19 Settembre 2021

AndreaBonazza.info

Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

La storia di Rhegion tra le sue mura greche (Reggio Calabria 2)

Continuando con i giovani amici del Garrison la nostra passeggiata per Reggio Calabria arriviamo adesso sul lungo mare. Potrei soffermarmi ore a descrivere il vortice di emozioni che ogni volta mi provoca lo Stretto di Messina da qui. È come rituffarmi nell’Eneide navigando con Enea tra i mostri Scilla e Cariddi, ammirando in lontananza, sulla sponda siciliana, la maestosità dell’Etna con Vulcano che ancora opera nelle sue infere fucine. Lo stretto divide e al contempo specchia le due antiche città di Reggio Calabria e Messina anche nel dialetto, quasi fossero sorelle siamesi divise dall’onda del Mar Tirreno. Anche se fino a qui, in epoca ellenistica, era Mare Ionio che ben si guardava dalle incursioni tirreniche. Ma è proprio da quelle antiche epoche che voglio iniziare oggi a raccontare la storia di Reggio Calabria. Infatti a pochi passi dal lungomare reggino troviamo alcuni scorci dell’antica Rhegion della quale vi accennavo nel precedente racconto sul Castello Aragonese. Sono le Mura Greche la cui datazione dovrebbe corrispondere alla seconda metà del IV secolo a.C., quando Dionisio II ricostruì la città di Reggio col nome di Febea, la città di Febo Apollo. È anche ipotizzato però che le mura in mattoni crudi siano dell’epoca del tiranno Anassila (V sec. a.C.). Grandi personaggi storici che, come vi racconto oggi, nel bene e nel male fecero la storia di Reggio Calabria e non solo. Fatto sta che queste rovine millenarie rappresentano un’importantissima testimonianza del periodo ellenistico della Magna Grecia e, tramite le stesse, oggi ripercorriamo la storia di Reggio Calabria fin dai suoi travagliati albori decisi dal volere degli dei greci e latini.

RHEGION ITALICA

Dovete sapere che la testimonianza antropica più antica in questa zona è la mascella di un bambino, un Homo Neanderthalensis, rinvenuta a San Francesco di Archi e risale a ben ottantamila anni fa; oggi al museo archeologico della Magna Grecia di Reggio. Poi, in un salto temporale lungo migliaia di anni, il territorio di questa costa dello Stretto venne abitato da antiche tribù italiche, autoctone e parlanti la lingua osca proto-latina. Tra questi vi erano gli Itali, i Siculi, gli Ausoni, gli Enotri e i Morgeti. Siamo a cavallo fra la tarda età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro… prima dell’arrivo dei Greci dunque, a Reggio come nel resto della Calabria vi erano già diversi insediamenti di civiltà arcaiche. Una di queste, citata nei canti eneidi da Virgilio ma anche dal filosofo greco Aristotele in “Politica”, è quella degli Enotri che la propaganda greca pretendeva fossero arcadi greci. “Italo, Re degli Enotri da lui in seguito presero nome di Itali l’estrema propaggine delle coste europee delimitate dai golfi di Squillace e di S.Eufemia, di lui dicono che abbia fatto degli Enotri, da nomadi che erano degli agricoltori stabili e che abbia imposto loro leggi istituendo tra l’altro per primo i sissizi (…) Per questa ragione ancora oggi alcune popolazioni che discendono da lui praticano i sissizi e osservano alcune leggi”. Nonostante può essere facile e nemmeno troppo improbabile il collegamento mentale con la parola in dialetto calabro “sassizza” (salsiccia), i sissizi erano i banchetti sociali ai quali si univa la comunità in occasione di eventi o festività religiose. Secondo la tradizione romana invece, la prima civiltà di Reggio fu quella degli Ausoni, popolo proto-latino che parlava la lingua osca. Con l’arrivo elleno i Greci combatterono con forza contro le popolazioni autoctone conquistando l’ambita costa e relegando le tribù italiche in Aspromonte sulla Sila Silva, dove continuarono a vivere fino alla metà del IV secolo a.C.
