8 Dicembre 2021

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L’implacabile vendetta di Dionisio I ne il Tiranno di Manfredi

Nel mio ultimo viaggio in Sicilia vissuto per lo più a Siracusa, ho scelto come lettura il bellissimo romanzo di Valerio Massimo Manfredi “il Tiranno”. Questo libro di 420 pagine edito da Mondadori nel 2003, narra l’affascinante vita di Dionisio I di Siracusa. Definito appunto il Tiranno dalla storiografia ufficiale, devo da subito premettere però che, all’epoca, nel 400 a.C., tiranno era l’aggettivo afibiato a coloro i quali erano gli unici detentori del comando di una polis o, come accadrà in seguito, di una vera e propria nazione. Se successivamente, ai tempi di Roma repubblicana come vi ho recentemente scritto riguardo la vita di Cesare, il termine col quale venivano investiti i sovrani unici detentori del potere in tempi di crisi era quello di dictator, ossia dittatore – anche in questo caso non necessariamente dispregiativo – nel periodo ellenistico che abbracciò la Sicilia e la Magna Grecia, tiranno era quindi colui che si ergeva ad unico capo supremo per fuggire le lungaggini della democrazia di stampo ateniese. Parto da questa premessa perché fin da giovane guerriero, Dionisio, nei giorni del massacro cartaginese contro le città siciliane di Selinunte e Imera, si trovò a subire le infinite tempistiche burocratiche del Consiglio siracusano.

“La storia è il desiderio di superare la nostra miseria di uomini, è l’unico monunento che ci sopravvivrà. Anche quando i nostri templi e le nostre mura saranno caduti in rovina, quando i nostri dèi e i nostri eroi saranno solo fantasmi, immagini sbiadite del tempo, statue mutilate e corrose, la Storia ricorderà ciò che abbiamo fatto e il ricordo che sopravvivrà di noi è l’unica immortalità che ci è concessa.”

Come accade anche oggi nei consessi democratici, i politici giunsero alla decisione di intervenire militarmente solo dopo giorni che l’esercito cartaginese assediò Selinunte, con rispettivo mortale ritardo per la città greca che venne distrutta assieme alla sua gente. Grazie a Dionisio e ai suoi uomini la strage di Selinunte risparmiò molti civili che il guerriero siracusano condusse nella meravigliposa Akragas, Agrigento, definita dai Greci la città d’oro di Sicilia o, come scriveva Pindaro in un suo poema: “la più bella città dei mortali”. Tra questa colonna umana di profughi, donne violate e bambini fuggiti al massacro, Dionisio incontrò la bella Arete, anzi, il fantasma sconvolto di sé stessa. Il giovane offrì ogni cura alla ragazza, ospitandola in una lussuosa casa di Agrigento affacciata sulla Valle dei Templi e affidandola al vecchio amico Tellìas, dopodiché, con la promessa di tornare a prenderla, ripartì chiamato dal dovere.

“Dioniso si fermò a bere alla fonte Aretusa, come faceva sempre quando tornava da un viaggio… gli sembrava con quel gesto di far scorrere nuovamente nel suo corpo la stessa linfa vitale che scorreva nelle vene nascoste e segrete della sua terra. La patria. Egli l’amava di un amore possessivo e geloso, ne sapeva la storia e la leggenda fin dal giorno stesso della sua fondazione…”

La marcia distruttiva dei Cartaginesi continuò presto alla volta di Imera e anche qui i soldati siracusani dovettero attendere le decisioni del Consiglio prima di intervenire. Stufo però della prassi democratica, il carismatico Dionisio si impose agli ufficiali proponendo manovre militari tanto efficaci quanto inascoltate dai suoi superiori. Si aprì una lunga diatriba tra il giovane guerriero e i suoi vertici che, con la seconda devastante sconfitta di Imera e poi di Agrigento, portò all’esilio del vecchio comandante e all’acclamazione popolare di Dionisio quale condottiero delle armate siracusane. Dall’alto della sua possente fisicità difesa dall’armatura, con il suo ascendente sul popolo Dionisio unì i profughi delle città sconfitte sotto lo stendardo siracusano, giurando vendetta contro Cartagine e promettendo una Sicilia libera e sovrana nella quale i Greci esiliati avrebbero fatto ritorno nelle proprie case.
“Tutto questo era la patria per lui, un’unità indivisibile, non una moltitudine di individualità distinte con cui dialogare o discutere o scontrarsi. E la patria doveva essere la più grande, la più forte e la più potente del mondo: più di Sparta, che pure gli aveva aiutati durante la grande guerra, più di Atene, che ancora piangeva i suoi figli caduti nelle malsane paludi dell’Anapo e sulle sponde infuocate dell’Assinaro.”
Unitosi alla bella Arete, Dionisio tentò di prendere il comando di Siracusa con un colpo di mano militare ma le cose non andarono affattocome da lui progettato. La sua rivoluzione venne bloccata sul nascere e il veleno dei suoi oppositori serpeggiò a tal punto da muovere contro lui una campagna di odio che arrivò a profanare e massacrare il corpo della sua sposa, lasciandola priva di vita. Distrutto emotivamente e fisicamente, esiliato dalla sua patria natìa Dionisio venne nascosto in una grotta e ricevette le cure del fratello Leptines e del facoltoso amico Filisto. La sua rabbiosa vendetta sterminò uno per uno i colpevoli della morte di Arete e, riavute le forze, tornò a Siracusa acclamato dalla popolazione. Incontrò una ninfa grazie alla quale riuscì a entrare in possesso di un tesoro sommerso negli acquitrini di Agrigento e riorganizzò il proprio esercito.

