19 Settembre 2021

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A Vulci (6) tra il Ponte del Diavolo e il Castello dell’Abbadia

IL PONTE DEL DIAVOLO DI VULCI 

Ripartito dal parco archeologico di Vulci in questa mattina di metà giugno 2021, mi incammino per la vicina tappa del Castello dell’Abadia e del museo ospitato nelle sue mura. Per accedere al castello da questa sponda del fiume Fiora dovrei attraversare un antico ponte. Chiamato il Ponte del Diavolo per la sua altezza e forma particolare, i basamenti in tufo di questa struttura risalgono all’epoca etrusca. Per quanto poco si conosca realmente questa affascinante civiltà poi inglobata da Roma, gli Etruschi erano abili architetti e ciò lo si evince dalla costruzione delle bellissime tombe appena viste a Vulci, ma anche dalle strutture e arcate sospese come quella di Volterra, prima chiave di volta al mondo che ha ispirato l’uomo fino ai giorni nostri. Probabilmente anche per edificare questo ponte. Ma la struttura alta ben 30 metri, come oggi la vediamo dopo alcuni riadattamenti medievali, è opera del genio dei Romani. Nel I secolo a.C. prima, con i piloni, e in età imperiale poi, con le tre arcate e l’immancabile marmo bianco, Roma seppe unire l’utilità del passaggio umano tra le sponde, a quello essenziale dell’acqua mediante acquedotto accorpato nello stesso ponte, collegando le due sponde del canyon scavato dal Fiora con quest’opera inumana che, come dicevano abitanti e viandanti, sembra fatta dalla mano del Diavolo. 

Purtroppo però il ponte da un paio d’anni non è più accessibile a causa di una piena del Fiora che ne compromise la staticità e, come sempre, in Italia i tempi per questo genere di cose sono lunghissimi. Ma d’altronde… con tutti i moderni cavalcavia e ponti Morandi crollati, vuoi che gli stessi rischi non di abbiano anche per opere architettoniche che resistono da duemila anni? La domanda è tanto scontata quanto provocatoria…

La chiusura del ponte mi porta quindi ad aggirare l’ostacolo allungando il percorso di un paio di chilometri buoni. Poco male! Mi ritrovo su di un altro ponte che regge la strada statale che porta a Canino. Da qui ho una visusle ottima sul Ponte del Diavolo e ne approfitto per impugnare la reflex e scattare qualche foto.

