagini riferite a movimenti che promuovono odio e terrorismo”(???). Ma vi rendete conto di come opera la “democrazia” oggi? Con la scusa dell’odio, della violenza e dei divieti ad alcune fazioni ideologiche si censura non solo il pensiero ma anche la ricerca e la storia. Adesso capite perché nella stesura di questa mia recensione ho voluto andarci giù pesante con i riferimenti ai partigiani. Inguaribili spioni eternamente imboscati.
Davvero un bellissimo museo, tanto semplice quanto ben curato. Senza troppi fronzoli ed effetti audiovisivi che a volte distraggono il visitatore dalla durezza stessa della guerra raccontata dai reperti. Ripartendo da qui verso le colline maremmane, non posso far altro che consigliarvene la visita se passerete nella zona.
Andrea Bonazza 
come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto scattate con la mia reflex 
Per approfondire il tema vi consiglio la lettura di questi due articoli dell’associazione “Italiani in Guerra”