La versione romana è attestata dai ritrovamenti archeologici riferiti ai figli di Eolo, dio del Vento sacro a questa terra. Prima della Guerra di Troia Iokastos, figlio di Eolo, fondò qui, su un insediamento preesistente chiamato Erythrà, “la Rossa”, la prima Rhegion che in osco significa “città del Re”. Anche gli ebrei, in epoca tardo antica mediante gli scritti di Giuseppe Flavio e Girolamo, attribuiscono a Reggio la patria di Aschenez, figlio di Gomer e pronipote di Noè, il quale fondò Reggio tre generazioni dopo il Diluvio Universale. Questa versione però è totalmente infondata in quanto secondo i documenti biblici la città in questione si troverebbe a Costantinopoli.
Secondo la tradizione reggina vera e propria è però da ricercare in Eracle la fondazione di Rhegion. Dopo aver affrontato la Decima fatica sottraendo la mandria di buoi al gigante Gerione, il semidio si mise all’inseguimento di un vitello approdando dalla Sicilia alla costa calabrese. Da questo episodio la terra solcata da Eracle divenne la “Vitalìa”, nome poi modificato in “Italìa”, terra del Vitello. Seguendo altre versioni del mito anche Scilla, il mostro a tre teste figlia del dio Forco che la resuscitò, ricoprì un ruolo fondante in quanto uccisa da Ercole dopo che questa ne divorò i buoi nello Stretto; ma anche le cicale mute della fiumara Halex, oggi fiumara di Palizzi, dove Eracle riposava sulle sue sponde disturbato dal verso degli insetti. Ercole pregò Zeus di far smettere le cicale e il sommo Dio le fece diventare mute. Da qui Ercole diventò il sacro protettore dei confini della polis Rhegion con Locri e, ad attestarlo lungo il confine settentrionale del territorio reggino, è stato rinvenuto un santuario con una lamina in bronzo dedicato all’eroe delle dodici fatiche. Anche Stesicoro nell’Horistea canta Reggio narrando di Oreste che in seguito al matricidio si recò ai Sette Fiumi del Petrace di Rhegion per purificarsi.
RHEGION GRECA
Correva il mese apollonios di giugno quando duemilasettecento anni fa i Greci fondarono la città di Rhegion. All’inizio dell’VIII secolo a.C., dopo aver consultato la sacerdotessa dell’Oracolo di Delfi per le rotte da seguire e legittimare quindi col sacro le nuove conquiste, gli Eubei ripresero i commerci mediterranei tra l’Egeo e l’Occidente fondando nuove città lungo le coste, indipendenti dalla madrepatria e chiamate apoikiai. Fu in queste tratte mediterranee che i marinai eubei alimentarono le fantasie delle rotte omeriche dell’Odissea, ed è proprio dall’Oracolo delfico che abbiamo una delle testimonianze più antiche riguardo la fondazione di Rhegion. Passeggiando accanto alle mura greche tra le enormi ed intrecciate radici dei bellissimi ficus magnoloide, trovo finalmente un cartello che narra la storia appollonia di Reggio: “Benvenuti a Reggio Calabria! Qui vivono Calabro Greci che parlano ancora il greco della Magna Grecia! L’antica Reggio fu fondata dai Greci calcidiesi attorno al 730 a.C. Infatti l’Oracolo di Apollo, ai Calcidiesi che lo avevano interrogato sul luogo dove fondare una città, rispose con queste parole: “Là dove l’Apsia, il più sacro dei fiumi, si getta in mare, là punto del tuo sbarco, una femmina che sposa un maschio, là fonda la città, poiché il dio ti concede la terra Ausone”.