Passato al di là del fiume Fiora continuo a camminare in direzione della torre di vedetta del castello che spunta dagli ulivi alla mia destra. Ad un certo punto però sento un inconfondibile rombo singhiozzato. È un Chinook! Il grande elicottero militare a doppia elica CH-47 della Boeing, probabilmente in volo per un addestramento. Su questo grosso velivolo, oramai più di vent’anni fa, sono stato eli-trasportato con la mia Compagnia nella zona addestrativa desertica nei pressi di Saragozza, in Spagna, per una missione addestrativa interforze dell’EuroFor. Mentre la mente torna a quell’indimenticabile periodo della mia gioventù nell’Esercito Italiano, in men che non si dica arrivo davanti al Castello di Vulci.
IL CASTELLO DELL’ABBADIA 
Entrando nel comune di Canino, circondato dai vasti oliveti che lo rendono famoso per il suo pregiato olio, davanti a me s’innalza il bellissimo castello dell’Abbadia. Mentre da questo lato davanti al castello vi è un vasto terreno pianeggiante con un ampio parcheggio, dal lato opposto il castello dà a picco sulla profonda gola del Fiora, collegato, come dicevo poc’anzi, all’altra sponda del fiume tramite il vecchio ponte.La travagliata storia del castello risale fin dal XII secolo, quando da abazia benedettina dedicata a San Mamiliano divenne una fortificazione trapezoidale di confine. Per tutto il Medioevo infatti, questo maniero fu al centro delle contese tra gli Aldobrandeschi, la famiglia dei Di Vico e il Comune di Orvieto. Nel 1513 passò dalla proprietà dI Alessandro Farnese, che diventerà Papa Paolo III, allo Stato Pontificio con il quale assumerà il ruolo di dogana proprio per la sua posizione a ridosso del Ponte del Diavolo che collegava il Lazio al Gran Ducato di Toscana. Nel 1808 il castello venne acquistato dal fratello minore di Napoleone, Luciano Bonaparte, e cinquant’anni più tardi, nel 1853, venne acquistato dal principe Alessandro Raffaele Torlonia. Negli anni ’60 del secolo scorso poi, dopo decenni di decadenza e abbandono, il castello venne acquisito dallo Stato italiano che lo ristrutturò inaugurando al suo interno, nel 1975, il museo archeologico di Vulci.
Varcando l’antica arcata d’ingresso del castello mi trovo adesso dentro lo stesso. Fatta eccezione per il colore sgargiante di alcuni fiori protetti dai gatti che qui dimorano, all’interno di questa fortezza medievale il tempo sembra essersi fermato. Anzi; i tempi e le epoche sembrano accavallarsi con i loro grandi reperti archeologici composti da sarcofagi etruschi e pietre miliari romane. Capitelli corinzi e colonne adornano il cortile interno del castello protetti dalle sue scure mura, con croci templari, scritture antiche ed esseri mitologici scolpiti nelle antefisse posate al suolo, a ricordo di un passato pagano resistito ai galoppo dei cavalieri cristiani.
In tutta questa fotografia senza tempo però, finalmente scovo una civilissima macchinetta che mi richiama a lei per il primo caffè della mattinata. Dopo aver posato a terra il pesante zaino sorseggio la bevanda eccitante dando un’occhiata ai libri esposti su un tavolino. Trovo “Libri di viaggio e pagine di paese”, dell’emblematico scrittore inglese David Herbert Lawrence. Tra le sue vecchie pagine trovo un segnalibro che rimanda a quando, visitando l’antica Vulci, Lawrence scrisse una bellissima descrizione del castello. Accendendomi una sigaretta inizio a leggere da dove era arrivato chi mi ha preceduto.
Andrea Bonazza 

“L’uomo del caffeuccio era giallo e pigro, con l’indolente sorriso dei contadini. Sembrava del tutto privo di energia e ci guardava con occhi letargici. Probabilmente aveva la malaria, sebbene in quel momento la febbre non lo affliggesse. Ma essa gli aveva corroso la vita.Ci domandò se desideravamo recarci al Ponte. Dissi di sì: al Ponte dell’Abbadia, perchè sapevo che Vulci era vicina al famoso e antico ponte del monastero. Gli chiesi se avremmo potuto trovare un calesse che ci portasse fuori. Rispose che sarebbe stato difficile. Dissi allora che avremmo potuto andare a piedi: erano soltanto cinque miglia, otto chilometri. “Otto chilometri!” disse con lento, laconico tono malarico, guardandomi con un lampo di ironia negli occhi neri. “Sono almeno dodici!”

[…] Finalmente il carretto fu pronto: un comodo calessino a due ruote, attaccato piuttosto basso. Salimmo dietro la bruna, legnosa giumenta e il garzone del fornaio, che sicuramente non si era lavato il viso da qualche giorno, ci fece iniziare il viaggio. Egli era al parossismo della timidezza e inebetito.
Ci lasciammo subito alle spalle la città. La terra verde, con i quadrati di plumbei ulivi piantati a filari, declina giù verso la linea ferroviaria, che corre lungo la costa parallela all’antica via Aurelia. Oltre la ferrovia è la piatta fascia costiera e la biancastra vacuità del margine marino. Dà una grande sensazione di nullità, il mare, laggiù.

