19 Settembre 2021

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La storia di Rhegion nel suo Castello Aragonese (Reggio Calabria 1)

Rientrando da una magnifica settimana in Sicilia, attraversando lo Stretto di Messina su un traghetto Trenitalia, sbarco oggi nella città “metropolitana” di Reggio Calabria. Al porto mi vengono a prendere i camerati reggini per portarmi subito a rinfrescarmi con un ottimo gelato. Lo scelgo alla crema reggina; un po’ troppo dolce per i miei gusti ma, non avendola mai assaggiata decido di provarla. In attesa di cenare insieme al resto della comunità militante calabrese per poi tuffarmi dentro il Garrison Pub, il locale gestito dai ragazzi di NFP, Francesco e Johnny mi portano subito a vedere alcune bellezze locali.

L’antica Rhegion ha origini antichissime che risalgono al III millennio a.C. Da quest’epoca fino ad arrivare all’VIII secolo a.C., Rhegion fu un insediamento di popolazioni come gli Ausoni, gli Aschenazi citati nell’Antico Testamento della Bibbia, gli Enotri narrati da Virgilio nell’Eneide, e gli Itali governati da Re Italo dal quale la nostra Italia ereditò il nome. Ma anche dai greci Calcidesi, cantati da Omero nell’Iliade, che qui a Rhegion fondarono una delle più forti e prospere città della Magna Grecia.