Questo era il responso della Pythia, la sacerdotessa dell’Oracolo, secondo Dionisio di Alicarnasso. Seguendo la profezia di Apollo la tradizione racconta infatti che i reggini videro in mare una vite abbracciata ad un fico, la femmina e il maschio, nel Promontorio Pallantion, ovvero Punta Calamizzi, sprofondata nel sedicesimo secolo a.C.. Nel Tetradrammo argenteo, una moneta risalente al 480 a.C., troviamo su un lato una testa di leone in riferimento ad Apollo e sul rovescio un protome di vitello che richiama il mito di Eracle e la Vitulìa di cui vi scrivevo poc’anzi. Questa iconografia legata alla scritta RECINON, “dei Reggini”, starebbe a significare che fu Apollo stesso a concedere ai Reggini il possesso dell’Italìa.
Nel 743 a.C. quindi, dopo la guerra tra i pirati Eubei e i messeni Zanklei, i greci Eubei di Calcide fondano Rhegion. Nello stesso anno iniziarono la guerra messenica nel Peloponneso tra Sparta e i Messeni e, questi ultimi condannarono l’esecrabile stupro di molte vergini spartane che si erano rifugiate nel tempio di Artemide. I cittadini colpevoli del crimine vennero così esiliati dal verdetto di un’assemblea pubblica che ne decretò l’espulsione e approdarono anch’essi sulle coste reggine unendosi alla fondazione della città. Da qui, come dicevamo, i Greci rimarranno unicamente negli insediamenti della costa senza mai avventurarsi nell’Aspromonte in cui avevano cacciato le tribù indigene.
In età arcaica, tra l’VIII e il VI secolo a.C., la greca Rhegion divenne una vera e propria polis con l’acropoli nella parte più alta e religiosa dove oggi troviamo il Castello Aragonese (precedente articolo), la parte bassa detta asty riservata sl popolo, e la chora, ovvero il territorio circostante che comprendeva centri fortificatigli e villaggi con spazi agricoli e i pascoli.
Come vi scrivevo a piè di pagina, la cinta muraria arcaica di Rhegion arrivava fino quasi al lungomare in cui ci troviamo adesso. Era una città eccezionalmente difendibile sia dai monti che dal mare e, come vedremo più avanti, ne diede prova nel 387 a.C. resistendo per undici mesi all’assedio delle truppe di Dionisio di Siracusa. Nell’area invece dell’attuale “Tempietto” vi era l’antico porto fluviale, adesso completamente in degrado con vetri rotti, scritte sui muri, siringhe e preservativi abbandonati insieme a sacchi di immondizia mangiata dai topi. Una situazione indecente in un tesoro storico che nessuno dell’amministrazione pubblica reggina ha il coraggio proprio degli avi per valorizzarne degnamente il sito. Comunque, grazie anche alla sua baia dallo stacco piano e poi profondo, il porto di Rhegion fece di Reggio Calabria uno dei porti più lunghi e importanti dell’intero Mediterraneo, tanto da far ormeggiare al suo molo, nel 415 a.C., oltre duecento triremi da guerra ateniesi. La sua importante funzione portuale fece in poco tempo di Rhegion l’ombelico del Mediterraneo perché da qui i Reggini controllavano il traffico navale dello Stretto, come fosse una grande porta a difesa dei confini d’Italia, soprattutto in chiave anti-pirateria. Molti erano infatti gli episodi in cui pirati Etruschi non intendevano pagare ai Reggini i rispettivi tributi per il commercio marittimo nello Stretto. Tra i principali prodoti reggini commerciati all’epoca vanno annoverati il vasellame calcidiese, la pece aspromontana, prodotti bronzistici e orafi, pesci, vite, olio e vino.
