6 Luglio 2022

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1915-1918, la Grande Guerra fra rocce e ghiacci

In questa vigilia notturna di 4 novembre 2021, come ormai da tradizione riprendo in mano vecchi libri sulla Prima Guerra Mondiale. Tra questi, qualche anno fa ne acquistai uno edito dalla altoatesina Athesia. Scritto dal bolzanino Gunther Langes e titolato “la guerra fra rocce e ghiacci”, è un testo a cui tengo molto in quanto riporta soprattutto racconti e testimonianze austriache che, nella gran parte se non in tutti i casi, elogiano i soldati del Regio Esercito Italiano. Kaiserjäger contro Alpini, italiani contro austroungarici, trentini contro lombardi e veneti ma, soprattutto, giovani europei immolati per amore delle rispettive nazioni in una guerra che fu tanto ingegnosa e potente, quanto purtroppo tremenda e fratricida.

Oggi in montagna, qui nel mio Trentino Alto Adige così come in tutto l’arco del fronte alpino che più di cent’anni fa fu interessato dalla Grande Guerra, i segni lasciati dalla stessa tra le rocce sono ancora molto evidenti. Gallerie, picchetti, teleferiche, ricoveri e trincee, forti e postazioni di obice, esplosioni che hanno mutato per sempre la fisionomia delle montagne sono le tracce inconfondibili di tre anni di combattimenti ad alta quota. Ma cosa succede quando ci si sposta ancora più in alto, su quei ghiacciai perenni che furono in grado di resistere alle cannonate ma che oggi sono minacciati dal surriscaldamento climatico? (anche qui ce ne sarebbe da parlare per ore ma lasciamo perdere…). Ogni anno i ghiacci delle nostre vette liberano reperti straordinari quali armi, cadaveri di soldati e, addirittura, baraccamenti in legno perfettamente conservati. Niente di nuovo per chi conosce la storia del buon vecchio Ötzi, la mummia del Similaun; ma a differenza dell’uomo millenario, ciò che ci restituiscono i ghiacciai oggi appartiene a un passato molto più recente e del quale è possibile ricostruirne storie incredibili che, un secolo fa, con sforzi sovrumani misero l’uomo nella più dura lotta contro sé stesso e la natura.

Anche per la loro consistenza più malleabile, nei ghiacciai vennero scavate molte più gallerie che non nelle rocce. L’esigenza di ottenere ripari a quote altissime e prive di vegetazione, con enormi difficoltà nel trasporto di materiali, spinse i militari di entrambe i fronti ad affondare la vita di trincea nel ghiaccio, costruendo grandiose reti di gallerie, ricoveri e corridoi tra gelo e crepacci mortali. Sotto il manto ghiacciato della regina delle Dolomiti, la Marmolada, come una metropolitana s’intersecavano più di 8 chilometri di camminamenti che ospitavano osservatori e posti di vedetta o di ascolto affacciati direttamente a ridosso delle postazioni nemiche, talvolta distanti solo pochi metri, in attesa di divenire una tomba glaciale della prossima mina. Se su Cima12 della Marmolada vi era una vera e propria città di ghiaccio in grado di ospitare centinaia di soldati e armamenti, non troppo diverso era sull’Ortles o sull’Adamello dove gli italiani scavarono una galleria lunga ben 6 chilometri con dislivelli vertiginosi. Gallerie in grado di spostare intere truppe per muovere nascostamente contro l’avversario; come nel caso dei 3431mslm del Monte Cristallo o dei 3568 della parete di ghiaccio del Pizzo Trafoi, situazioni in cui gli italiani purtroppo ebbero la peggio. Scalate di intere notti o giornate con piccozza, ramponi e pesanti corde di canapa, vestiti di feltro o lana bagnata che ghiacciava gli arti e rendeva il peso corporeo una zavorra terribile da trasportare. A differenza di altri fronti quello delle Alpi fu un combattimento continuo e ai limiti delle possibilità umane; ora contro il nemico, ora contro valanghe, precipizi, tormente di neve e temperature da morte per assideramento. Una lotta impari per la sopravvivenza contro gli elementi naturali che stupì il mondo intero e causò più morti che non in combattimento, prima e ultima nel suo genere con centinaia di migliaia di protagonisti sepolti o dispersi che ancora oggi, 4 novembre, abbiamo il dovere di ricordare. Eroi veri che volano ancora alti sopra il filosofeggiare di viscidi e pavidi storici, politici o giornalisti che non hanno mai avuto il coraggio di alzare le mani in vita loro se non per applaudire a dissacranti affermazioni antimilitariste alla Bertold Brecht. Se vogliamo davvero sconfiggere le blasfemie di questi omuncoli che ricoprono oggi le più alte cariche degli organi statali, allora dobbiamo continuare a leggere, studiare e ricordare i nostri nonni che con le loro gesta conquistarono la vittoria d’Italia, riconsegnando la libertà alle sacre terre irridente che le furono strappate. Perché la Patria ha ancora e più che mai bisogno di eroi. Diamoglieli trasmettendo il grandioso esempio di chi ci ha preceduto.
Andrea Bonazza