Iniziamo la nostra visita di Reggio Calabria dall’imponente Castello Aragonese nell’omonima piazza Castello. Qui nella piazza troviamo anche il Palazzo dei Tribunali, progettato ed edificato in stile neoclassico dall’ingegnere Farinelli tra il 1915 e il 1926, e la bella Chiesa bizantina degli Ottimati con la sua inconfondibile cupola rossa. La pianta dell’edificio è a tre navate divise da un colonnato in marmo greco. Dal 1964 questa chiesa, ricostruita nel 1931 sull’antica cripta degli Ottimati del X secolo, è retta dai padri Gesuiti e, nonostante i danni subiti dal terremoto del 1908, presenta ancora alcuni elementi originali come il pavimento a mosaico romanico-normanno. Se come me vi state chiedendo chi sono gli Ottimati, essi erano una congregazione di nobili fondata dai Normanni. All’interno dell’edificio si trovano infatti gli araldi marmorei delle famiglie reggine dei Filocamo, degli Altavilla, dei Griso e dei Borboni. Una vecchia targa marmorea, purtroppo danneggiata con l’esportazione dei suoi tasselli di pregiato marmo, in latino ricorda ai passanti:
VETERRIMAM HANC NOBILIUM SODALITATEM SUB SS. ANNUNTIATÆ VIRGINIS AUSPICIIS A SERENISS. COMITE ROGERIO NORTHMANNO SÆCULO XI. EXEUNTE INSTITUTAM FERDINANDUS IV UTRIUSQUE SICILIÆ REX INSIGNI OPTIMATUM TITULO REGIIQUE HONORE PATROCINII COHONESTAVIT. AN. CH. MDCCLXXX
Ma arriviamo adesso davanti alle gigantesche rovine del Castello Aragonese per studiarne la storia con l’ausilio della rete; si perché di pannelli illustrativi, qui come in quasi tutta Reggio, con questa rossa amministrazione non ve n’è traccia. Anche se il suo nome rimanda alla dominazione spagnola del 1300, le mura e, soprattutto, le fondamenta di questo bellissimo castello, hanno origini ben più antiche. Come scrivevo poc’anzi, fin dall’arcaica città fondata dai Calcidesi nell’VIII secolo a.C. su questa collina, oggi completamente inglobata nel contesto urbano, qui dove oggi svettano le mura del castello all’epoca si trovava il perimetro murario dell’antica acropoli. Passando poi al periodo ellenistico in cui prese realmente forma la città greca di Rhegion allargata verso il mare, questa fortificazione continua a seguire le rovine della più antica cinta muraria militare che erediteranno poi anche i Romani.
Nel corso della guerra tra Goti e Bizantini, sotto l’imperatore Giustiniano il generale bizantino Belisario fece restaurare e rinforzare l’antica cinta muraria in difesa di Reggio Calabria quale porto importantissimo per la tratta navale con Costantinopoli. Con l’opera di fortificazione di Belisario volta a difendere l’intera Reggio e la Calabria meridionale, troviamo quindi nel 536 la prima vera struttura del castello che ammiriamo ancora oggi.
Nel 1059 poi, la fortezza bizantina passò ai Normanni che a più riprese ne ampliarono la struttura. Parte del restauro lo si deve ovviamente al lungo regnare dello Stupor Mundi, Federico Secondo di Svevia, che a cavallo del 1200, a Reggio come in tutto il Regno di Sicilia, edificò opere meravigliose. Purtroppo però il terribile terremoto del 1908 danneggiò fortemente il castello con le sue quattro torri sveve a pianta quadrata di cui oggi poco rimane.
Continuando la storia di queste mura fino al 1266, anno in cui dai Normanni passò di mano ai francesi di re Carlo I d’Angiò, figlio di re Luigi VIII il Leone. Durante le guerre combattute in Meridione tra i francesi Angioini e gli spagnoli Aragonesi, tra il 1327 e il 1381 la regina Giovanna I d’Angiò ordinò un nuovo restauro del castello per adattarlo a nuove tecniche e macchinari bellici e d’assedio, e, per la prima volta, l’impiego di artiglieria e armi a polvere da sparo. Il restauro seguì ancora un anno dopo, nel 1382, per volere dell’Angiò Carlo di Durazzo. Questi ultimi restauri avvennero nel periodo delle guerre familiari che coinvolsero gli Angiò Carlo di Durazzo e Luigi, entrambi pretendenti al trono di Napoli.
Nel 1492, esattamente un secolo prima della scoperta dell’America che ne confermò il dominio internazionale, la Spagna conquistò in Europa e, di conseguenza, anche in Italia, sempre più terreno. Alfonso d’Aragona strappò la corona agli Angioini divenendo Re di Nspoli, Sicilia, Sardegna e, quindi, anche sovrano di Calabria. Fu infatti in epoca spagnola che il Castello Aragonese, finalmente degno di questo nome, subì le più grandi modifiche strutturali giunte fino a noi. Nel 1458 re Ferrante d’Aragona incaricò l’architetto Baccio Pontelli, discepolo di Giorgio Martini, di aggiungere alla fortificazione due grosse torri merlate verso sud e un rivellino per l’artiglieria a est, scavando un fossato alimentato dal torrente Orangi. Nel 1539, durante il periodo delle incursioni turche, il viceré di Napoli Pietro da Toledo fece aumentare la capienza del castello fino ad ospitare nelle sue mura oltre mille reggini al riparo dagli ottomani. Parte del Castello Aragonese venne poi usato come prigione militare e civile pur mantenendosi dimora istituzionale e simbolo stesso di Reggio Calabria.
Dall’epoca di Ferdinando I il castello mantenne la propria funzione militare e di prigione fino agli anni del Risorgimento. Qui infatti, oltre alle caserme, vennero imprigionati i ribelli politici ai quali Giuseppe Garibaldi riconsegnò la libertà nel 1860, come recita l’unica stele posta dinnanzi questo lato delle mura, espugnando Reggio Calabria alla testa di tremila garibaldini e numerosi patrioti reggini.
Finalmente ottenuta l’Unità d’Italia, dal 1861 le sorti del Castello Aragonese furono al centro di una diatriba tra Comune, Stato e storici che intendevano impedirne l’abbattimento del bastione per ricavarne una piazza. Mentre taluni volevano abbatterlo in una damnatio memoriae contro il vecchio dominio spagnolo, altri giustamente ne invocavano la salvezza in quanto patrimonio storico e archeologico di Reggio. Alla fine ci fu una parziale demolizione della struttura lasciando però in piedi le due torri perché “Monumento storico della città” e, dal 1897, monumento nazionale. Entrando nel ‘900 il castello, adibito a caserma di artiglieria, subì ancora importanti demolizioni con il terremoto del 1908 e, successivamente, per volere della politica e di parte della popolazione. Vennero così purtroppo abbattuti 9/10 del castello per lasciar posto ad altre opere architettoniche ma, ancora oggi, davanti a noi si ergono imponenti le due antiche torri a ricordo di un passato reggino che nei millenni ha unito popoli combattendo contro nemici stranieri, a difesa della bella e ricca Rhegion che di questi tempi, ahimé, con questa amministrazione e questo disgustoso sindaco, tra corruzione, immondizia e degrado sta scrivendo la pagina più buia della propria storia.
Andrea Bonazza