Alcune documentazioni riportano che “Stabilirono i Reggini una costituzione aristocratica; infatti, l’amministrazione di tutta la vita pubblica è nelle mani dei Mille, scelti in base al reddito. Si servivano i Reggini delle leggi di Caronda di Catania.” I “migliori”, i Mille Reggini più facoltosi, facevano parte di un parlamento anche detto boulè dal quale venivano eletti gli arconti; i magistrati tra i quali il più importante veniva chiamato prytanis e dava il nome all’anno (eponimo). Ma come me anche voi vi chiederete adesso cosa sono queste leggi di Caronda… bene, tutte le città fondate dai Calcidiesi di Eubea osservavano le leggi scritte dal legislatore Caronda di Catania ed esposte nelle agorai. In queste tavole venivano normate multe sulle punizioni corporali, gli orfani venivano allevati a spese della polis e tutti i figli, di ogni estrazione sociale, dovevano ricevere un’istruzione gratuita. Per l’epoca dunque quelle di Caronda erano leggi all’avanguardia e di marcato diritto civile di cui, di questi tempi democraticamente pandemici, arriviamo a sentire nostalgia.
Arrivando al periodo tra il 540 e il 494 a.C., gli interessi politici ed economici reggini aumentarono nella Campania meridionale. In questi anni parte delle città greche dell’Egeo e del Mediterraneo vengono soggiogate dai Persiani e gli abitanti emigrano in Occidente. Tra il 540 e il 535 poi, nel Mar Tirreno a largo della Corsica, vi fu la battaglia navale di Alalia che coinvolse i profughi greci di Focea in fuga da Ciro il Grande, contro l’alleanza tra Etruschi e Cartaginesi. I Greci vinceranno la battaglia a costo di gravi perdite e molti dei superstiti, rifugiati a Reggio, successivamente si stabilirono ad Elea, Velia. Rhegion patrocina quindi la fondazione di Hyele, Elea, la patria di Parmenide, Zenone, Melisso e Senofane portando, alla fine del VI secolo a.C., un’evidente influenza politica reggina e zanklea in tutta la piana del Sele. Nella seconda metà del VI secolo a.C. però, un’altra potente città stato greca volle imporre il proprio dominio in Calabria. Era Crotone che mirava la sua egemonia sulla Magna Grecia muovendo le proprie truppe contro Rhegion e Lokris. Lo scontro avvenne sul fiume Sagra dal quale prese nome la battaglia che entrò nella storia come prima documentazione di tattica militare sul campo. In seguito all’apparizione dei Dioscuri Castore e Polluce, mille Reggini e diecimila Locresi, in cui secondo la tradizione nella falange combatté anche il fantasma dell’eroe omerico Aiace d’Oileo, sconfissero l’esercito numericamente superiore di centomila opliti crotoniati, affrontando questi ultimi lungo il guado del fiume dove, come alle Termopili nel 480 a.C., lo spazio ristretto vanificò la superiorità numerica del nemico. Da qui nacque il detto locrese “vero come la Battaglia della Sagra!” per enfatizzare ogni affermazione esagerata dell’antichità.
Sempre nella seconda metà del VI secolo a.C. avvenne un’altro importante sbarco a Rhegion destinato a cambiare le sorti della Magna Grecia. Dal mare giunse infatti il filosofo Pitagora portando in ogni città le sue idee alchemiche e la sua setta. Il partito pitagorico in poco tempo riuscì a monopolizzare la politica reggina ma, tuttavia, verso il V secolo a.C., il governo pitagorico fu delegittimato da una numerosa serie di sconfitte militari subite dai Locresi e dai dirimpettai Zanklei, i messinesi. Passarono gli anni e, tra i due litiganti, nel 494 a.C. ebbe la meglio l’aristocratico Anassila che instaurò con la forza la propria tirannide su Rhegion.
