19 Settembre 2021

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Nella Canino di Luciano Bonaparte lungo le vie dei briganti

Allontanandomi dalla bellissima Vulci, il mio cammino prosegue adesso verso Canino, città viterbese di 5.000 abitanti anch’essa di origine etrusca. Dopo oltre mezz’ora di camminata tra le campagne della Maremma laziale, qui macchiata degli ulivi padri del famoso olio di Canino, trovo finalmente ombra tra gli alberi percorrendo un tratto di Cammino Etrusco che si congiunge al Sentiero dei Briganti. Costeggio per quasi un’ora le colline boschive che ospitano una varietà incredibile di antiche grotte; alcune naturali, altre con funzione tombale e altre ancora ad uso abitativo anche in tempi recenti, romitori di santi ed eremiti, spartane dimore di pastori o rifugi per cacciatori e briganti. Tra la fitta vegetazione non sempre mi sento a mio agio; come se qualcosa o qualcuno, da dentro i buchi nella roccia tufacea o tra l’alberazione selvaggia, mi stesse osservando severo mentre ad ogni passo rischio di violare segreti e malefici di questo luogo di maghi e briganti. Da questa sorta di gola in cui sono arrivato dalla foresta, alta sopra un ripiano di tufo si erge quella che dovrebbe essere la mia prossima meta. Case di due o tre piani inglobate nel tufo e l’odioso rumore del traffico automobilistico che rompe il silenzio del bosco che mi ha appena ospitato mi fanno comprendere di essere giunto a Canino.