“Sparta ha vinto questa guerra ma non ha motivo di rallegrarsene. Abbiamo perso molti uomini e avuto molti danni, e lo stesso è accaduto ai nostri alleati. Ora abbiamo stabilito i nostri presidi in tutte le città della vecchia lega ateniese, comandati da nostri ufficiali con poteri anche politici, ma ci rendiamo conto che non sarà facile mantenere questo ordine. I Persiani ci hanno aiutato solo perché Atene era sempre stata un pericolo per loro: da un momento all’altro potrebbero cambiare politica. Abbiamo quindi bisogno di amici e alleati dovunque. Sparta è sempre stato amica di Siracusa e, anzi, deve forse a Siracusa la propria vittoria finale. È stato sotto queste mura che la potenza ateniese venne fiaccata in modo irreversibile… D’altra parte voi non ce l’avreste fatta senza il nostro aiuto.” (Lisandro)

Ottenuto il controllo assoluto sulla città, da qui in avanti la vita di Dionisio fu dedicata alla guerra contro Cartagine, alternata da clamorose vittorie e pesanti sconfitte. Riconfermando dapprima l’alleanza con Sparta, vincitrice della Grande Guerra contro gli Ateniesi anche grazie a Siracusa, in una lunga scia di sangue Dionisio arruolò mercenari e comprò schiavi possenti come il fedele celta Aksal, e si alleò con popoli italici che rafforzarono le falangi siracusane. Per suggellare queste alleanze e concepire un erede al comando della sua Sicilia, Dionisio prese in moglie contemporaneamente una giovane siracusana e una dalla città alleata di Locri. Determinato a distruggere Cartagine e tutti i traditori dei Greci, il Tiranno rafforzò con enormi sforzi le difese murarie siracusane e fece costruire una una delle flotte navali più grandi e potenti di tutto il Mediterraneo, con le invincibili navi corazzate Boubaris e nuove macchine da guerra tra le quali, di sua invenzione, le dirompenti baliste chiamate “kata pelta” (catapulta) con le quali piegò i cartaginesi durante l’assedio di Mozia. Tra vicissitudini personali in cui per Dionisio affetti e amicizie passano in secondo piano rispetto alla sua causa, il Tiranno si troverà a condurre ciecamente la propria guerra di potere e vendetta allontanando da sé gli amici più cari e fedeli. Senza rovinarvi la fine di questa incredibile storia della quale colpevolmente l’Italia contemporanea non intende vantarsi, quello che scopriamo nelle ultime pagine del libro è un Dionisio solo e consumato dall’odio, spinto a vivere unicamente dalla missione di vincere Cartagine e consegnare ai posteri una Sicilia libera e potente come mai si è vista prima. Un sogno forse non del tutto realizzato ma sicuramente raggiunto in una martellante forza implacabile che solo i nostri avi potevano avere. Quella forza e quell’attitudine che purtroppo manca agli omuncoli che oggi governano la piccola ombra della nostra più grande Italia.
Andrea Bonazza 
“Osserva e considera tutto quello che succederà per tramandarlo a chi verrà dopo di noi. È questo il tuo compito. Ciò che resta di noi, una volta che abbiamo varcato la soglia dell’Ade, non è il ricordo veritiero di ciò che abbiamo compiuto ma l’immagine che di noi è stata plasmata dalla storia.”
(Dionisio a Filisto)