ANASSILA 
All’epoca per tirannia si intendeva un potere personale assoluto non previsto dalle leggi vigenti e, una volta conquistato il potere, Anassila fu molto lungimirante per assicurare a Rhegion un posto di rilievo nella storia. Il suo progetto politico consisteva nell’assumere il controllo di entrambe le coste dello Stretto di Scilla e Cariddi per ottenere la completa egemonia sul Basso Tirreno. Per raggiungere tale scopo i Reggini si allearono con le più grandi potenze occidentali come Siracusa, Cartagine, Gela e Agrigento. Per iniziare la sua opera, tra il 494 e il 488 a.C. Anassila attraversò lo Stretto e con un gruppo di mercenari del Peloponneso conquistò Zankle, che rifondò con il nome di Messene. Dopo l’odierna “Messina” fu il turno di Mylai (Milazzo) per poi scontrarsi contro Locri per ottenere il controllo di Capo Spartivento e conquistare anche il centro greco di Metauros (Gioia Tauro) riuscendo dunque ad aggiudicarsi gli approdi sul fiume Kaikinos e raggiungendo il pieno controllo delle rotte marittime verso le isole Eolie. Come l’attuale area metropolitana dello Stretto, i Reggini riuscirono così a controllare terra e mare dalla piana di Gioia Tauro a Capo Spartivento e dal promontorio della siciliana Milazzo a Capo Sant’Alessio. Nel 480 a.C. però, le potenze della Sicilia meridionale insorsero contro lo strapotere reggino e a Himera (Termini Imerese), vi fu una grande battaglia che coinvolse da una parte l’alleanza Reggini, Himeresi e Cartaginesi, e dall’altra gli eserciti di Siracusa, Agrigento e Gela. L’esercito cartaginese venne sconfitto da Gelone di Siracusa e l’alleanza reggina dovette sottoscrivere un trattato di pace che tra le condizioni aveva l’obbligo di adottare le stesse tipologie e lo stesso peso delle monete siracusane identificate al diritto dalle quadrighe. Anassila morì nel 476 a.C. dopo aver organizzato la sua ultima grande impresa per distruggere Locri ma, mediante l’intercessione di Ierone di Siracusa il piano reggino non si realizzò. In questo periodo troviamo per la prima volta un caso di “moneta comune” battuta da due polis e destinato a segnare la storia della numismatica. La sconfitta reggina contro Siracusa portò Anassila ad essere zimbello della satira teatrale nella città dell’Ortigia. Il tiranno calabrese fu infatti bersagliato dal commediografo siracusano Epicarmo, il quale nei suoi spettacoli sosteneva che “le lepri” avessero devastato la Sicilia, in riferimento appunto alle monete reggine e messene. In un’altra opera invece, Epicarmo diede ad Anassila il dispregiativo di “Salsicciaio” per aver ripopolato Messene mescolando più ceppi etnici.
MICITO
In seguito alla morte di Anassila e in attesa che i suoi figli diventassero maggiorenni, la reggenza di Rhegion e Messene fu presa da un uomo a lui molto vicino; Micito. Esso viene descritto dalle fonti storiche come una persona eccezionalmente onesta, equilibrata e dalla grande sensibilità artistica e religiosa. Infatti Micito commissionò diverse statue per il tempio di Zeus olimpio e introdusse il culto di Asclepio, importante dio delle cure mediche. Ma Micito fu anche un grande politico che strinse nuove alleanze per espandere il potere reggino e importante fu l’alleanza con Taranto in chiave di contenimento dei Lapigi e dei Messapi, due popolazioni italiche della Puglia. Tremila opliti reggini però furono uccisi in un’imboscata all’esterno delle mura di Kailìa, l’odierna Ceglie Messapica, in quella che Erodoto definì “la più grande strage di Elleni”. Micito tentò allora di fondare nuovi presidi greci a nord, come l’apoikia di Pissunte, oggi Policastro Bussentino, in Campania, ma senza riuscirne probabilmente a causa delle ostilità dei popoli italici stanziati nella Piana del Sele. Mentre nel 467 a.C. i figli di Anassila rivendicano il diritto di governare Rhegion, dopo i tremila opliti caduti nella sconfitta di Kailìa e l’abbandono di Pissunte, Micito se ne andò in esilio volontario nella greca Tegea, in Arcadia. Il nuovo governo dei figli di Anassila durò però poco perché, alla fine di un periodo dettato da guerre civili, tra il 460 e il 461 a.C. Rhegion ripristinò la vecchia costituzione aristocratica allontanando i giovani. Ad Agrigento, Siracusa, Gela e nelle città liberate dai tiranni come Anassila vennero erette statue raffiguranti Zeus Eleutherios (liberatore) e il koinon dogma, un trattato di pacificazione generale, sancì la concentrazione di tutti i mercenari a Messana. 