Alla fine di questa Valle dei Fossi Timone, S.Moro e Meschino tra i fiumi Timone e Canestraccio, trovo anche qui grotte di tufo di ogni tipo ed uso, impiegate da contadini come magazzini per attrezzi o da meccanici come depositi di rottami. Ma la familiare architettura di una struttura richiama subito la mia attenzione. Pur essendo edificata interamente in tufo e quindi mimetizzata al contesto naturale in cui si trova, la geometria dell’edificio è di chiara ispirazione razionalista. Passando oltre infatti, scopro sulla facciata di questo edificio simile a una centrale elettrica la lettere A con i numeri romani XIV. Quattordicesimo anno, dell’era fascista, quindi 1936 dell’era volgare.
Dopo aver passato un vecchio piccolo capitello che non riesco a collocare temporalmente, inizio la salita verso la città anche qui tra grotte riadibite a magazzini e cantine sopre le quali si ergono case e palazzi. Giungo in un punto nevralgico della strada statale fiamcheggiata da bar e negozi e provo ad andare a destra. Se da una parte la scelta risulta essere errata per puntare alla mia prossima meta, dall’altra trovo però la bella entrata di un parco di cui approfitterò per riposare un attimo. Le colonne laterali che sorreggono la cancellata in ghisa del parco sono sormontate da due sfere e hanno due fasci littori purtroppo andati distrutti. Anche questo parco è quindi residuo del Ventennio mussoliniano, in parte sopravvissuto all’odio della guerra civile e all’iconoclastia antifascista. Entrando ho da subito una sensazione di freschezza e ordine con zone d’ombra donate dagli alberi e una strana fontana al centro del parco.
Posato il pesante zaino su una panchina, mentre una madre e i suoi tre figli mi guardano incuriositi approfitto di questa fonte per rinfrescarmi dal caldo e dalla fatica subiti fin’ora. Guardo bene la fontana e ne scopro una simbologia magica. Dalla vasca al punto più alto della sua colonna centrale infatti, questa fontana ha tre geometrie ottagonali nella struttura. Lungo la colonna centrale quattro facce simili a volti lunari emettono dalla bocca getti d’acqua che piovono nella vasca sottostante. Sopra di loro infine, negli otto lati dell’ottagono superiore sono scolpiti con raffigurazioni, credo, di alcuni segni zodiacali. Quelli più chiari da identificare sono il cancro, l’ariete e il capricorno, ma purtroppo non sono riuscito a comprenderne gli altri e nemmeno ho trovato qualcosa in rete su questa esoterica fontana.
Fumata una sigaretta tra il fresco del parco, rimetto in spalla lo zaino tornando ad incamminarmi per le strade di Canino. Dai tetti delle case vedo sbucare alto un campanile e decido ovviamente di prendere quella direzione. Laddove vi è un campanile c’è una chiesa e laddove vi è una chiesa, almeno fino a cinquant’anni fa, c’è una piazza o un luogo di incontro importante per la comunità locale. Non mi sbaglio e, arrivato davanti all’alto campanile, trovo però una lunga fila di gente in mascherina, in coda per la somministrazione del vaccino nella farmacia comunale. Mi guardano maluccio. Di fatto sono sudato senza indosso la loro amata museruola e, cosa forse per loro ancor più difficile da comprendere, porto sulle spalle un grande zaino sinonimo di libertà. Allungando il passo per non essere linciato passo davanti ad alcuni bambini che giocano a pallone e arrivo davanti al sagrato della chiesa.
COLLEGIATA SS APOSTOLI 
Edificata su una più antica chiesa del XIV secolo, la Collegiata dei SS. Apostoli Giovanni e Andrea venne consacrata al termine del 1700. Costruita a tre navate, a croce latina e con tre grandi entrate, questo edificio in stile barocco settecentesco è il principale luogo di culto di Canino. Il campanile che mi ha condotto fin qui, invece, è del 1887 e fu innalzato sulle macerie della più vecchia torre del 1818 crollata nel 1886. Entrando in questa oasi di pace e silenzio vengo catturato subito dalla fonte battesimale in marmo e dai bellissimi dipinti affissi alle pareti. C’è una magnifica rappresentazione della Annunciazione, un olio su tela del XIX secolo con ritratto Papa Pio VII, opera dell’autore francese G.B.Wicar, e un altro raffigurante San Francesco da Paola. L’olio su tavola del 1515 del pittore fiorentino Mariotto Albertinelli, raffigurante la “Madonna con Bambino e Santi”, rapisce per la conservazione dei suoi vivaci colori, dall’azzurro manto di Maria fino a quelli delle vesti di San Bartolomeo Apostolo, San Gregorio Magno, San Girolamo e San Romualdo. Tutte queste opere furono regalate slla chiesa e alla comunità dalla famiglia di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone e signore dell’intera zona.
Un’area di questa chiesa però, nella navata sinistra, la trovo chiusa da una cancellata. Al suo interno, poste lungo le pareti, vedo raffinate sculture in marmo. È la Cappella Gentilizia con le tombe della famiglia Bonaparte. Qui riposa Luciano, il principe di Canino fratello di Napoleone. Al centro della cappella si legge l’iscrizione: “HANC ÆDICULAM/ ALEXANDRINA VIDUA LUCIANI BONAPARTIS/ SUIS IMPENSIS/ ANNO MDCCCLIIII/ FACIENDAM CURAVIT/ UTI UNA CUM CINERIBUS VIRI HUC LATIS/ RELIQUIÆ UXORIS PROGNATORUM/ GENTISQUE VALENTINIÆ/ IN PACE QUIESCERENT”.
Trovando una presa di corrente lontana da occhi indiscreti ne approfitto per una preziosa ricarica del cellulare, ormai giunto al minimo, e poso nuovamente a terra lo zaino per prendermi qualche minuto di lettura nel fresco della chiesa. “La Religione degli Etruschi” (di Giovanni Feo) non è forse il testo più consigliato all’interno di questo tempio cristiano, ma è ciò che sto leggendo in queste notti che precedono il solstizio d’estate, vivendo in questo cammino nell’Etruria meridionale parte di quanto appreso tra le sue pagine. E allora seguo i consiglii di Dominique Venner e, con la luce filtrata dalle finestre della chiesa colorate di angeli, ereticamente leggo un capitolo che parla dell’antica profezia di un bambino etrusco che salverà la civiltà, in perfetto tempismo e con una casuale analogia con il crocefisso ligneo che ho di fronte.
Prima di andarmene dalla Collegiata lascio un’offerta prendendo due candele che mi permetteranno di leggere e scrivere nelle prossime notti all’addiaccio senza sprecare batterie della torcia frontale. Uscendo dalla chiesa, a sinistra, trovo un’altra bellissima fontana. È la fontana dodecagonale farnesiana risalente al XVI secolo e attribuita al Vignola. Originariamente posta nella piazza del mercato di Canino, la fontana marmorea fu commissionata dalla famiglia Farnese e mostra un’araldica molto interessante. Sui dodici lati della sua vasca infatti, oltre al simbolo di Canino e, stranamente, quello di Castro, mostra bassorilievi con importanti stemmi nobiliari, militari e vescovili, soprattutto riguardanti la famiglia Farnese.
Voltandomi tornando sui miei passi, poco dopo la Collegiata, a sinistra, in un piccolo parchetto trovo una statua di bronzo dedicata sempre al principe di Canino. Nato il 21 maggio del 1775 ad Ajaccio, in Francia, Luciano Bonaparte era un nobile, fratello di Napoleone e politicamente attivo tra i giacobini. Corso di padre toscano come il fratello imperatore, fin da giovane sostenne Robespierre nei moti rivoluzionari parigini. Fu commissario di guerra nell’armata del Reno nel 1795, poi nella sua Corsica nel 1796 e infine deputato e presidente del Consiglio dei Cinquecento. Tra le sue lotte politiche sostenne la libertà di stampa e i diritti delle vedove di guerra. Chiamato anche “Bruto Bonaparte”, da presidente del Consiglio contribuì al colpo di stato che salvò Il fratello Napoleone dalle pugnalate dei deputati e dalla messa al bando. Fu lui stesso a puntare la lama contro il generale pronunciando la frase: “Non esiterei io stesso a pugnalare mio fratello, se attentasse alla libertà dei francesi”. Luciano Bonaparte divenne subito dopo Ministro dell’Interno e successivamente ambasciatore a Madrid. Rimasto vedovo di Christine Boyer, si sposò con Alxandrine de Bleshamps entrando in contrasto col fratello Napoleone che lo esiliò. Luciano Bonaparte si trasferì allora a Roma dove coltivò una proficua amicizia con papa Pio VII. Proprio questo rapporto con il pontefice gli farà ottenere la carica di principe di Canino.
Salutato Luciano Bonaparte nel suo sguardo scultoreo, mi rimetto sulla strada statale verso sud-est e riprendendo il mio cammino per le vie etrusche ora in direzione del Lago di Bolsena. Non prima però di essermi bevuto un buon caffè in un bar che trovo verso l’uscita della bella Canino.
Andrea Bonazza 

come sempre vi lascio in compagnia di alcune foto scattate con la mia reflex