19 Settembre 2021

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Riscoprendo l’antica Vulci (7) al museo archeologico dell’Abbadia

Invitato da una gentile signora che trovo alla biglietteria del castello, entro finalmente nel museo archeologico nazionale di Vulci. Salendo al primo piano posso da subito ammirare i reperti rinvenuti nelle varie tombe tra la fine del 1800 e i primi anni Duemila. In queste bacheche si trovano oggetti di epoche antichissime. Dal Terzo Millennio a.C. al periodo villanoviano a quello etrusco e infine romano, ci si accorge dei vari mutamenti che compirono le civiltà mantenendo un’identità ben salda anche nelle manifatture, assimilando talvolta usi orientali di terre lontane.

Tra le prime meraviglie qui esposte, appartenenti alla “Città dei Morti”, trovo le antichissime urne cinerarie, alcune dell’Età del Bronzo, d’argilla e più semplici e simili a grosse brise, altre più complesse che riproducono in miniatura l’architettura delle case e capanne di Etruria. Al loro interno le ceneri riposavano dopo che i rispettivi corpi venivano arsi su roghi sacri negli antichi rituali.

Un percorso museale davvero ricco di testimonianze, nonostante le opere più pregiate siano esposte tra Roma e Firenze, che ripercorre le fasi storiche che portarono allo sviluppo della città etrusca fino al massimo splendore raggiunto nel VI secolo a.C.. Di questo periodo troviamo le magnifiche ceramiche da banchetto etrusche o ateniesi, vasi greci figurati, romani o etruschi in bucchero, terracotte architettoniche provenienti dall’acropoli di Vulci e raffinati gioielli di bronzo o di oro. Il museo offre una panoramica sui più antichi mestieri di attività produttive e scambi commerciali dell’importante centro etrusco-romano. Nozioni indispensabili per comprendere la vita degli Etruschi in questa fiorente città, come ci fanno ben comprendere anche i numerosi monili, specchi e oggetti per la cura del corpo, la bellezza e l’arte per adornare vesti e case, così come templi e tombe.

Un’oggettistica davvero curiosa è quella dei balsamari, portaprofumi prodotti perlopiù nel Mediterraneo orientale. Questi balsamari hanno le forme più varie e particolari: alcuni modellano gambe o arti umani, altri animali con anatre o cerbiatti le cui teste fungono da tappo di bottiglia a racchiudere in sé le essenze più ricercate di profumi di terre lontane ed esotiche.
Ampio spazio è dedicato al vasellame e alle anfore, alcune prodotte nelle laboriose officine dell’antica Vulci con l’obbiettivo di commerciare il buon vino e olio d’Etruria tra le coste francesi e spagnole, altre qui giunte per le vie commerciali dal Mar Egeo, spesso trasportate dalle potenti Sparta o Atene.
Tra i vasi e le anfore ve ne è una stupenda a figure rosse di Eutimide del 510 a.C.. Rinvenuta alla necropoli della Polledrara, essa raffigura Priamo ed Ecuba che assistono il loro primogenito Ettore mentre indossa l’armatura. Un’altro vaso poi, una Kylix attica del 480 a.C. anch’essa a figure rosse e rinvenuta sempre alla necropoli della Polledrara, rappresenta finemente Atena che controlla lo scultore Epeo mentre lavora al Cavallo di Troia. Vi sono le Hidrie di ceramica attica a figure nere del 500 a.C. con dipinto il Giudizio di Paride con Hera, Afrodite, Atena e Hermes severo con Paride nell’atto scatenante la Guerra di Troia.
Non possono non catturare la nostra attenzione anche le bellissime brocche da vino, Oinochòe, attiche a figure rosse del IV/V secolo a.C., con dipinti mitologici e curatissime in ogni dettaglio. Uno Stamnos, vaso ad anfora dalle alte spalle e collo basso, risalente al 480 a.C., lungo la propria struttura raffigura il verso dell’Odissea con Ulisse legato all’albero maestro della sua nave, intento a resistere al richiamo delle sirene e con le arpie che volano sul mare. Proseguendo i racconti omerici dell’Odissea vi è anche un’anfora del VI secolo a.C. raffigurante Ulisse con la maga Circe, con i compagni dell’eroe trasformati uno in cinghiale e l’altro ancora in mutazione. E ancora splendidi vasi con dipinte le falangi oplite oppure scene erotiche di mitologia o di capricci dell’alta borghesia greca.
Scopro poi dal vivo i famosi Kàntharos, le coppe dalle grandi orecchie spesso assimilate alle rappresentazioni dei banchetti con Dioniso o Bacco. 
Alcuni reperti appartengono al corredo funebre rinvenuto all’interno della tomba François. Il sepolcro del IV secolo a.C. è stato scoperto nel 1867 con i suoi straordinari affreschi dedicati al famoso eroe vulcente Macstrna. Chiamato anche Mastarna, nome che forse non vi dirà nulla, esso divenne poi il sesto re di Roma con il nome, questo sì entrato nella storia, di Servio Tullio. L’antica tomba apparteneva alla famiglia etrusca dei Saties e, nel 1863, i suoi affreschi vennero distaccati per essere restaurati ed esposti alla collezione Torlonia di Villa Albani, a Roma. 
Diversi altri rinvenimenti giungono dalla Tomba delle Iscrizioni della famiglia vulcente Pruslnas e dalla Tomba del Delfino, così chiamata per i suoi affreschi acquatici, anch’esse risalenti al IV secolo a.C., periodo d’oro dell’antica Vulci. Ma tra i maggiori oggetti qui esposti troviamo quelli a noi arrivati dal gigantesco Tumulo della Cuccumella. Fra i più grandi di tutta l’Etruria, esso risale alla fine del VII secolo a.C. e misura un diametro di 75 metri con un’altezza di 18. Il nostro David Herbert Lawrence, lo scrittore inglese di cui vi ho parlato nel capitolo precedente riguardante il Castello dell’Abbadia, così lo descrisse: “Un cumulo ancora oggi così misteriosamente appariscente sullo sfondo piatto della Maremma”.
Un museo, quello dell’Abbadia di Vulci, davvero molto bello ed esaustivo, capace di far comprendere la vita e la morte degli Etruschi negli oggetti della quotidianità che si susseguono tra i due piani della bellissima cornice di questo antico castello. Anche se molte sono state le opere trafugate dai tombaroli, molte quelle andate in pezzi come le statue di Ercole, e molte quelle finite nelle “più prestigiose” esposizioni romane o vaticane, oppure all’estero come a Londra e Boston; qui rimane l’eccellenza di un contesto archeologico vastissimo che si tuffa nella storia direttamente dalle rovine dell’antica Vulci. Un contesto straordinario nel quale ho cercato e avuto la fortuna di viverci per quasi due giorni tra natura e animali, tra mura etrusche e strade romane, tra templi e reperti di una bellezza tale da arricchire il mio bagaglio di gioia e memoria. Rendendomi ancora una volta più orgoglioso delle meravigliose origini del nostro popolo.
Andrea Bonazza 
Come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto scattate con la mia reflex