Tra i Reggini più illustri vissuti fra il VI e il V secolo a.C. vi sono il poeta lirico Ibico, il filologo Teagene, primo esegeta dei poemi omerici, il primo storico d’Occidente Ippi, gli scultori Clearco e Pitagora, e lo storico musicale Glauco.
ATENE
Tra il 461 e il 413 a.C. vi furono a Rhegion misteriose crisi politiche dopo la fine della tirannide. Gli storici Tucidide e Giustino raccontano di numerosi conflitti politici che portarono a continui mutamenti costituzionali, passando dell’oligarchia alla democrazia. Dal 455 a.C. la città dello Stretto diventò il principale sinedrio pitagorico occidentale attirando in città grandi personalità culturali. Le città siceliote che con Rhegion condividevano le origini eubeo-calcidiesi come Naxos, Katane, Himera e Leontini, si confermarono fedeli alleate politiche e militari. Nella seconda metà del V secolo la potente Atene, alla continua ricerca di mercati granari da monopolizzare come l’Egitto, la piana di Sibari e la Sicilia, avviò alcune campagne militari con la scusa di difendere i propri alleati. Così nel 433 a.C. i Reggini rinnovarono un trattato di pace con gli Ateniesi e questi ultimi si allearono anche con i Leontini e altri Calcidiesi di Sicilia. Gli Ateniesi allora comprenderono che per conquistare la Sicilia dovevano assicurarsi il controllo sui luoghi di approdo calabresi tra i fiumi Halex e Kaikinos. Nel corso delle guerre del Peloponneso tra Atene e Sparta, nella loro prima spedizione militare in Sicilia tra il 427 e il 424 a.C., i guerrieri ateniesi esportarono con le loro triremi da guerra la propria egemonia nello Stretto e nelle isole Eolie. L’avanzare ateniese non piacque però ai Secilioti che, in un grande convegno organizzato a Gela nel 424 e teso a radunarne le genti, dopo l’arringa del carismatico politico siracusano Ermocrates, sancirono che le questioni seciliote dovevano rimanere solo dei Secilioti, escludendo così Atene e interrompendo di fatto la sua campagna di conquista. Gli Ateniesi però non si diedero per vinti e tra il 415 e il 413 a.C. invasero la Sicilia con un imponente esercito. In questa situazione Rhegion si trovò nella difficile posizione di neutralità e concesse l’ormeggio nel suo porto a Promontorio Pallantion a ben duecento triremi ateniesi.