A ridosso del ponte, da questa parte, è la nera costruzione del castello rovinato, con l’erba che spunta dall’orlo dei muri e della nera torre. Come il ponte, è costruito con blocchi di tuffo spugnoso, bruno-rossiccio, ma molto più quadrati. E c’è all’interno un vuoto tutto speciale. Il castello non è interamente in rovina, è una specie di casa rurale. Luigi conosce la gente che vi abita. E sulle sponde del torrente vi sono macchie di avena, due o tre pascoli e due ragazzi. Ma ogni cosa da questo lato, verso i monti, è coperta di erica: è una desolata brughiera, sulla quale corre la pista in direzione delle colline, e di una grande casa tra gli alberi che avevamo visto in lontananza. È la Badia, o monastero, che diede nome al ponte. Ma da tempo è stata trasformata in una villa.

Finalmente! Eravamo passati. Avanzammo per pochi metri oltre i ruderi e discendemmo su uno spazio erboso, sopra il dirupo. Era un luogo meravigliosamente romantico. 

Ci trovammo di nuovo una specie di pista, poi rotolammo giù per un breve pendio verso un avvallamento cespuglioso e un nero rudere antico con una torre. Presto vedemmo che nell’avvallamento c’era un burroncello coperto di alberi e molto profondo. E sopra il burroncello, uno strano ponte curvo come un arcobaleno, stretto e ripido, simile a un ponte di fortificazione. Esso si slanciava sopra il burrone con un ampia curva – il sentiero roccioso preso come una grondaia in mezzo alle pareti dirute – sboccando direttamente dinnanzi alla nera parete di lava del rudere di fronte che un tempo era una fortificazione di frontiera. Il fiumiciattolo nella gola, la Fiora, segnava il confine tra gli Stati del Papa e la Toscana; così il castello stava a guardia del ponte. Volevamo scendere, ma Luigi ci fece aspettare, mentre correva in avanti per veder come vincere l’ostacolo. Ritornò, risalì, e guidò il veicolo tra i parapetti del ponte. Il carretto ci passava appena: giusto di misura. Le spallette del ponte quasi ci toccavano. Era come salire su per una specie di grondaia. Di sotto, remoto, giù nel folto dei cespugli, il corso d’acqua precipitava: la Fiora; semplice torrente o ruscello di acqua piovana. Passammo sul ponte, e al limite estremo Il muro di lava del monastero sembrava chiuderci il varco. Il naso della cavalla quasi lo toccava. La strada tuttavia piegava a sinistra sotto una volta ad arco. Luigi fece descrivere abilmente la curca alla cavalla. C’era appena lo spazio per farla girare col carretto, fuori dell’imboccatura del ponte e sotto l’arco, strisciando contro il muro del castello. 

L’antico ponte, costruito per la prima volta dagli Etruschi di Vulci con blocchi di tufo nero, s’innalza nell’aria come una bolla oscura, Così ricurvo e strano. Il fiumiciattolo è nel crepaccio pieno di cespugli, un centinaio di metri sotto. Il ponte è nel cielo, come una bolla nera, con l’acuto sapore delle cose perfette a lungo dimenticate. Esso fu indubbiamente restaurato ai tempi di Roma e nel Medio Evo. Ma nella sua essenza è etrusco, uno splendido esempio del senso del moto proprio agli Etruschi. 

L’intera proprietà apparteneva a Luciano Bonaparte, principe di Canino, fratello di Napoleone. Abitò qui dopo la morte del fratello, nella sua qualità di principe italiano. Nel 1828, arando alcuni buoi il terreno nelke vicinanze del castello, all’improvviso la superficie del suolo cedette ed essi sprofondarono in una tomba, in cui c’erano alcuni vadi rotti. Questo portò subito a iniziare gli scavi. Era il tempo in cui “l’urna greca” era molto popolare. Luciano Bonaparte non aveva alcun interesse per i vasi. Egli assunse un sorvegliante per sovrintendere agli scavi, ordinando che ogni frammento di pittura venisse conservato e che invece le grossolane terraglie fossero distrutte, per impedire il deprezzamento del mercato.”

David Herbert Lawrence

Libri di viaggio e pagine di paese

Come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto scattate con la mia reflex