DIONISIO I DI SIRACUSA 
Nello stesso periodo, a Siracusa, prese il potere Dionisio. Definito dalla storia “il Tiranno”, come titola il bellissimo romanzo di Valerio Massimo Manfredi che sto leggendo in questo viaggio, Dionisio volle conquistare l’intera Sicilia  con l’ausilio di mercenari stranieri, in particolare Osci e italici, promettendo loro le terre confiscate ai Greci. Furono anni di grandi battaglie in cui i Cartaginesi in Sicilia seminarono il terrore distruggendo e conquistando le città di Himera, Selinunte, Gela e la bella Agrigento. Divenuto inizialmente paladino nella difesa dei siciliani, raggiunto il potere Dionisio rase al suolo le città calcidiesi alleate di Rhegion, Naxos e Katana (Catania). Fu così che Reggini e Messani unirono le proprie forze contro il tiranno siracusano anche se, a causa di un cavillo giuridico che prevedeva di consultare l’assemblea prima di muovere l’esercito, esposto da un generale messano, dovettero fermarsi. Messana però fu poi distrutta dall’orda cartaginese di Imilcone nel 396 a.C. per essere ripopolata da Locresi e Medmei. Dioniso provò ad avvicinarsi politicamente ai Reggini chiedendo in sposa una giovane aristocratica ma, in risposta essi offrirono al tiranno la schiava figlia del boia. Indispettito, Dionisio trovò quindi moglie a Lokris prendendo la città calabrese come sua fedele alleata. Davanti a un tale affronto Rhegion si offrirà allora di ospitare tutti gli esuli siracusani ostili a Dionisio attirando a sé le ire del tiranno che, nel 391 a.C., mosse contro la città dello Stretto ventimila fanti, mille cavalieri e 120 navi da guerra. L’attacco siracusano venne però vanificato da una forte tempesta di Scirocco nello Stretto di Scilla e Cariddi che annientò la flotta di Dionisio.
“Quantunque (Dionisio I) aspirasse già da molto tempo a ridurre sotto il suo dominio tutta l’isola (Sicilia) e i vicini Greci d’Italia, differì nondimeno ad altro tempo l’impresa di assaltarli tutti insieme; e frattanto, credendo di agevolarsi un sì grande acquisto, potendo, prima di tutto, ridurre a sé quei di Reggio, la cui città era l’antemurale di tutta Italia, mise in campagna tutto l’esercito.” (Diodoro Siculo, Biblioteca historica)
In risposta i Reggini compirono un vero e proprio capolavoro diplomatico riunendo nella Lega Italiota Kroton, Thurii, Kaulon, Metaponto, Heraclea, Medma, Kaulonia ed Hipponion. Nel 389 Dionisio assediò allora Kaulonia e attaccò in un’imboscata l’esercito della Lega Italiota nel corso del quale trovò la morte Eloride. Pur lasciando liberi i Greci sconfitti, Dionisio impose ai Reggini la consegna dell’intera flotta militare e, con le catapulte, assediò Rhegion per undici lunghi mesi prima che questa si arrese definitivamente al tiranno. Era il 387/86 a.C. e l’allora leader della resistenza reggina, Fitone, venne scagliato fuori dalle mura cittadine con una catapulta dopo aver assistito all’ennesima sorte toccata al figlio. I Reggini superstiti che non fossero stati in grado di comprarsi la propria libertà venivano fatti schiavi e molti di loro vennero liberati, pagando, dai meteci che erano i tanti commercianti stranieri che lavoravano a Reggio. Rhegion diventa allora patrimonio personale di Dionisio che ne fece abbattere le mura e ne abolì lo status di polis. I mercenari italici, Osci, che combatterono al fianco dei siracusani ricevettero in premio dal tiranno terreni e luoghi-chiave come Gioia, Scilla, Caenys e la Bovesia. Queste genti si integrarono infine naturalmente con gli indigeni italici dell’entroterra arrivando a riconoscersi in nomi collettivi come Tauriani, Brutii, Mamertini etc.
Anche se ci sarebbe ancora tanto da parlare di Rhegion e delle sue antiche mura, purtroppo tenute in stato di abbandono dall’amministrazione locale di centrosinistra, per oggi ci fermiamo qui lasciando posto a un ottimo panino col pesce spada gustato con i camerati nella bellissima Scilla, e poi ancora al Garrison pub per digerire e dissetarci con una buona birra. No, non solo una…
Andrea Bonazza 
questa volta invece delle meraviglie che fotografo, vi lascio in compagnia di un paio di foto che dimostrano lo stato di degrado all’area del “Tempietto”.